giovedì, Luglio 18

Bobi Wine promette la rivoluzione sudanese in Uganda … che però non è il Sudan Bobi Wine, ha promesso, attraverso i social, che ben presto in Uganda la popolazione inizierà una rivoluzione simile a quella del Sudan per liberare il Paese dalla dittatura del Presidente Yoweri Kaguta Museveni. Impresa impossibile

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L’Onorevole Robert Ssentamu Kyagulanyi, nome d’arte Bobi Wine, ha promesso, attraverso i social, che ben presto in Uganda la popolazione inizierà una rivoluzione simile a quella del Sudan per liberare il Paese dallamostruosadittatura del Presidente Yoweri Kaguta Museveni, al potere dal 1987, anno in cui liberò con le armi l’Uganda dal regime di Milton Obote. «Conosciamo bene i piani di Museveni e del suo regime per riscrivere la Costituzione a loro favore e vincere le prossime elezioni del 2021. Avranno un’amara sorpresa in quanto entro il 2019 questo regime cadrà grazie ad una rivoluzione popolare come sta accadendo in Sudan e Algeria», ha promesso Bobi Wine.

La strategia del cantante reggae è molto semplice. Provocare manifestazioni popolari pacifiche in tutto il Paese, destituire Museveni, mettere fuori legge il partito di governo, il  National Resistance Movement (NRM), e indire le elezioni entro i successivi sei mesi come prevede l’articolo 109 (2) della Costituzione.
Bobi Wine ha invitato i cittadini a registrarsi presso la Commissione Elettorale per essere pronti alle imminenti elezioni anticipate.
I rapporti dei servizi segreti ugandesi rivelano che Bobi Wine sta cercando di creare dei comitati rivoluzionari popolari in tutto il Paese e una struttura di coordinamento in grado di formare un governo transitorio dopo la caduta di Museveni e preparare libere elezioni.

L’Onorevole Ssentamu, di origine etnica Buganda, e conosciuto con il suo nome di cantante reggae Bobi Wine, è giunto alle cronache nazionali e internazionali nell’agosto del 2018, quando tentò una insurrezione popolare incitando i suoi sostenitori ad uccidere il Presidente Museveni. Incitamento goffamente messo in atto ad Arua, importante città economica al confine con Congo e Sud Sudan, il 14 agosto scorso, quando il convoglio presidenziale è stato attaccato dai manifestanti di Bobi Wine, costringendo le Special Force Commandos e la Guardia Presidenziale a intervenire il difesa del Presidente della Repubblica.

Le motivazioni di un atto simile erano le presunte frodi durante le elezioni locali per il posto vacante di parlamentare del distretto di Arua, a seguito dell’assassinio del parlamentare Ibrahim Abiriga, caso rimasto tutt’ora irrisolto. Prima ancora dei risultati ufficiali, Bobi Wine dichiarò ai suoi sostenitori che erano state compiute frodi elettorali per favorire il candidato del NRM. L’attentato al Presidente non fu frutto di un piano eversivo nazionale, ma dell’incitamento alla violenza da parte di Bobi Wine, che spinse improvvisamente i giovani sottoproletari ad attaccare il convoglio Presidenziale con un fitto lancio di pietre, risultato vano contro la vettura blindata che ospitava Museveni, presente ad Arua per sostenere il candidato del NRM.

Il bagno di sangue fu evitato solo grazie agli ordini di Museveni in persona, impartiti nel caos generale scoppiato immediatamente dopo il fallito attentato, ordini che vietarono alla scorta militare di far uso di eccessiva forza contro i manifestanti. Nella guerriglia urbana scoppiata dopo l’attentato, si registrò una sola vittima, l’autista di Bobi Wine, ucciso dalle Special Force Commandos durante l’arresto del leader politico. Fu arrestato anche il candidato indipendente Kassiano Wadri. Entrambi furono accusati di atti sovversivi e attentato alla vita del Presidente.

