venerdì, Novembre 15

Bolsonaro e la nuova ‘Dottrina Monroe’ Con il nuovo Presidente cambierà il posizionamento strategico del Brasile?

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Il trionfo elettorale di Jair Bolsonaro rappresenta un punto di svolta per l’America Latina, non solo per l’importanza economica e demografica  del Brasile, ma soprattutto per il retroterra culturale del personaggio, trattandosi di un ex ufficiale di carriera che prestò servizio presso i reparti di artiglieria e paracadutisti dell’esercito durante la delicatissima fase storica in cui il Paese era governato con il pugno di ferro dai generali. Tra il 1964 e il 1985, il potere politico fu infatti appannaggio esclusivo dei vertici militari, i quali potevano contare sulle sovvenzioni e sul sostegno degli Stati Uniti nell’ambito dell’Operazione Condor. Si trattava, in buona sostanza, di un’intesa segreta raggiunta negli anni ’70 tra la Cia e gli apparati militari e d’intelligence di buona parte dei Paesi dell’America Latina per prevenire qualsiasi svolta socialista e/o rovesciare quei governi giudicati eccessivamente permeabili alla penetrazione sovietica. Torture, omicidi, rapimenti e atrocità di ogni genere furono perpetrati nel quadro dell’Operazione Condor, sotto la supervisione di ‘specialisti’ del controinterrogatorio e della controinsorgenza dalla comprovata esperienza quali il ‘boia di Lione’ Klaus Barbie e il colonnello James Steele.

In alcuni casi, tali istruttori facevano parte dei Berretti Verdi e prestavano servizio presso la ‘famigerata’ ‘Scuola delle Americhe‘, l’accademia militare statunitense con sede a Panama presso la quale furono formati circa 60.000 ufficiali di polizia e dell’esercito del Sud America, tra cui torturatori e aguzzini di grosso calibro quali gli argentini Leopoldo Galtieri e Roberto Viola, il peruviano Vladimiro Montesinos, il panamense Manuel Noriega, il guatemalteco Héctor Gramajo, l’haitiano Franck Romain, il cileno Raúl Iturriaga e i diversi militari salvadoregni inquadrati nel battaglione Atlacatl. L’ex presidente panamense Jorge Illueca è arrivato a definire la Scuola delle Americhe come «la più potente base per la destabilizzazione in America Latina», dove si diplomarono non meno di 355 militari brasiliani. In un suo documentatissimo libro sull’argomento, la giornalista argentina Stella Calloni si è spinta oltre, scrivendo che «quella scuola, che fu chiamata ‘di criminali’, risultò essere non solo il centro di addestramento militare come da programma, ma anche un contro per la propaganda delle ideologie che condussero direttamente al genocidio nella zona […]. In Brasile esistevano tre campi specializzati nelle tecniche dell’interrogatorio per prigionieri che includevano metodi di annientamento fisico».

L’ex diplomatica colombiana Clara Nieto ha arricchito il quadro, aggiungendo che gli Stati Uniti contribuirono attivamente all’instaurazione del regime dittatoriale sotto il quale talimetodi trovarono sistematica applicazione; alla vigilia del golpe che nell’aprile del 1964 portò al rovesciamento del presidente João Goulart, «navi da guerra americane arrivarono al largo della costa d Rio de Janeiro dietro ‘urgente’ richiesta dell’ambasciatore Lincoln Gordon […]. Ancor prima che Goulart partisse per l’esilio arrivò il messaggio di congratulazioni del presidente Lyndon Johnson ai cospiratori […]. Sotto la dittatura del maresciallo Humberto Castelo Branco, uno dei tiranni più repressivi nella storia dell’America Latina, le relazioni con Washington raggiunsero un livello senza precedenti: centinaia di consulenti e tecnici Usa furono collocati in posizioni chiave all’interno della pubblica amministrazione, oltre che nelle istituzioni militari e della sicurezza. Il numero di funzionari presenti all’ambasciata statunitense di Rio de Janeiro era maggiore di quello di qualsiasi altra ambasciata Usa, tranne quelle in Indocina e India».

Secondo Bolsonaro, che non a caso è stato definito dallo storico di Harvard Scott Mainwaring come «il leader più estremista nella storia delle elezioni democratiche in America Latina»,  il vero errore compiuto dal regime dittatoriale istituito dai generali fu quello di «torturare e non uccidere» gli oppositori. Anche sul versante economico l’approccio del nuovo presidente appare decisamente in linea con quello adottato a suo tempo dalla giunta militare, poiché fondato sulla combinazione tra riduzione delle tasse in funzione di rilancio degli investimenti privati, taglio della spesa pubblica e introduzione di un vasto programma di privatizzazioni e deregolamentazioni. Un ritorno, insomma, ai dettami del Washington consensus‘da cui i governi Lula e Rousseff avevano cominciato a prendere le distanze prima di uscire di scena in conseguenza una serie di inchieste giudiziarie.

