lunedì, Agosto 3

Boito, un artista immeritatamente sottovalutato

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«Della Traviata potremmo anche fare a meno, del Mefistofele no» diceva George Bernard Shaw certificando l’unicità di un’opera che ha conosciuto solo estimatori o detrattori, e che di certo non lascia indifferenti. Arrigo Boito aveva 26 anni quando la propose sotto la sua direzione, per la prima volta, alla Scala e l’insuccesso fu clamoroso, tanto che per i disordini creatisi la direzione del teatro fu costretta a ritirarla dopo solo due recite (era il 1868). Il successo duraturo arrivò, invece, sette anni dopo, quando, riproposta nella wagneriana Bologna con significativi cambiamenti, tagli di atti, modifiche di ruoli (Faust originariamente era baritono e fu adattato alla corda tenorile), aggiunte di pagine, l’opera entrò stabilmente nel repertorio divenendo cavallo di battaglia di grandi direttori, di grandi bassi, nonché proposta qualificante nelle stagioni di tutti i teatri.

Il Mefistofele era opera eseguitissima fino a qualche decennio fa, tanto che Nazzareno De Angelis, il grande basso italiano (forse il più grande) nella sua carriera ne aveva potute cantate ben 987 recite (nella sua superstizione sosteneva che il 13 gli portasse sfortuna e che per 13 recite non era arrivato a cantarne 1000)! Mio padre adolescente aveva assistito ad una di queste rappresentazioni in teatro a L’Aquila e me la raccontava come un’esperienza indimenticabile: «Il Mefistofele di De Angelis… il coro di bambini Sian nimbi volanti… le arie…».

Il Boito che però raggiungerà una fama duratura ed universale non sarà il musicista, ma il poeta, anzi il librettista: la sua collaborazione con  Giuseppe Verdi per Otello e Falstaff, nonché per la revisione di Simon Boccanegra lo consacrerà, seppur relegandolo nella schiera degli “Scapigliati” quasi a sminuirne il valore con l’appartenenza ad un movimento letterario e ad un genere “minori”. Quasi dimenticando, poi, gli altri libretti: La Falce musicato da Alfredo Catalani o Amleto per Franco Faccio, o Nerone e Mefistofele scritti per se stesso, Ero e Leandro musicato da Luigi Mancinelli e da Giovanni Bottesini, Basi e Bote, in dialetto veneziano ripreso dopo la sua morte da Riccardo Pick-Mangiagalli, oppure quello de La Gioconda scritto per Amilcare Ponchielli sotto lo pseudonimo di Tobia Gorrio, anagramma del suo nome.

Del perché dell’uso di un nom de plume, come librettista è forse possibile ritrovarne le motivazioni nell’insuccesso del Mefistofele. Boito, infatti, prima del disastro, era assurto a giovane campione della ‘musica dell’avvenire’, ed il comparire come librettista di opere tutto sommato tradizionali avrebbe potuto nuocere alla sua immagine. C’era poi l’imbarazzo del non volersi mostrare come semplice librettista per altri compositori, visto che era ormai un compositore apprezzato, dopo il successo ottenuto dal Mefistofele bolognese.

Figlio del pittore Silvestro e della contessa polacca Giuseppina Radolinska, al suo secondo matrimonio, Enrico Giuseppe Giovanni (così era stato battezzato), aveva un fratello maggiore, Camillo, noto architetto, ed una sorella (per parte materna) Tecla, che viveva in Polonia. Il padre, ritrattista apprezzato, aveva abbandonato presto la famiglia, ma la madre, nonostante le ristrettezze economiche, era riuscita a farlo entrare al conservatorio di Milano, dove aveva studiato composizione con Alberto Mazzuccato.

Subito dopo il diploma, non ancora ventenne, aveva ottenuto una borsa di studio di duemila lire elargita a lui e a Franco Faccio dal Ministero della Pubblica Istruzione, una specie di Erasmus dell’epoca, che gli consentì di vivere per un anno a Parigi, dove ebbe modo di conoscere e frequentare Verdi, Berlioz e Rossini.

