venerdì, Settembre 18

Bolivia nel travaglio di una elezione miraggio Elezioni presidenziali rinviate per la seconda volta. La sinistra boliviana si ribella e attende di rifarsi con Luis Arce

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In Bolivia, le elezioni presidenziali del ‘dopo Evo Morales’ che si dovevano tenere il 6 settembre (rinviate dalla data originale di maggio), a fine luglio sono state rinviate per la seconda volta, ora sono fissate al 18 ottobre. La motivazione è la pandemia di coronavirus Covid-19 che nel Paese sembra fuori controllo. Ufficialmente sono 2.600 i morti, ma si ritiene che i numeri veri siano molti di più, dovrebbero superare le 3mila unità, non ultimo perché il sistema sanitario è collassato. Gli ospedali e gli obitori sono stati travolti, riferiscono i cronisti locali. In alcuni centri i cadaveri sono stati sepolti in fosse comuni causa la mancanza di spazio nei cimiteri. Nelle settimane scorse le autorità hanno recuperato 420 corpi abbandonati in strada, nella capitale, La Paz, e nella più grande città della Bolivia, Santa Cruz. In questo scenario infernale le autorità sanitarie hanno consigliato il rinvio del voto.

Un voto molto difficile, che dovrebbe chiudere l’anno terribile della transizione dalla Presidenza di Evo Morales (al momento in esilio volontario in Argentina, dopo essere fuggito dal Paese a seguito di una elezione, quella del 2019, il cui esito è stato respinto dalla destra, accusando Morales di frodi fino a portarlo a forzate dimissioni), ma che sono in pochi a credere riuscirà a riportare la normalità in Bolivia.

Il partito di Morales, il Movimento per il socialismo (Movimiento al Socialismo – MAS), che ha ancora la maggioranza in Parlamento, ha dichiarato che il Governo della Presidente ad interim di destra, Jeanine Anez, sta usando la pandemia comepretesto’ per restare in carica,«l‘obiettivo è quello di estendere il governo di fatto», ha scritto Morales su Twitter, e il partito ha denunciato violazioni contro i leader di MAS da parte del Governo nel corso di questa anomala campagna elettorale.

Da alcuni giorni, MAS, insieme a sindacati, altri partiti e movimenti di sinistra, ha avviato una manifestazione ad oltranza, bloccando diverse vie di comunicazione alle principali città del Paese con l’obiettivo di far retrocedere il governo dal rinvio delle elezioni, e portarlo a organizzare il voto per il 6 settembre.

Già la scorsa settimana si erano avute manifestazioni organizzate dal sindacato Centro dei lavoratori boliviani (Central Obrera Boliviana – COB). Oltre 5mila persone erano scese in strada.«Il problema nel Paese non è il coronavirus, il problema è questo governo incapace che non ha prestato attenzione alla pandemia in modo tempestivo», ha detto il capo del sindacato COB, Juan Carlos Huarachi. La marcia si era conclusa con un consiglio di lavoratori che ha dichiarato uno sciopero generale indefinito e mobilitazioni in tutto il Paese.

Anez, nel novembre dello scorso anno, aveva assunto la presidenza ad interim con l’impegno di convocare le elezioni nell’arco di tre mesi. Ora i continui rinvii minacciano il ritorno del Paese alla normalità, e gli osservatori locali avanzano l’ipotesi di una escalation dei disordini.
Le manifestazioni mostrano che il MAS è ancora in grado di mobilitare importanti masse di sostenitori, e che probabilmente tale forza la dimostrerà anche alle urne, dove, secondo le dichiarazioni dei leader del partito, il loro candidato, l’economista e ex Ministro dell’Economia, Luis Arce, avrà la maggioranza,anche considerando i sondaggi dei mesi scorsi, e questo, secondo MAS, sarebbe il motivo dei continui rinvii decisi dal Governo. La destra sarebbe preoccupata per il potenziale ritorno al potere di MAS, e il partito sospetta che il Governo ad interim stia cercando anche di impedire ad Arce di prendere parte alle elezionicome hanno impedito a Morales di candidarsi anche solo come parlamentare.

