sabato, Agosto 24

Bolsonaro: la mano dei latifondisti sull’Amazzonia brasiliana Il nuovo Presidente del Brasile si appresta a colpire duramente l'ecosistema amazzonico

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Con il giuramento e l’entrata in carica come Presidente di Jair Bolsonaro, il Brasile entra in una nuova fase politica, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra lo Stato e le proprie risorse naturali: il nuovo Presidente, infatti, ha fatto del cambio di rotta sulle politiche amazzoniche uno dei capisaldi del proprio programma.

Facciamo un passo indietro. Nell’arco di quindici anni, il Brasile è passato dalle presidenze di Luiz Ignácio Lula da Silva (20003-11) e Dilma Rousseff (2011-16), entrambi appartenenti al Partido dos Trabalhadores (PT: Partito dei Lavoratori), a quella di Michel Temer (2016-19), del centrista Partido do Movimento Democrático Brasileiro (PMDB: Partito del Movimento Democratico Brasiliano), per finire con quella dell’ex-militare Jair Bolsonaro, che ha traghettato su posizioni di Estrema Destra il Partido Social Liberal (PSL: Partito Social-Liberale), tradizionalmente liberale e centrista.

Estremista di Destra, nostalgico della dittatura militare che insanguinò il Paese tra il 1964 e il 1985 (sebbene sia stato espulso dall’Esercito per condotta inadeguata), nazionalista e razzista, maschilista ed omofobo, Bolsonaro è stato abile nel cavalcare l’insoddisfazione per la corruzione endemica, la scarsa crescita economica e la violenza che dilaga nelle favelas. Tramite un abile uso dei social network ed il sistematico rifiuto di un confronto faccia a faccia con i propri avversari politici, Bolsonaro ha parlato alla pancia dell’elettorato brasiliano presentandosi come l’uomo forte capace di ridare dignità alla Patria: a causa di tutti questi aspetti, il nuovo Presidente brasiliano è stato definito a volte il ‘Trump dei tropici’. Come il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, infatti, la sua comunicazione politica è caratterizzata da interventi volgari ed aggressivi, politicamente scorretti; fa leva su un artificiale orgoglio nazionale e sulla diffidenza che le classi subalterne hanno sviluppato verso le élite, politiche ma anche culturali e scientifiche, slavo poi appoggiarsi ad interessi di gruppi economici tutt’altro che popolari. A differenza che negli USA, dove le istituzioni sono state progettate in maniera da garantire il reciproco controllo da parte dei vari organi di Governo, in Brasile l’accentramento del potere è un rischio piuttosto concreto. Nel Paese, infatti, è piuttosto semplice modificare la Costituzione: dal 1988, anno della sua entrata in vigore, la Costituzione della Repubblica Federale del Brasile è stata modificata già novantanove volte. Se per molti aspetti, dunque, Bolsonaro appare simile a Trump, una differenza fondamentale li divide: in Brasile è molto facile, per chi vince, prendere tutto.

Tra i sostenitori di Bolsonaro figurano, oltre ad una larga fascia della popolazione scontenta, anche gruppi religiosi fondamentalisti (che apprezzano molto le posizioni omofobe del nuovo Presidente), una buona fetta delle Forze Armate (quella nostalgica della dittatura militare) e, soprattutto, i gruppi di interesse legati all’industria agro-alimentare e mineraria che ha forti interessi nello sfruttamento dei territori amazzonici.

A riprova di questo, una delle prime promesse elettorali mantenute dal nuovo Presidente il giorno del suo insediamento è stata l’accorpamento del Ministero dell’Ambiente al Ministero dell’Agricoltura: in questo modo, l’azione di chi sarebbe preposto alla difesa della Foresta Amazzonica (ovvero del ‘Polmone del Mondo’) sarà messa sotto la guida di chi ha interesse ad ottenere nuovi territori per agricoltura ed allevamento. Come se non bastasse, il Ministro dell’Agricoltura nominato da Bolsonaro è Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias, vicina agli interessi del cosiddetto ‘blocco ruralista’, ovvero quello che difende gli interessi dei grandi latifondisti. Il Brasile è il primo esportatore al mondo di carne bovina e il secondo di soia; per questo, la capacità di pressione dei latifondisti è estremamente forte. Viste le posizioni espresse da Bolsonaro sulla questione delle terre amazzoniche, i latifondisti brasiliani hanno da subito sostenuto la sua candidatura: la nomina della Corrêa al Ministerno dell’Agricoltura e dell’Ambiente dimostra che il loro sostegno non è stato vano.

È ancora presto per dire quanto Bolsonaro sarà in grado di adempiere alle proprie promesse elettorali: per quanto riguarda la crescita economica e la richiesta di sicurezza dei cittadini brasiliani, le cose potrebbero risultare più ostiche di quanto il candidato non lasciasse intuire in campagna elettorale; per quanto riguarda la linea da tenere sui temi ambientali, però, le cose sembrano essere piuttosto semplici.

