domenica, Ottobre 25

Bolivia, la sconfitta di Evo Morales

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«Non esistono persone imprescindibili, ma solo cause imprescindibili». Le parole di Carlos Mesa, ex Presidente boliviano e portavoce della causa marittima contro il Cile, sono forse quelle che riassumono meglio il significato simbolico del ‘no’ al referendum che avrebbe permesso il quarto mandato consecutivo di Evo Morales (i tre mandati precedenti risalgono al 2006, al 2010 e al 2015). Il tentativo del Presidente Morales era quello di ribadire la sua egemonia, anche a patto di modificare la Costituzione che, allo stato attuale, permette solo due mandati consecutivi. Il ‘Primo Presidente indigeno’ era già riuscito ad ottenere un terzo mandato adducendo la motivazione che il primo era precedente alla nuova Costituzione boliviana (approvata nel 2009), dunque non poteva essere tenuto in considerazione. Di fronte al tentativo, tramite referendum, di assicurarsi la possibilità di rielezione anche nel 2019, però, il popolo della Bolivia ha detto di ‘no’ con uno schiacciante 51,31%.

Il Presidente boliviano ha subito reagito ammettendo la sconfitta e dichiarando che avrebbe rispettato la volontà del suo popolo, come è giusto che sia in una democrazia. Allo stesso tempo ha sottolineato che questo referendum ha sancito semplicemente la perdita di una battaglia del suo Partito Movimiento al Socialismo (MAS), ma non la sconfitta in guerra. A detta di Morales, infatti, il fatto che il 48,69% si sia espresso per il ‘sì’ al referendum indicherebbe che il MAS gode ancora di un solido appoggio da parte dei boliviani. Allo stesso tempo, però, non sono mancati i commenti sul modo di agire dell’opposizione, accusata di fare ‘gioco sporco’ nei confronti del Presidente.

La critica, nemmeno troppo velata, è riferita in particolare allo scandalo, sfruttato dall’opposizione, del caso Zapata, per cui Morales dovette ammettere di aver avuto una relazione con Gabriela Zapata, lobbista delle imprese cinesi che lavorano per lo Stato, e di averla favorita per l’ottenimento di alcuni appalti milionari. Inoltre, Morales ha accusato i Partiti di destra di aver portato avanti una propaganda razzista contro la sua rielezione, sostenendo che continuando a confermarlo alla guida del Paese gli indigeni boliviani avrebbero ottenuto troppo potere, fino a prevalere sui non indigeni.

Nonostante le critiche, comunque, il Presidente boliviano ha dichiarato che continuerà la sua lotta contro il capitalismo e che il suo Partito non smetterà di lottare per le cause per cui si è sempre battuto, riferendosi in particolare alla disputa marittima contro il Cile, tema su cui il Governo continua ad avere l’appoggio di molti esponenti politici, tra cui lo stesso Carlos Mesa. Per questo motivo il Presidente ha confermato tutti i suoi Ministri e ha annunciato che cominceranno da subito a lavorare sui temi economici prevedendo di aumentare l’investimento pubblico per la crescita economica del Paese. Riguardo al da farsi per le elezioni del 2019 il MAS ha dichiarato che inizierà a scegliere gli eventuali candidati nel 2018. Nel frattempo, però, Morales dovrà trovare un erede che sia degno di prendere il suo posto come leader del Partito. Al momento la persona che sembra favorita ad assumere questo arduo compito sembra essere David Choquehuanca, un fedelissimo del Presidente, che ha esperienza di governo e radici indigene.

Ad ogni modo, chiunque sarà il successore di Morales, non avrà compito facile. Come in tutti i sistemi in cui si punta più sul carisma del leader che sul gioco di squadra, infatti, anche nel MAS il rischio che con l’uscita di scena del capo diminuisca l’appoggio popolare è in agguato. Non sarebbe la prima volta che si assiste ad una sconfitta simile nell’area; basti pensare al declino del Kirchnerismo in Argentina con la disfatta di Daniel Scioli, erede di Cristina Kirchner, e la sconfitta del chavismo tramite il suo esponente Nicolás Maduro in Venezuela. Tutti esiti prevedibili a ben vedere: questi ex leader, in effetti, avevano ottenuto l’appoggio della popolazione facendosi passare per i sostenitori dei movimenti popolari, dei semplici portavoce dei bisogni reali dei Paesi che governavano, per poi però rifiutare di essere rimpiazzati alle elezioni successive, cercando al contrario di eliminare dai giochi chiunque li avrebbe potuti sostituire, come a sostenere che le loro politiche fossero imprescindibili dalle loro personalità.

In più, la scelta di chiedere un referendum per ottenere un ulteriore mandato non giocherà probabilmente a favore del futuro candidato alla presidenza. In effetti con questo tentativo Morales ha dimostrato di voler ancora avere voce in capitolo nella storia della Bolivia, e questo fa pensare che anche se il Presidente sarà un’altra persona, questa sarà solo un personaggio di facciata, un ‘burattino’ nelle mani di Morales, che potrebbe così continuare ad esercitare la sua influenza sulle politiche della Bolivia.

Nonostante tutte queste insidie, comunque, resta il fatto che il Movimiento al Socialismo è ancora il primo Partito della Bolivia, anche per via della forte frammentazione che caratterizza l’opposizione. Per gli avversari di Morales, infatti, il no al referendum ha sancito una grande vittoria, che però dovrà essere sfruttata nel modo giusto in vista delle elezioni del 2019. Le grandi sfide dell’opposizione saranno tre: riuscire a creare una nuova leadership; presentarsi all’elettorato con un programma coerente e credibile; creare coesione per dare un’immagine unitaria di un’opposizione che al momento è rappresentata da tanti piccoli Partiti diversi.

Ad ogni modo i boliviani con questo referendum hanno dimostrato di credere davvero nel sistema democratico e nella loro Costituzione, rifiutandosi di modificarla per favorire il singolo leader, per quanto apprezzato dalla popolazione. Il segnale forte mandato dal popolo della Bolivia è stato chiaro: la democrazia deve essere caratterizzata dall’azione collettiva, non dalle pretese di un singolo individuo e i limiti costituzionali esistono per proteggere il sistema democratico dal collasso. Cambiare una Costituzione per aumentare il tempo in cui un Presidente può stare al Governo potrebbe sembrare relativamente innocuo, ma in realtà è un gesto molto forte. La delimitazione chiara del tempo per cui un capo può restare al potere è uno dei principi chiave della democrazia; è ciò che distingue un Presidente eletto da un dittatore a vita. Questo i boliviani lo sanno bene e il loro voto lo ha dimostrato.

Avevamo iniziato l’anno con un’analisi che sottolineava come la regione latinoamericana, almeno a valutare dai sondaggi per le elezioni che si terranno quest’anno in Perù, Repubblica Dominicana e Nicaragua, sembrava essere tornata sui suoi passi, rinnegando l’ondata di rinnovamento avvenuta nel 2015 con le votazioni in Argentina, Venezuela e Guatemala. Il referendum della Bolivia rimette tutto in discussione. Certo non è un cambiamento radicale, attualmente il Partito di Morales continua ad essere favorito. Sicuramente però il messaggio della popolazione è stato chiaro: l’attenzione del Governo deve essere posta sulle politiche utili a far crescere il Paese, non su quelle finalizzate ad affermare un’egemonia personale. Ai boliviani non interessano più i Presidenti carismatici, ma i Partiti che agiscono per il bene dello Stato.

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