L’arresto di Bobi Wine galvanizzò la base politica del suo movimento, il People Power, formato per la maggioranza da giovani sottoproletari urbani. Le violenze si tramutarono in vere e proprie battaglie urbane, che impegnarono per giorni le forze dell’ordine in un difficile contenimento, presso la capitale, Kampala e, in misura minore, presso altre città. Dopo aver subito ingiustificabili maltrattamenti durante gli interrogatori, abilmente trasformati da Bobi Wine in torture, il cantante reggae riuscì a fuggire dall’Uganda per rifugiarsi negli Stati Uniti. Una fuga permessa dallo stesso Museveni per allontanare il rivale politico e calmare le acque.

Negli Stati Uniti Bobi Wine, sorretto da alcuni congressisti, chiese al Presidente Donald Trump di rompere con Museveni e supportare la democrazia e il cambiamento in Uganda. Bobi Wine fece ritorno in Patria dopo qualche mese con la promessa di desistere da manifestazioni politiche improntate alla violenza, in quanto l’esame delle dinamiche degli scontri dell’agosto 2018 evidenziava chiaramente che il diritto a manifestare era stato trasformato in violenza.

Dovendo rispettare il patto siglato con il Presidente Museveni di non indire manifestazioni violente e strettamente controllato dalle Forze Speciali e servizi segreti, Bobi Wine utilizza i suoi concerti reggae per far veicolare i suoi messaggi eversivi ai fans, spesso in stato di confusione mentale ed eccitazione emotiva causato dall’uso di droghe di cui Bobi Wine è promotore, secondo una sua personale interpretazione della filosofia – religione giamaicana Rastafari, nata attorno alla figura dell’Imperatore etiope Haile Selassie I.

Domenica 21 aprile Bobi Wine è stato arrestato dalla Polizia, mentre si stava recando a  un concerto, a cui le autorità avevano negato il permesso di svolgersi. Ora il Rastafari Man è agli arresti domiciliari, presso la sua residenza a Magere Kasangati, nel Distretto di Wakiso. Sabato 27 aprile Bobi Wine ha postato su Facebook e altri social media la notizia di aver eluso la sorveglianza della Polizia e di essersi recato a Bugiri, est dell’Uganda, per partecipare ai funerali del ex capo del distretto LC 5, Siraji Lyavala, deceduto il 24 aprile presso l’ospedale Norvic, a Kampala, dove era stato ricoverato un mese fa. A funerali conclusi è ritornato alla sua residenza ridicolizzando la sorveglianza della Polizia.

Esistono le reali condizioni per una rivoluzione in Uganda sullo stile di quella sudanese?
La risposta è no. La rivoluzione in Sudan è scoppiata grazie a particolari situazioni: una lunga crisi economica che dura dal 2011 (anno della secessione del Sud Sudan), una forte crisi interna al partito al potere, il National Congress Party, e all’interno delle Forze Armate e la determinazione della maggioranza della popolazione a farla finita con il repressivo regime islamico del ex Presidente Omar Al Bashir che stava portando il Paese alla rovina. L’iniziale rivolta popolare spontanea è stata trasformata in una rivoluzione strutturata dalla potente Sudanese Professionists Association – SPA, evidenziando che la classe borghese imprenditoriale sudanese ha deciso di sostituire il regime che stava fortemente danneggiando i propri interessi economici.

Nessuna di queste condizioni è presente in Uganda. Sia il partito al potere, il NRM, che le Forze Armate sono controllate dal Presidente Museveni e da suo figlio, il generale Muhoozi, a capo dell’Esercito. Questo controllo ha cementato l’unità interna, anche grazie alla partecipazione ai proventi derivati dalla rapina delle risorse naturali in Congo e Sud Sudan. L’Uganda ha dei ritmi di crescita economica annuale del 4%. Nel 2018, grazie a piani di sviluppo economico dei settori agricolo, industriale e nuove tecnologie, la crescita economica é raddoppiata rispetto a quella registrata nel 2017. Dal 3,9% al 6,1%.