Crisis Group avverte: che in un contesto come quello attuale che vede una polarizzazione sociale e politica esasperata, una nuova tornata elettorale che dia adito a ipotesi di brogli dall’una o dall’altra parte potrebbe innescare ulteriore instabilità.

Da novembre ad oggi le divisioni politiche inBolivia sono cresciute e si sono inasprite causa il dibattito sulle elezioni 2019, sulla legittimità del sistema elettorale in senso lato e l’imparzialità della Commissione elettorale, nonchè «sul ruolo dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA), le cui dichiarazioni controverse hanno avuto un ruolo significativo nel rifiuto dei risultati da parte dei ‘rivali’ di Morales». In questo clima il voto di ottobre è molto complicato, se non pericoloso.

Gli avversari di Morales considerano il voto del 2019 come truccato, sostenendo che se fosse stato regolare Morales avrebbe perso. L’OSA sostiene leirregolarità. I sostenitori di Morales descrivono le sue dimissioni costrette dagli eventi come un colpo di Stato.
Oltre a quella che per il momento appare solo come una polemica giornalistica che vorrebbe Elon Musk tra i protagonisti di quello che Morales considera un colpo di Stato, recentemente le tesi del partito di Morales hanno riscosso successo negli studi accademici condotti negli Stati Uniti, dall’Università di Tulane e dell’Università della Pennsylvania, e nelle simulazioni condotte dagli analisti dell’Election Data and Science Lab del Massachusetts Institute of Technology, mettendo in discussione la metodologia utilizzata dall’OSA per trarre alcune delle sue influenti conclusioni che di fatto consideravano esserci stati brogli a favore di Morales. «È improbabile che le indagini arrivino alla verità, certamente non prima del prossimo voto, il che significa che entrambe le parti contesteranno le elezioni con percezioni contrastanti di dove sia la colpa della crisi del 2019», sostiene Crisis Group. Ecco perché «un altrovoto imperfetto e contestato alimenterebbe le divisioni della Bolivia e rischierebbe di scatenare ulteriori disordini».

Gli attori internazionali possono essere decisivisecondo il think tank, il quale auspica uncoinvolgimento delle Nazioni Unite, della UE, dei Paesi donatori e dalla Chiesa cattolica, in primis, il cui impegno dovrebbe essere quello di osservatori elettorali particolarmente attivi, ma prima ancora di supporto alla macchina elettorale boliviana sotto accusa dal voto dello scorso anno.

L’eredità della crisi del 2019 rischia di gravare avvelenandolo questa nuova tornata elettorale, «anche se si fanno progressi per garantire un voto più pulito». La Commissione Elettorale «sotto una nuova guida e con il supporto tecnico delle Nazioni Unite, sta cercando di ripristinare la fiducia nella sua neutralità ed efficienza. Ma l’eredità delle recenti tensioni è velenosa, alimentando le paure di entrambe le parti che le macchinazioni partigiane abbiano invaso il sistema elettorale».

Crisis Group ricostruisce nei dettagli la vicenda OAS e il ruolo che ha avuto nelle dimissioni forzate di Morales, concludendo che probabilmente l’OAS ha sbagliato, ma che «vi sono pochi dubbi sul fatto che le elezioni abbiano subito notevoli pratiche scorrette». Tra queste pratiche ‘scorrette’ ve ne sono alcune che sono più che altro difetti insiti nel sistema e che essendo il sistema rimasto immutato sono elementi di preoccupazione che potrebbero condurre a un nuovo votonon perfetto’. Si tratta di: scarso finanziamento pubblico delle campagne dei partiti, difetti nelle liste elettorali, procedure errate per la registrazione dei candidati, uso improprio da parte del governo delle risorse statali a beneficio del partito al potere. Criticità che potrebbero inquinare il voto di ottobre.