Tanto per cominciare, ispirato dal modello di Trump, Bolsonaro ha annunciato di voler ritirare il Brasile da tutti gli accordi internazionali riguardanti la tutela dell’ambiente. Proprio come il suo omologo statunitense, il Presidente brasiliano non crede nell’esistenza del riscaldamento globale e considera le restrizioni delle emissioni imposte dai trattati internazionali come una violazione della sovranità nazionale: la sua propaganda ha spesso indicato gli accordi internazionali sul clima come strumenti attraverso i quali non meglio specificati nemici della Patria mirano a rallentare la crescita economica del Brasile. Non è ancora chiaro se effettivamente il Brasile uscirà dall’Accordo di Parigi ma è facile ipotizzare che, in ogni caso, i vincoli di tale accordo non verranno rispettati.

Uno dei principali regali che Bolsonaro ha promesso al cartello dei latifondisti è il corridoio che dovrebbe unire in centro dell’Amazzonia alle coste atlantiche del Paese. L’apertura di tale corridoio provocherebbe un pesante incremento del disboscamento, con relativi contraccolpi sulla fauna e sulle tribù indigene che abitano quelle aree. Inoltre, il progetto prevede la realizzazione di una serie di impianti idroelettrici i cui progetti erano stati precedentemente sospesi a causa dell’immenso impatto ambientale che avrebbero avuto: per costruire tali impianti, infatti, sarebbe necessario costruire bacini che, deviando il corso del Rio delle Amazzoni, costringerebbero numerose tribù ad abbandonare le aree a cui è legata la propria sopravvivenza (senza parlare della distruzione dell’ecosistema di numerose specie animali e vegetali).

Le proteste dei gruppi ambientalisti, primo tra tutti il WWF, sono state sistematicamente ignorate e il Presidente ha messo in cantiere una riforma della legge antiterrorismo che, sostanzialmente, equipara i gruppi ambientalisti ad associazioni terroristiche decretandone, nei fatti, l’espulsione dal Paese. A fianco di questi provvedimenti, c’è l’intenzione di voler rivedere le concessioni per lo sfruttamento dei territori amazzonici. Se sotto la Presidenza Lula il disboscamento era diminuito del 75%, grazie alla norma che impediva ai latifondisti che avevano deforestato illegalmente di accedere ai crediti rurali, la tendenza è già fortemente mutata: dal momento in cui la vittoria di Bolsonaro è apparsa quasi certa, la deforestazione è aumentata di una percentuale che varia dal 36% al 50%, a seconda delle fonti; è facile prevedere che, ora che l’ex-Capitano è divenuto Presidente, questo dato non potrà che aumentare.

Uno dei punti più sensibili della questione amazzonica riguarda le tribù di nativi. In Amazzonia vivono oltre 385 tribù, di cui almeno un centinaio non hanno contatti con il resto del mondo: si tratta di circa 900.000 indigeni la cui sopravvivenza è strettamente legata al proprio territorio. Bolsonaro ha più volte espresso il proprio disprezzo nei loro confronti: non solo ha immediatamente dichiarato di non avere la minima intenzione di accettare che i territori in cui vivono vengano affidati ufficialmente alla loro cura (cosa che, dove è stata fatta, ha portato ad un sensibile miglioramento delle condizioni ambientali), affermando che per loro non c’è un solo millimetro di terra brasiliana, ma si è anche lasciato andare ad insulti di carattere fortemente razzista: secondo il Presidente del Brasile, infatti, gli indigeni «puzzano»; ha inoltre dichiarato che «purtroppo la nostra cavalleria non è stata efficace come quella americana nello sterminare i nativi».

Queste parole potrebbero essere solo delle uscite infelici o delle manovre comunicative nell’ambito della strategia propagandistica di Bolsonaro (sempre sul modello del suo omologo USA), ma alle parole sembrano seguire i fatti. In primo luogo, il nuovo Presidente ha espresso la volontà di abolire la Fundação Nacional do Índio (FuNaI: Fondazione Nazionale dell’Indio), l’ente governativo che si occupa della salvaguardia dei popoli nativi e del territorio in cui vivono. A questa intenzione se ne aggiunge un’altra: la riforma sulla difesa personale proposta da Bolsonaro prevede, infatti, il diritto di portare armi da fuoco al fine di difendere le piantagioni (ovvero i latifondi). Si tratta, secondo gli attivisti, di una legalizzazione dell’assassinio finalizzato all’allargamento del proprio territorio, pratica già abbondantemente diffusa: nel 2017, infatti, sono stati assassinati 207 attivisti ambientalisti; l’anno successivo, la stessa sorte è toccata ad almeno 110 indigeni. Nella grandissima parte dei casi, questi delitti restano impuniti. Se questa legge dovesse passare, quindi, i rappresentanti dei nativi brasiliani temono che si dia il via ad una nuova fase di genocidio legalizzato.

Oltre alle ricadute delle politiche di Bolsonaro sul Brasile, c’è poi la questione dell’impatto della sua politica sul resto del pianeta. La Foresta Amazzonica è la principale riserva di verde della Terra: negli ultimi anni ha perso, a causa della deforestazione, una superficie pari a quella della Germania; l’abbandono delle politiche volte a limitare questo fenomeno, oltre che a contenere le emissioni di gas nocivi, potrebbe portare il pianeta sull’orlo della catastrofe nel giro di pochi decenni. Il perseguimento di interessi contingenti a breve termine, insomma, rischia di compromettere la qualità del futuro, se non il futuro stesso, della specie umana.

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