In Uganda esistono le differenze tra classi, essendo l’economica orientata al libero mercato, ma queste differenze non sono enormi come quelle registrate in altre potenze economiche africane quali, ad esempio, Etiopia, Nigeria, Sudafrica. La disoccupazione giovanile rimane alta e alcune fasce produttive come i commercianti stanno subendo serie difficoltà, ma gli imprenditori dei settori trainanti stanno conoscendo una stimolante crescita dei profitti. Esiste una scarsità di contanti, che sta rallentando i consumi interni, ma l’inflazione è nettamente migliorata. Negli ultimi sei mesi, lo scellino ugandese ha recuperato il 30% rispetto al dollaro americano e il 24% rispetto all’Euro.

A differenza del Sudan, la classe imprenditoriale e la classe media ha largamente beneficiato del regime di Museveni e il tenore di vita generale della popolazione è aumentato. L’opposizione ugandese è formata da ex dirigenti del NRM che hanno avuto dissidi personali con Museveni. Il caso più eclatante è il Colonnello Kizza Besyge, medico personale di Museveni durante gli anni della guerriglia. L’opposizione ugandese manca sia di unità di intenti che di seri programmi politici ed economici alternativi.

Non fa eccezione Bobi Wine. Il suo programma politico è confuso e non arriva nemmeno alla qualità minima dei movimenti populisti europei. Si concentra su poche parole d’ordine come: cambiamento, potere al popolo, che nascondono un vuoto programmatico disarmante e pericoloso. In Sudan la SPA ha saputo proporre un programma politico molto avanzato e progressista, capace di attirare alla rivoluzione milioni di persone. Questo in contesto di una dittatura islamica.

La mancanza di unità tra i vari partiti di opposizione si manifesta anche nei dissidi latenti tra il movimento People Power di Wine e i partiti classici. I leader storici dell’opposizione, compreso lo stesso Colonnello Besyge, sono riluttanti a sostenere Wine, in quanto non è uno di loro. In sostanza non ha fatto parte del NRM quindi è un alieno. Questa riluttanza offre un notevole vantaggio politico a Museveni.

In ultimo, la maggioranza della popolazione ugandese non vede di buon occhio Bobi Wine, per il suo passato di tossicodipendente, per la vacuità del suo programma politico e i continui incitamenti alla violenza cieca. Fattori che inducono la popolazione ad attente riflessioni, in quanto nessuno vuole perdere il benessere acquisito e sopratutto il lungo periodo di pace garantito da Museveni. Situazione preferibile al periodo di caos, violenze, dittature militari e golpe dei regimi di Milton Obote e Idi Amin Dada. La base politica di Bobi Wine è composta sopratutto da giovani sottoproletari urbani, tassisti e mototassisti. Settori della società poco istruiti, che nutrono il sogno di diventare super-ricchi, indipendentemente dalle loro istruzione e capacità professionali.

Le tattiche politiche adottate da Bobi Wine sono identiche a quelle adottate da Kizza Besyge e altri leader dell’opposizione storica. Non potendo coinvolgere la maggioranza della popolazione, Wine studia continuamente provocazioni con l’intento di farsi arrestare e poter incarnare la figura del giovane martire rivoluzionario che lotta contro un mostruoso regime, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.

