sabato, Dicembre 7

Bolivia, l’inizio della fine di Pachamama Gli indigeni contro Morales hanno costruito le condizioni per la fine dell’Estado de Plurinacional Bolivia. Ora il rischio è di perdere la rappresentanza politicamente

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In Bolivia il conto dei morti della protesta che ha portato alle dimissioni del Presidente Evo Morales, lo scorso 10 novembre, si aggiorna di giorno in giorno. Ieri, a esito degli scontri tra le forze di sicurezza boliviane, che in queste settimane hanno usato non solo lacrimogeni, ma anche carri armati ed elicotteri, e i sostenitori di Morales, il conteggio aveva raggiunto quota 32 morti e centinaia di feriti e arrestatiIeri il Presidente ad interim della Bolivia, Jeanine Anezha promulgato la nuova legge elettorale -‘legge del regime eccezionale e transitorio per lo svolgimento delle elezioni generali’-, approvata sabato dal Parlamento.

La legge annulla l’esito delle elezioni del 20 ottobre scorso ed esclude i candidati che hanno ricoperto incarichi nei precedenti due mandatiimpedendo così all’ex Presidente Evo Morales, in esilio in Messico dopo essersi dimesso, di correre per un nuovo mandato presidenziale.

La norma prevede altresì che il Parlamento torni a riunirsi per nominare, entro massimo 20 giorni, i nuovi sette membri del Tribunale elettorale supremo, che avrà poi il compito di fissare la data delle nuove elezioni, entro massimo 120 giorni.

Oggi, Gerardo Garcíavice presidente del Movimiento al Socialismo (Mas), il partito dell’ex Presidente boliviano Evo Moralesè stato trasferito in prigione dopo essere stato arrestato perché accusato di uso indebito di beni dello Stato, accusa a cui è stata aggiunta quella di furto aggravato, in quanto in possesso di auto blu non autorizzata. Inoltre, la Polizia ha sequestrato nell’auto diversi documenti del partito di Morales.
Scorsa settimana Jeanine Anez aveva rigettato la possibilità di un’amnistia all’ex Presidente Morales, accusato di sedizione e terrorismo. «Abbiamo affermato che il mio governo non perseguiterà alcun politicosindacato o leader civile, ma allo stesso tempo dobbiamo essere chiari su fatto che chi ha commesso criminiha aggirato la legge o commesso abusi non avrà alcuna amnistia». Un messaggio chiarissimo per l’ex Presidente.

Un arresto, quello di Garcia, che rischia di provocare ulteriori scontrie che politicamente solleva molte preoccupazioni, sia sull’agire della Presidenza ad interim, già accusata di repressione, sia su quanto sta accadendo all’interno del partito di Morales.
C’è da considerare infatti che la legge elettorale che esclude Morales ha ottenuto anche il voto favorevole del MASil partito di Morales, che ha la maggioranza in Parlamento. Un voto che mette in evidenza le sue divisioni interne sulla figura di Moreles. E questo è forse il più grosso problema che la Bolivia ha in questo momento, ovvero lo scontro tra gli indigeni che sostengono Morales e quelli che invece hanno lavorato per la sua uscita di scena, scontro che ora si palesa anche all’interno del partito dell’ex Presidente.

Prosegue anche il lavorio politico«Il Governo golpista di Mesa, Camacho e Anez ha un piano per chiudere l’Assemblea Legislativa», ha dichiarato in un tweet, dal suo rifugio in Messico, Morales, parlando di militari attorno al Parlamento, «secondo il vecchio stile della dittatura», mentre la Presidente dell’AssembleaEva Copaesponente del suo partito, il Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos (Mas), ha sospeso la sessione in cui si doveva iniziare a discutere la convocazione di nuove elezioni, che la Presidente ad interim, Jeanine Anez, ha garantito di voler convocare «al più presto» e lavorare perché siano elezioni «trasparenti» per «recuperare la credibilità democratica» del suo Paese.
La Chiesa cattolica, particolarmente influente in Bolivia, si è proposta come mediatrice per «pacificare» la situazione nel Paese, e ha lanciato un appello al «dialogo» al Governo provvisorio e a tutti i partiti politici, nonché alla società civile. Obiettivo: «pacificare il Paese e mettersi d’accordo sulle condizioni di nuove elezioni presidenziali e legislative e sull’elezione di nuovi membri del Tribunale supremo elettorale», ha dichiarato monsignor Aurelio Pesoa, Segretario generale della Conferenza episcopale della Bolivia.
All’invito si sono uniti Unione europea e Onu. Mentre Amnesty International ha chiesto al Governo provvisorio di abrogare immediatamente il decreto 4078 del 14 novembre 2019, che garantisce l’impunità alle forze di sicurezza.