Ventiduenne, per due mesi, nella Terza guerra d’Indipendenza aveva seguito Garibaldi in Trentino, insieme all’amico di sempre, il compositore e direttore Franco Faccio compagno di studi al conservatorio di Milano, e ad Emilio Praga con il quale aveva fondato la rivista “Figaro”. È da questa rivista che aveva lanciato le sue idee sulla musica italiana e sulla necessità del suo rinnovamento nonché le sue posizioni letterarie dichiaratamente antimanzoniane. E nell’ottica del rinnovamento della cultura italiana era stato a Milano tra i fondatori della Società del Quartetto, istituzione musicale da allora ininterrottamente attiva. Infine, a ventisei anni il Mefistofele alla Scala, il clamore della sua caduta e la resurrezione bolognese del capolavoro operistico tratto dal Faust di Goethe.

Come non ricordare, poi, i sette anni d’amore con il simbolo di un’epoca, quella Eleonora Duse per la quale realizzò traduzioni ed adattamenti di tragedie shakespeariane e che gli scrisse centinaia di lettere e biglietti (rivelandoci la sua morbosa sensibilità, quasi che in ogni momento rivivessero in lei tutte insieme le tante eroine impersonate in teatro). Quella Duse che finirà poi tra le braccia di Gabriele d’Annunzio, il poeta amato ed apprezzato da entrambi e citato innumerevoli volte in quella stessa immensa corrispondenza epistolare.

Ci domandiamo: come mai un grande artista e multiforme come Arrigo Boito non sia adeguatamente apprezzato dalla critica degli ultimi decenni? Forse tutto quell’armamentario critico costruito sull’estetica del suo “dualismo”, sul suo essere un ateo che si annulla nel “Baluardo m’è il Vangelo” (che fa pronunciare a Faust, con un bel si naturale, alla fine del Mefistofele) gli fa perdere la sua natura trasgressiva e non lo fa più difendere da quelli che potrebbero essere i suoi alleati di oggi? Forse certi musicologi non tollerano che il suo Faust non sia così prosaico come quello di Charles Gounod, e contenga pagine capaci di suscitare grandi emozioni (l’emozione, oggi è del tutto fuori moda), oltre all’aver voluto musicare tutto il Faust goethiano, compresa la seconda parte (peccato di superbia…)? Forse la mancanza di senso dell’ironia di quegli stessi critici non fa loro comprendere il gusto del grottesco in molte delle pagine della sua opera, scambiate spesso, erroneamente e banalmente per trivialità?

Infine, l’attenzione tributata fino agli anni Sessanta all’opera elaborata per una vita, il Nerone, messa in scena postuma alla Scala nel 1924 (cioè sei anni dopo la sua morte), lo fanno essere in odore di apprezzamento da parte della “cultura del Ventennio” e quindi da rifiutare aprioristicamente?

La sua scrittura poetica arricchita dal gioco di parole, dalla rima bizzarra ed originale, dallo scherzo, dal lazzo, dal gusto per l’erudizione, musicale nel suono e nel ritmo ne fa un artista unico, precursore di tanta poesia del Novecento.

La sua scrittura musicale ricca di abbandoni lirico-sentimentali (riascoltate l’impareggiabile duetto del Mefistofele “Lontano, lontano, lontano” tanto per citare una pagina) e ricca pure di dissonanze inattese, di nobiltà e di sarcasmo, del grottesco e dell’ilare, del sulfureo e del celestiale non assomiglia a quella di nessuno, anche se in molti prenderanno da lui.

Se la personalità artistica è un merito, questo gli va riconosciuto essendo stato Boito artista originale e dallo stile unico. Del resto possiamo consolarci: fino a qualche tempo fa anche Giacomo Puccini era considerato da alcuni un compositore di secondo piano…

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