Bobi Wine si affida a campagne sensazionalistiche. Come Besyge conduce un predeterminato show a differenza che il palcoscenico è l’ambiente naturale di Wine, quindi eccelle nelle performance, come la promessa della rivoluzione entro il 2019 e la recente petizione rivolta al Presidente Donald Trump e alla Casa Bianca. Una petizione consegnata il 25 aprile all’Ambasciata americana a Kampala dall’avvocato di Wine, Robert Amsterdam. Il documento di sei pagine illustra la situazione dell’Uganda secondo Bobi Wine: gravi violazioni dei diritti umani, regno di terrore, arresti arbitrari, repressione dell’opposizione, torture, abusi della forze dell’ordine, mancato rispetto della Costituzione, della Democrazia, dei diritti civili e della libertà di stampa. Addirittura il Governo è accusato di essere responsabile del massacro di Kasese, nel 2016, e quello di Aura, nell’agosto 2018.
A leggere la petizione si ha l’impressione che l’Uganda sia prigioniera di un brutale e sanguinaria dittatura simile a quella appena caduta in Sudan, o a quella ancora stabile al potere in Burundi. Una situazione ben lontana dalla realtà del Paese, ed evidentemente esasperata dal Rastafari Man. In Uganda vige una democrazia controllata da una oligarchia militare simile al modello di Bambara – Susi in Egitto. I fatti di sangue avvenuti a Kasese nel 2016 hanno profonde implicazioni politiche e interferenze di Paesi vicini, come il Congo, indirizzate a danneggiare il Presidente Museveni.
La Polizia e l’Esercito si sono scontrati contro manifestanti armati, ma lo scontro, cruento, non si è tramutato in un massacro di civili. Stesso dicasi per Aura, nell’agosto 2018, dove vi è stata solo una battaglia urbana dopo il fallito attentato al Presidente, con una sola triste perdita, quella  dell’autista del leader politico. Per quanto riguarda la libertà di stampa, in Uganda esistono varie testate giornalistiche, radio e televisive critiche o contrarie al Governo come ‘Daily Monitor’, ‘Red Pepper’, ‘NTV’. Seppur controllate e vittime di azioni repressive questi media continuano a diffondere la loro visione critica diventando la spina al fianco del 74enne Presidente.

La petizione  -il numero dei firmatari rimane sconosciuto-, fa seguito a un comunicato ufficiale emesso dall’Ambasciata americana a Kampala nel quale si esprimono preoccupazioni sulla repressione governativa dell’opposizione, considerata eccessiva. Sabato 27 aprile in una conferenza stampa, Bobi Wine ha confermato la petizione che dovrebbe attirare l’attenzione degli Stati Uniti sulla situazione in Uganda, spingerli a rompere l’alleanza con Museveni e sostenere l’imminente rivoluzione popolare per la democrazia e la libertà.

Il Colonnello Shaban Bantariza, vice direttore dell’Uganda Media Centre, di fatto portavoce del Governo, ha commentato la petizione definendola un atto senza senso. «Bobi Wine necessita di buon consigli su come gestire la politica. La sola possibilità di raggiungere la Presidenza per Bobi Wine è quella offerta dalle elezioni in Uganda. Washington non potrà garantirgli l’ambito posto, in quanto azione contraria ai principi delle regole internazionali. Che si confronti con l’elettorale al posto di chiedere aiuto agli americani», ha affermato il Colonnello Bantariza.

Bobi Wine dimostra tutta la sua immaturità politica. Risulta molta difficile per gli Stati Uniti abbandonare la loro politica di sostegno a Museveni, alleato principale della regione assieme a Paul Kagame, per scegliere di appoggiare un oppositore bizzarro, cantante reggae e con totale assenza di programma politico e capacità gestionale del Paese.
Le Amministrazioni Obama e Trump hanno incrinato la ferrea alleanza costruita dalle Amministrazioni Bush e Clinton. Sono aumentate le critiche e si sono verificate forti divergenze di azione in alcune crisi regionali, come quella in Sud Sudan. Nonostante ciò, l’Uganda rimane un Paese strategico per la Casa Bianca e il Pentagono. Fin quando non si trova una valida alternativa, non cesserà il supporto a Museveni. Obama ha già provato con Kizza Besyge accorgendosi del vuoto politico del leader che ha spinto la Casa Bianca a prendere le distanze. Nessuno crede che Trump possa scegliere un cantante reggae ex tossicodipendente come alternativa.