Il mondo indigeno è in subbuglio, le proteste contro Anez continuano riempire le strade. E però il mondo indigeno sta mostrando la sua spaccatura sulla figura di Morales. Elemento che spesso non è evidenziato. Elemento che secondo alcuni osservatori è fondamentale per capire quanto effettivamente è accaduto e sta accadendo e accadrà in Bolivia.

Il mondo indigeno della Bolivia non è un monolitico, tutt’altro, infatti, secondo gli studiosi, è opportuno parlare di ‘indigeneità’ (‘indigeneity’) e in questo concetto sta la relazione tra etnia, indigeneità e classe.
Posto che c’è da tenere presente che la composizione etnica della Bolivia è contestata, dagli studiosi e qualche volta dalla popolazione stessa, perchè c’è una netta differenza tra i dati sull’autoidentificazione indigena nel censimento del 2001 e in quello del 2012,
 nel censimento 2001 il 62% dei boliviani si identificava come ‘indigeno’, mentre in quello del 2012 solo il 42% -una variazione che alla base ha il fatto che i metodi utilizzati nei due censimenti sono totalmente diversi. In sintesi: almeno il 42della popolazione è indigenola maggior parte del resto degli 11 milioni di persone della Bolivia si considera una razza mista. I gruppi etnici maggioritari sono i Aymara e i Quechua -gruppi provenienti dagli altopiani occidentali.
Morales ha riconosciuto l’indigeneità come il cuore della nazionalità bolivianaSotto la guida di Morales, il nome della Bolivia è stato cambiato in Estado de Plurinacional Bolivia, nel 2009, e la legge ora riconosce 36 lingue ed etnie indigene. Morales ha anche protetto il diritto delle comunità indigene a praticare la propria religione, tanto che agosto è diventato il mese di Pachamama, la madre terra andina. Con la sua amministrazione gli indigeni hanno finalmente avuto una Costituzione nella quale sono riconosciuti come tali.

La base sociale del partito politico di Morales, il MAS (Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos)sono le organizzazioni contadine dell’Altiplano e delle valli semi-tropicali di Cochabambaunitamente a un gruppo di sindacati e federazioni che rappresentano contadini e operai proletari ruraliQuesti soggetti hanno una relazione organica con il MAS e sono questi i così detti Indios a fianco di Morales.
A questo nocciolo duro si aggiungono coloro che lavorano in settori che hanno beneficiato della politica del MAS, ovvero quelli che vengono definiti ‘piccoli produttori informali’ di materie prime e braccianti che vivono ai margini della società e della legalità, oltre a minatori impiegati sia dallo Stato che dalle cooperative, e altre piccole componenti della classe medio-bassa e professionale.

C’è, però, una componente indios che, come alcuni settori della borghesia cittadina -in particolare il nucleo che fa capo a La Paz– e alcuni settori degli universitari, si è opposto all’agenda di sviluppo del Governo guidato dal MAS, gruppi soprattutto che sono interessanti da vicino dai progetti estrattivi o di infrastrutturaliTra questi gruppi, hanno conquistato visibilità in questi anni gli indigeni di pianura, in particolare quelli deIsiboro Sécure National Park and Indigenous Territoryinteressati dalla deforestazione selvaggia e, soprattutto l’elemento che li oppose a Morales è stato l’attraversamento di una autostrada di grande impatto ambientale, e i gruppi indigeni delle regioni deChaco, colpiti dall’estrazione di idrocarburi.
Lo scontro che ha opposto alcuni indigeni a Morales è stato sulle politiche ambientali e le scelte economiche del Governo di Morales.
Anche i 
gruppi indigeni del parco nazionale Madidi -dichiarato, nel 2012, il luogo con la maggiore biodiversità sull’intera faccia della Terra- si sono schierati contro Morales, a causa del mega-progetto idroelettrico BalaChapetecosì come gli Ayllos, unità socio-territoriali delle comunità indigene Aymara, del Nord Potosí, retaggio civiltà Inca e di altre civiltà precolombiane. Gli Ayllus erano intervenuti pochi giorni prima che Morales si dimettesse, dichiarando di ritenere che le elezioni avessero violato i principi etici e morali, di autonomia e indipendenza, nonché di pubblicità e trasparenza previsti dai regolamenti elettorali, sottolineando che vi erano state frodi nelle elezioni generali di ottobre, quindi chiedono l’annullamento delle elezioni e relativo nuovo voto. Lo avevano fatto con la pubblicazione di un manifesto redatto e firmato dalla Nazione del Qhara Qhara, che rappresenta diversi ayllus situati nelle province di Tomas Frías, Cornelio Saavedra e José María Linares del dipartimento di Potosí. Il manifesto chiedeva le dimissioni di Moralesaccusandolo di essersi infatuato di potere.

