sabato, Dicembre 14

Bologna: strage italiana, ovvero impunita

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2 agosto 1980. Sono le ore 10.25 quando un ordigno contenuto in una valigia abbandonata esplode nella sala d’aspetto della seconda classe della stazione di Bologna. Le vittime sono ottantacinque, oltre duecento i feriti.
È una strage, uno degli atti terroristici più gravi del secondo dopoguerra, un colpo durissimo per Bologna, per le persone, per la democrazia, per lo Stato.
Il Sindaco Renato Zangheri, intellettuale ed esponente del Pci, da subito pone pubblicamente domande dure e precise, e promuove iniziative per far capire che la sua città è stata gravemente ferita, ma è in grado di reagire.
Due momenti restano memorabili in tal senso: uno è il discorso in Piazza Maggiore, gremita di folla, a fianco del Presidente Sandro Pertini; l’altro è la grande manifestazione culturale promossa un anno dopo la strage, con Carmelo Bene che legge la Divina Commedia dall’alto della torre degli Asinelli.
In quegli anni Bologna è la città comunista in occidente, la ‘vetrina rossadel buongoverno di sinistra, che attira l’attenzione di giornalisti e politici di tutto il mondo. Negli anni Settanta Bologna, città universitaria, si trova al centro del movimento giovanile, con proteste e manifestazioni contro il Governo nazionale. In mezzo a questo fermento, tra Governo e manifestanti, tra lotta e repressione, con le stragi che colpiscono la città ed i carrarmati in piazza, c’è il Sindaco Renato Zangheri o, come lo chiamano alle feste dell’Unità, il ‘compagno professore’. Uomo di cultura, importante studioso del socialismo, Renato Zangheri, Sindaco di Bologna dal 1970 al 1983, si trova a fare i conti con la traduzione degli ideali in atti concreti, che sviluppa incentivando la cultura e promuovendo un modello di welfare socialista.

La vicenda giudiziaria si conclude il 23 novembre 1995 con la sentenza definitiva di Cassazione: sono condannati all’ergastolo, come esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti, poi, nel 2007, Luigi Ciavardini, considerato l’esecutore materiale della strage. Condanne per il depistaggio delle indagini anche per l’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, sempre dei servizi segreti militari. Il 9 giugno 2000 la Corte d’Assise di Bologna emette nuove condanne per depistaggio.
I mandanti della strage non sono mai stati identificati.
Bologna è al centro della stagione dello stragismo in Italia. Sullo sfondo uno scenario torbido in cui si mescolano informative e depistaggi dei servizi segreti deviati, ambienti neofascisti e Loggia massonica P2, banda della Magliana e Camorra. Nell’analisi di questo contesto storico c’è chi continua lavorare per trovare la verità sui mandanti.
A 36 anni e ancora non è stata fatta piena luce sulla vicenda. Lo dimostra il libro, uscito qualche settimana fa, ‘I Segreti di Bologna – La storia mai raccontata della diplomazia parallela in Italia‘, a firma dell’avvocato Valerio Cutonilli e dell’ex giudice istruttore romano dei tempi degli anni di piombo Rosario Priore, edito da Chiarelettere. Al centro dell’inchiesta del libro: «il Lodo Moro, il patto di non belligeranza tra terroristi palestinesi e mediorientali in genere nel nostro Paese, siglato proprio dall’ex statista della Dc nei primi anni Settanta e difeso ‘usque ad effusionem sanguinis’ dal Sid prima e dal Sismi poi. E soprattutto dal colonnello Stefano Giovannone, alias Stefano d’Arabia, colui che per 25 anni e ancora oggi ha salvato l’Italia da atti di terrorismo dell’Olp prima e islamici al giorno d’oggi».

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