Lo scontro sulla crisi del 2019 rispecchia le divisioni politiche che attraversano l’America Latina, afferma Crisis Group. La sinistra insiste sul fatto che il presunto colpo di Stato faceva parte di uno sforzo su tutto il continente per espellere dal potere i movimenti progressivi. «In effetti, gli alleati di Morales come il Grupo de Puebla chiedono che venga reintegrato, una richiesta che tutti i suoi avversari respingono e nemmeno il MAS considera realistico o opportuno, dato che l’accordo tra tutte le parti di convocare una nuova elezione presidenziale era la pietra angolare degli sforzi per frenare i disordini alla fine del 2019».
La sinistra di Morales in Bolivia sembra favorita e un suo ritorno al potere sarebbe un segnale di non poco conto nel contesto latinoamericano.
Il MAS vuole le elezioni il più presto possibile, i sondaggi d’opinione mostrano che il loro candidato, Luis Arce al primo turno sarebbe in testa con un solido oltre 30% (tra il 33% e il 32% a seconda dei sondaggi), mentre il centrista e già Presidente dal 2003 al 2005 Carlos Mesa lo seguirebbe a parecchie lunghezze di distanza (tra 23% e 16,09%)e solo al terzo posto si collocherebbe l’attuale Presidente ad interim, rappresentante della destra, Jeanine Anez (tra il 21% e 16,9%). In un probabile secondo turno Arce batterebbe, per quanto di poco, gli altri candidati: 43,2% contro il 42% se fosse Anez e 42,9% contro il 41% se fosse Mesa.

L’analisi di Crisis Group spiega che molti boliviani che si sono opposti a un Morales abbarbicato al potere, sono stati allarmati dalla retorica revanscista e dal razzismo del Governo provvisorio di Anez per tanto potrebbero votare nuovamente per il MAS. Mesa punta a quei settori della Bolivia che vogliono far uscire di scena il MAS, ma non si riconoscono nelle posizioni di Anez e dei suoi alleati. Secondo un analista sentito da Crisis Group: «Mesa sarebbe disposta a lavorare con il MAS. Non sta pensando di smantellare tutto ciò che Evo ha fatto».
Secondo alcuni analisti, «se i concorrenti di Arce -al momento ci sono otto candidati presidenziali- non si fondono prima delle urne, una vittoria al primo turno per il partito di Morales sarà più probabile e potrebbe indurre i sostenitori degli altri partiti a tornare in strada, in particolare se sospettano brogli».

E però, se è vero che un voto controverso in quanto in odore di brogli o anche solo una vittoria con un margine molto stretto potrebbe essere devastante, è altrettanto vero che anche vi fossero elezioni trasparenti, al di sopra di ogni sospetto, la politica polarizzata della Bolivia non arretrerà. «La scissione tra la maggioranza indigena e la minoranza di discendenza europea è un fatto evidente della società e della politica, che si riflette nella composizione e nei credi molto diversi del movimento di sinistra di Morales e del governo ad interim di Anez. Mentre il MAS ha conferito allo Stato un ruolo di primo piano nella lotta alla povertà e nell’annullamento della discriminazione nei confronti della maggioranza indigena, Anez e i suoi alleati rappresentano un ritorno a politiche economiche liberali che favoriscono un intervento statale minimo». Queste differenze e la durezza con le quali si scontrano non scompariranno il giorno dopo il voto. Qualunque sia il risultato, la Bolivia resterà a lungo un Paese in attesa di normalità, il percorso per guarire le ferite sarà lungo, «è fondamentale che il nuovo Governo lavori attivamente per costruire ponti con l’opposizione ed evitare le politiche polarizzanti» che hanno segnato il mandato del Governo Morales prima, e del Governo di Anez poi.

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