Numerosi indizi suggeriscono inoltre che, sotto Bolsonaro (che ha già ricevuto le congratulazioni di Trump), il Brasile tenderà a ricostruire il rapporto con gli Stati Uniti su una base di stretta collaborazione, così da ricucire lo strappo realizzatosi quando le redini del potere erano detenute dagli esponenti del Partito del Lavoro. Lo ha notato anche un’agenzia tradizionalmente prudente come ‘Reuters’, secondo cui il nuovo Presidente avrebbe in mente di «riallineare il Brasile con economie più avanzate a discapito dei tradizionali alleati regionali». Il che potrebbe preludere a una riconsiderazione del ruolo strategico del Paese, che da pilastro dei Brics potrebbe trasformarsi nel più fedele alleato di Washington in America Latina.

Tutto ciò si inscrive alla perfezione nel disegno dell’amministrazione Trump, che ambisce in tutta evidenza a rinsaldare i legami con una serie di governi latino-americani (messicano e colombiano in particolare) con lo scopo di promuovere un’integrazione economica su scala continentale concepita appositamente per contrastare la penetrazione cinese in quello che fino a non molto tempo fa veniva considerato dagli Usa il proprio ‘cortile di casa’. Nel corso degli ultimi anni, la Cina ha investito 50 miliardi di dollari per la costruzione di un canale interoceanico in Nicaragua in grado di rivaleggiare con quello di Panama, controllato dagli Stati Uniti, e messo in cantiere una ferrovia volta a collegare Pacifico e Atlantico attraverso Brasile e Perù. Nel febbraio 2018, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha presenziato al vertice annuale della Communiy of Latin American and Caribbean States tenutosi a Santiago, in Cile, per estendere ai 33 Stati membri l’invito a partecipare al progetto della Belt and Road Initietive, con lo scopo di «costruire collegamenti attraverso il continente, farli convergere verso le coste affacciate sul Pacifico e agganciarli ai porti locali da cui si diramano le linee di rifornimento marittimo verso la costa cinese. Una sorta di ‘Via della Seta Pacifica’». Wang Yi ha tenuto a specificare che «nulla di ciò ha a che fare con la competizione geopolitica. Il progetto è conforme al principio di raggiungere una crescita condivisa attraverso la discussione e la collaborazione», ma gli Stati Uniti non sono ovviamente dello stesso avviso. L’ammiraglio Kurt Tidd, capo del Southern Command (SouthCom) e autore di un piano operativo mirante a rovesciare il governo venezuelano di Nicolas Maduro, ha ricordato a una commissione del Senato che la Cina ha già investito 500 miliardi di dollari in progetti per lo sviluppo dell’America Latina ed ha in programma di mettere sul piatto altri 250 miliardi entro il 2030.Ha inoltre aggiunto che «la più grande sfida strategica posta dalla Cina in questa regione non è ancora una sfida militare. È una sfida di tipo economico che potrebbe richiedere un nuovo approccio da parte nostra, che ci permetta di affrontare efficacemente gli sforzi coordinati della Cina nelle Americhe».

La raccomandazione di Tidd era quindi quella di rispolverare e riadattare alle esigenze del momento la vecchia, cara ‘Dottrina Monroe‘, che all’epoca in cui fu enunciata (1823) contemplava la chiusura totale del cosiddetto ‘emisfero occidentale’ a qualsiasi ingerenza europea. Oggi, a differenza di allora, si tratta di sbarrare alla Cina la porte dell’America Latina, attraverso il collegamento di quest’ultima alla comunità economica nordamericana costituita poche settimane fa con la radicale ristrutturazione del Nafta. Resta da vedere se la riformulazione della dottrina attuata da Trump e dai suoi collaboratori sarà in grado di convincere Bolsonaro a rivedere radicalmente la natura delle relazioni tra Brasile e Stati Uniti, anche perché, come rileva il ‘Global Times’ di Pechino, «la Cina non interferirà negli affari interni del Brasile che, dal canto suo, ha tutto l’interesse a portare avanti una diplomazia fondata sull’equilibrio e quindi sulla conservazione di buoni rapporti con la Cina, i quali avranno l’effetto di mantenere elevata l’attenzione di Washington nei confronti del Paese sudamericano garantendogli un accresciuto potere contrattuale nelle trattative con gli Usa».

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