giovedì, Ottobre 22

Bitcoin, questione di filosofia field_506ffb1d3dbe2

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C’è chi li usa per fare acquisti, chi li considera un mezzo per speculazioni finanziarie, chi pensa siano un rischio e chi li ha addirittura proclamati illegali. I bitcoin dividono da quando sono stati inventati nel 2009 da Satoshi Nakamoto, il misterioso creatore (o creatrice?) della criptovaluta più utilizzata al mondo. Forse perché si portano dietro una serie di questioni ancora troppo lontane dal classico modello delle valute. Certo è che al momento la volatilità di questi strumenti è considerata alta: a novembre 2013 un bitcoin veniva scambiato per più di mille dollari, oggi ne vale circa 400.

Il protocollo Bitcoin non prevede un ente di controllo, come lo sono le banche centrali, perché la sua natura peer-to-peer è garante della veridicità delle transazioni e tutto viene registrato sulla Blockchain¸ la catena di blocchi che rappresenta il registro delle transazioni avvenute nel sistema. Quindi ogni singolo utente, chiamato nodo, è anche il controllore della correttezza del Bitcoin. L’interrelazione è la chiave di volta. I nodi si controllano a vicenda, chiunque può verificare le operazioni di chiunque altro, tutti sono importanti ma nessuno è indispensabile per il corretto funzionamento e più sono i nodi, meglio funziona il sistema.

Un bitcoin che viene speso si porta dietro la propria storia di trasferimenti da un portafoglio (wallet) all’altro, ognuno dei quali è l’interfaccia attraverso la quale gli utenti agiscono. Ogni passaggio è garantito dalla firma digitale del proprietario del bitcoin (o dei bitcoin), che scrive sull’elenco pubblico condiviso chi è il nuovo proprietario e la validazione arriva da tutti gli altri nodi della rete. In questo modo ogni utente può spendere solo i bitcoin che possiede e non li può spendere più di una volta: per assicurare questa regola sono stati creati i blocchi (la cui somma forma la blockchain). Tutte le transazioni vengono segnalate in questi blocchi, che sono connessi tra di loro in sequenza temporale, e finché non viene ultimato un complesso calcolo che svolge il ruolo di prova di lavoro (dura circa 10 minuti), il blocco non è chiuso e la transazione non è validata. Per essere sicuri che le informazioni su questi blocchi non vengano falsificate e quindi non vengano rubati o riutilizzati i bitcoin, ogni blocco è segnato con un valore hash, una sorta di impronta digitale del blocco precedente che assicura la continuità delle operazioni: se qualcuno prova ad alterare un bitcoin e quindi a manipolare un blocco, l’hash non corrisponderà a quello del blocco precedente.

Per evitare che i bitcoin rimangano strumenti per una popolazione ristretta di nerd, negli anni sono nate piattaforme per scambiare bitcoin e dollari. Coinbase, per esempio,  ha conquistato il mercato americano grazie alla sua semplicità di utilizzo dei portafogli e ora sta per sbarcare in Europa in 13 Paesi –Italia, Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Austria, Cipro, Finlandia, Grecia, Lettonia, Malta, Portogallo e Slovacchia– mentre i broker italiani -a partire dal miglior broker forex italiano– non si stanno attrezzando.

Una novità salutata da molti come punto di svolta per la diffusione del bitcoin in Europa, ma questo non basta secondo Stefano Pepe, Business Development Manager di IQUII e fondatore di Bitquota, tra i massimi esperti di criptomonete in Italia. Dobbiamo premettere che Coinbase ha avuto successo negli USA perché è stato a lungo l’unico attore con quel profilo, invece in Europa ci sono Bitstamp e Kraken per citarne due, ma ne abbiamo molti altri. A mio avviso l’approccio di Coinbase è un po’ troppo istituzionale e conservativo, tendono a chiedere troppe informazioni e diventano invasivi. Nelle community di chi utilizza spesso i bitcoin leggo che gli utenti non sono molto entusiasti proprio per questo eccessivo controllo nei confronti del cliente. Però sono convinto che cambierà il discorso se riescono a integrare anche in Europa il discorso dell’acquisto o della vendita di bitcoin connesso alle carte di credito, come già avviene in America. Questo sarebbe il grande salto di qualità per chi usa il bitcoin”.