Gruppi di opposizione che da tempo hanno attirato l’attenzione degli studiosi, tra questi Angus McNelly, docente di politica e sviluppo internazionale latinoamericano, della Queen Mary University di Londra, il quale ha percorso i territori degli indigeni dell’opposizione a Morales analizzandone le motivazioni e le loro condizioni di vita.
Nella sua ricerca, McNelly spiega il potere che nel tempo hanno conquistato questi
 gruppi regionali di opposizione, «sempre più potenti» tanto che «si occupano della distribuzione di potere e risorse all’interno del Paese». Opposizione molto strutturata e potente, che, per esempio, ha sotto controllo Potosí, così come i comitati civici dei dipartimenti di Beni, Pando, Santa Cruz e Tarija.
Una 
opposizione, questa, che è stata capace di aggregare, nel tempo, una moltitudine di forze popolari abbastanza potenti da influire sulla politica, e che da dopo il voto del 20 ottobre si è mossa in modo sorprendente di fatto paralizzando il Paese.
A questa accelerazione, secondo Angus McNelly, ha contribuito l’emergere di 
Luis Fernando Camacho, capo del Comitato Pro Santa Cruz, dagli stagni della politica regionale di destra al palcoscenico nazionale. Ma è stata l’opposizione indigena, secondo il politologo londinese, a convincere alle dimissioni Morales.

L’uscita di scena di Morales, per volontà di una parte del suo ‘popolo’ condurrà una larga parte della popolazione indigena, principalmente rurale, a non avere più una rappresentanzaTale frustrazione porterà ad ulteriore violenza se lasciata irrisolta.

Va ricordato che Áñez ha rilasciato dichiarazioni apertamente anti-indigenela sua ascesa al potere ha riacceso parte del sentimento anti-indigeno che era dominante in Bolivia prima dell’Amministrazione Morales. Dall’espulsione di Morales, ci sono notizie di bandiere di Wiphalas che vengono demolite e bruciate. Gli agenti di Polizia e i membri militari sono stati filmati mentre toglievano la bandiera indigena dalle loro uniformi.
I boliviani indigeni sono preoccupati per la direzione assunta dal Paese sotto la guida di Ánezla quale ha riacceso anche lo scontro religioso.

Nei giorni in cui Morales ha lasciato l’incarico, masse di sostenitori di Morales hanno marciato dalle campagne per riunirsi nelle città boliviane, e chiedere la fine del governo provvisorio.
Molti affermano di temere la repressione dell’Esercito sotto il governo provvisorio. Temono che la violenza politica che ha attanagliato la Bolivia dalla dal 20 ottobre si trasformi in una violenza razziale e religiosa contro gli indigenisostiene Matthew Peter Casey, professore di storia, all’Arizona State University.
«
Tutti noi che abbiamo volti dall’aspetto indiano vengono segnalati come parte del partito di Morales, in particolare le donne indigene» , ha detto l’attivista femminista Adriana Guzmán al punto vendita Telesur dopo la rimozione di Morales.

la nuova legge sul voto crea appunto questa situazione in cui né gli indigeni pro-Morales né gli indigeni che si sono scontrati con Morales fino a chiederne le dimissioni, avranno una rappresentanza. Il che potrebbe significare una bomba sociale. Una cosa è certa: la regressione del Paese, la regressione della dignità indigena.

I dialoghi avviati dal Governo per pacificare il Paese sono iniziati sabato, lo stesso giorno dell’approvazione della legge elettorale. Le premesse non lasciano intravedere nulla di buono per gli indigeni.

La Chiesa cattolica, particolarmente influente in Bolivia, scorsa settimana si è proposta come mediatrice per «pacificare» la situazione nel Paese, e ha lanciato un appello al «dialogo» al Governo provvisorio e a tutti i partiti politici, nonché alla società civile. Obiettivo: «pacificare il Paese e mettersi d’accordo sulle condizioni di nuove elezioni presidenziali e legislative e sull’elezione di nuovi membri del Tribunale supremo elettorale», ha dichiarato monsignor Aurelio Pesoa, Segretario generale della Conferenza episcopale della Bolivia. Non è operazione semplice, soprattutto perché il governo provvisorio ha messo sull’‘altare’ del Palazzo presidenziale proprio la Bibbia, dichiarando guerra a Pachamama. Difficile pacificare avviando una guerra religiosa ed etnica.

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