sabato, Dicembre 7

Bolivia: Morales si dimette, ‘El Macho’ si prepara Morales si dimette mentre l'esponente dell’estrema destra, Luis Fernando Camacho, si prepara a prenderne il posto

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Secondo il quotidiano ‘El Deber’, María Eugenia Choque, ex Presidente del Tribunale supremo elettorale della Bolivia, e Antonio Costas, ex Vicepresidente, sono stati arrestati ieri sera con l’accusa di brogli nelle elezioni generali del 20 ottobre mentre, avendo già rassegnato le dimissioni, stavano cercando di lasciare La Paz. Sarebbero tate arrestate in tutto 36 autorità elettorali di vari dipartimenti, ha riferito il comandante della polizia boliviana, Yuri Calderón che ha presentato le sue dimissioni, dopo una serie di critiche dall’interno dell’istituzione stessa e da settori della popolazione che lo considerano schierato con il governo di Evo Morales. Di fronte alla crisi in Bolivia, il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), Luis Almagro, ha sostenuto oggi che per la situazione si deve «respingere qualsiasi soluzione incostituzionale».

Il Vice Presidente del Senato, Jeanine Anez – costituzionalmente in linea per diventare presidente ad interim in seguito alle dimissioni di Evo Morales – si è impegnata oggi a convocare nuove elezioni nel travagliato paese sudamericano per gennaio 2020: «Chiameremo le elezioni, un processo elettorale che riflette i bisogni di tutti i boliviani»Le dimissioni di Morales e dei suoi ministri sono arrivate dopo tre settimane di proteste per la sua contestata rielezione e in queste ore ha già ricevuto l’asilo dal Messico. Perso il sostegno dell’esercito, Morales,  ex coltivatore di coca e primo leader indigeno (membro della comunità indigena di Aymara) della Bolivia dal 2006, che stava cercando un quarto mandato nonostante un divieto costituzionale, si è dimesso in un discorso televisivo. Durante il suo discorso di dimissioni, ha difeso la sua origine, che include importanti guadagni contro la fame e la povertà e il triplicare l’economia del paese durante i suoi quasi 14 anni in carica.

Per annunciare che si stava dimettendo, Morales ha viaggiato in aereo fino alla regione di Chimore, in Bolivia, nella Bolivia centrale, la culla della sua carriera in politica. Fu lì negli anni ’80 che si fece conoscere come leader sindacale combattivo a difesa degli agricoltori che coltivano coca. «Non devo scappare. Non ho rubato nulla. Il mio peccato è essere indigeno. Essere un coltivatore di coca. Mi dimetto in modo che loro (i leader dell’opposizione) non continuino a dare dei calci ai nostri fratelli», ha detto Morales riferendosi ai manifestanti filo-governativi che si sono scontrati ripetutamente con manifestanti dell’opposizione.

Per l’opposizione ci sarebbero state frodi nel conteggio dei voti e ne sono seguite tre settimane di proteste di strada, durante le quali tre persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite. Anche l’Organizzazione degli Stati americani ha successivamente effettuato un’inchiesta sulle elezioni e ha segnalato irregolarità in quasi tutti gli aspetti esaminati, tra cui la tecnologia utilizzata, la catena di custodia delle schede, l’integrità del conteggio e le proiezioni statistiche.

Il principale candidato dell’opposizione alle elezioni, l’ex Presidente Carlos Mesa ha detto che la Bolivia diventerà un «nuovo Paese», ma nonostante sia arrivato secondo alle elezioni con 10 punti percentuali in meno rispetto a Morales, ha perso il suo ruolo di primo piano cedendolo all’esponente dell’estrema destra, Luis Fernando Camacho, soprannominato ‘El Macho’. Nato e cresciuto a Santa Cruz, una delle zone più ricche e potenti della Bolivia e il dipartimento in cui vive storicamente la maggior parte della popolazione bianca di origine europea del paese. Dopo aver conseguito la professione di avvocato presso l’Università privata di Santa Cruz de la Sierra, ha completato gli studi presso l’Università di Barcellona, ​​dove ha conseguito un master in Diritto finanziario e tributario. Il suo attivismo è iniziato a 23 anni come vice presidente dell’organizzazione civica Unión Juvenil Cruceñista, una specie di gruppo paramilitare che compie atti di razzismo e discriminazione contro gli abitanti e le istituzioni indigene della zona.

Già nel 2015, è entrato a far parte del Comitato Civico Pro Santa Cruz – dove suo padre era presidente tra il 1981 e il 1983 – prima come secondo vice presidente e poi come primo vice presidente. Da febbraio 2019 Luis Fernando Camacho presiede questa organizzazione che riunisce le imprese, i quartieri e le entità del lavoro nella regione in cui si incontra la maggior parte dell’opposizione al processo di trasformazione guidato da Evo Morales da quando è diventato presidente nel 2006. il soprannome di ‘macho’ gli è valso proprio per il ‘coraggio’ con cui conduce la campagna contro Morales, che accusa di  essere ‘tiranno’ e ‘dittatore’.

Accanto alla sua vita pubblica radicata negli ambienti della destra nel paese, Camacho è professore universitario e imprenditore, e con la sua famiglia fa parte del Grupo Empresarial de Inversiones Nacional Vida S.A. Le società appartenenti a questa società operano nel settore assicurativo, del gas e dei servizi.

Subito dopo l’annuncio dello shock, gli alleati latinoamericani hanno denunciato un colpo di stato contro uno dei loro. Il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha chiesto una mobilitazione dei movimenti politici e sociali «per chiedere la conservazione della vita dei popoli nativi boliviani, vittime del razzismo». Il Ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodriguez, ha descritto Morales come «un protagonista e un simbolo dei diritti delle popolazioni indigene delle nostre Americhe». E il brasiliano Lula ha insistito sul fatto che «il mio amico Morales» è stato rimosso in un colpo di stato, la prova di «un’élite economica in America Latina che non sapeva come condividere la democrazia con i poveri».

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha salutato le dimissioni del leader di sinistra della Bolivia come segnale ai regimi ‘illegittimi’ e ha elogiato il ruolo delle forze armate boliviane. «Questi eventi mandano un forte segnale ai regimi illegittimi in Venezuela e Nicaragua che la democrazia e la volontà popolare prevarranno sempre», ha detto Trump riferendosi ad altre due nazioni latinoamericane di sinistra prese di mira dalla sua amministrazione, parlando di «momento significativo per la democrazia nell’emisfero occidentale».

Nel frattempo le Nazioni Unite hanno affermato che il segretario generale Antonio Guterres è «profondamente preoccupato» per gli sviluppi e «esorta tutti gli interessati ad astenersi dalla violenza, ridurre la tensione ed esercitare la massima moderazione».

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