Il problema dell’Uganda è insito nella struttura mentale di potere di Yoweri Museveni. L’ex guerrigliero marxista, convertitosi al libero mercato, ha salvato l’Uganda, garantito un lungo periodo di pace e progresso economico. Per questi meriti Museveni è convinto di essere il solo leader politico in grado di mantenere queste conquiste, in quanto non esistono leader di calibro all’interno del suo partito e dell’opposizione. Questo corrisponde al vero, ma, attenzione, è stato lo stesso Museveni a coltivare una classe politica e parlamentare di soggetti incapaci di agire in politica, corrotti e servili. Museveni comprende la necessità di abbandonare il potere per essere ricordato come il Padre della Nazione, ma è impossibilitato a farlo proprio causa il vuoto politico che ha creato dal 1987 ad oggi.

Il quotidiano dell’opposizione ‘Daily Monitor’ azzarda a proporre uno scenario politico alternativo per l’immediato futuro dell’Uganda. Secondo il quotidiano, il NRM potrebbe avviare un processo di transizione per mantenere il potere. Non vi saranno nel 2020 le elezioni interne al NRM per eleggere il candidato presidenziale, come le elezioni non verranno svolte nel 2021, ma posticipate al 2023. L’intento è di creare una Repubblica Parlamentare dove il NRM abbia una schiacciante maggioranza. In questo modo Museveni diventerebbe una figura presidenziale simbolica e potrebbe lui, o la sua famiglia, controllare il Paese dietro le quinte, tramite il Parlamento, già ora nelle sue mani. Il ‘Daily Monitor’ ipotizza che il NRM attuerà significativi sforzi per convincere i partiti di opposizione a partecipare al processo di transizione dalla Repubblica presidenziale a quella parlamentare, nel tentativo di creare il maggior consenso possibile.

Durante gli arresti domiciliari Bobi Wine ha scritto una canzone ‘Afande’ che evidenzia la brutale repressione dell’opposizione e dei cittadini da parte delle forze armate. La canzone è stata lanciata sulle piattaforme sociali e YouTube con un video, collage di tutti gli arresti subiti dal Rastafari Man. Un fattore non da poco che evidenzia un altro errore fatale. Bobi Wine, come i leader che lo hanno preceduto, Besyge e altri, è entrato nella trappola del culto della personalità. Questo atteggiamento spinge a creare la figura mitica dell’eroe senza macchie e paure che combatte il dittatore mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Un eroe che concentra la salvezza del Paese solo su se stesso, considerando i cittadini dei sostenitori. Esattamente la mentalità adottata da Museveni negli ultimi quindici anni per gestire il Paese.

Come abbiamo visto con Kizza Besyge e altri prima di lui, il culto della personalità da buoni frutti sull’immediato, ma a lungo termine crea nell’opinione pubblica un senso di fastidio e sorgono i dubbi di atteggiamenti dittatoriali. Quando questi dubbi sorgono all’interno dell’opinione pubblica il cittadino medio segue un percorso mentale orientato verso la sopravvivenza che lo induce a preferire un dittatore che si conosce da 30 anni, rispetto ad uno appena sorto sulla scena politica nazionale. Giocando sul culto della personalità i leader politici diventano in breve tempo delle star emergenti, per poi iniziare il loro tramonto politico che seguono, accelerato dalla istigazione alla violenza cieca utilizzando giovani sottoproletari. Una violenza che terrorizza gli ugandesi ancora memori quando per un non nulla si spariva sotto Obote o Idi Amin. Il pensiero indotto è: solo Museveni ci può garantire la pace. Il problema è il dopo Museveni. Una delicata fase politica che se attuata maldestramente può portare al caos che, al momento, sembra essere l’ultima preoccupazione del Grande Vecchio.

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