Ma le differenze nell’approccio ai bitcoin tra Europa e Stati Uniti non si fermano qui: ad aprile il fisco americano, l’Internal Revenue Service, ha deciso di tassare i bitcoin come beni e non come valuta. Questo significa che qualsiasi cosa sia stata acquistata con i bitcoin può essere soggetta a tassazione da plusvalenza, come avviene per i normali strumenti finanziari. Quindi diventa molto più complicato capire se è conveniente o no effettuare acquisti con i bitcoin: se il valore dei bitcoin è aumentato rispetto a quando li avete comprati e decidete di utilizzarli per acquistare qualcosa, il fisco vi tasserà la plusvalenza. Una scelta che non ha scatenato grande stupore tra gli addetti ai lavori, secondo Pepe. “Innanzitutto è importante stabilire la differenza tra bitcoin come moneta e bitcoin come protocollo. L’approccio degli Stati Uniti è quello più pragmatico, cercano di non permettere ai bitcoin di dare fastidio agli altri strumenti finanziari. L’approccio americano comunque è condivisibile, perché nel dubbio serve una strategia che legalizzi tutto il processo, altrimenti possono sorgere situazioni spiacevoli. Però il bitcoin non è solo un asset finanziario o un titolo speculativo, è il primo esempio di moneta che è assolutamente inscindibile dal suo mezzo di pagamento, la blockchain. Senza il metodo di pagamento non si può dimostrare l’esistenza del bitcoin, questa è la vera caratteristica dominante e rivoluzionaria”.

Restando in tema di differenze, osserva Pepe, i bitcoin presuppongono anche un’altra grossa discontinuità rispetto al comune concetto di  valuta, in termini filosofici e sociologici. Con i bitcoin si crea una frazione tra proprietà e identità: finora nella storia dell’uomo c’è sempre stata correlazione tra identità e proprietà, se tu possiedi un’auto o una casa tutti sanno che sei tu il proprietario, ma il paradigma del bitcoin porta a mostrare al mondo la proprietà senza mostrare l’identità che sta dietro a questo possesso. Noi possiamo esibire la nostra identità attraverso le cose che possediamo e non tramite la nostra persona fisica. Tu puoi mostrare e dimostrare le cose che hai comprato e quando le hai comprate, ma non serve che ti presenti come persona. Però serve un cambio di paradigma nella società per accettare questo scollamento tra proprietà e identità e penso sarà un processo lungo”.

Al momento infatti pare che i più interessati all’utilizzo dei bitcoin siano gli speculatori. Da più parti sono arrivati avvertimenti su questa criptomoneta. Meno di un anno fa l’Autorità Bancaria Europea ha diramato una nota di avvertimento. «I consumatori dovrebbero essere consapevoli del fatto che le piattaforme di scambio tendono ad essere non regolamentate e non sono le banche che detengono la loro moneta virtuale come deposito. Questo uso improprio potrebbe portare le forze dell’ordine a chiudere piattaforme di scambio con breve preavviso e impedire ai consumatori di accedere o di recuperare eventuali fondi che le piattaforme detenevano per loro». Ma il rischio speculazione non è grave secondo Pepe, soprattutto su grande scala: “I volumi di scambio dei bitcoin non hanno a che fare con la liquidità dei mercati, al massimo si tratta di uno strumento di minispeculazione per i nerd. Gli hedge fund non hanno interesse a speculare su questi strumenti perché i volumi sono ancora troppo bassi. A livello operativo le opportunità di guadagno sono buone, sono nate molte piattaforme per fare trading, ma non essendoci una struttura centrale queste speculazioni non possono crescere a dismisura”.

A proposito di crescita, l’Italia ha ancora strada da fare, ma non è nemmeno messa malissimo: nella classifica del numero delle transazioni stilato a fine luglio dal sito Bitnodes, che segue i passaggi dei bitcoin nei nodi della rete, il nostro Paese è al decimo posto dopo Stati Uniti, Russia, Germania, Cina, Regno Unito, Canada, Olanda, Francia e Australia. Rimane al momento un oggetto per pochi appassionati ma, ragiona Pepe, noi siamo un popolo di furbi e il bitcoin, se usato accortamente soprattutto in questa sua fase, è perfetto per i furbi. Però il problema italiano è che siamo analfabeti digitali, anche la tanto annunciata agenda digitale ha raccolto molto poco rispetto alle premesse. Di fatto abbiamo una situazione paradossale nella quale l’Italia potrebbe essere un traino per il modello delle criptovalute, e quindi dei bitcoin, a causa della sua indole furbesca, ma il suo analfabetismo ne riduce la portata. In Italia i bitcoin al momento sono solo per una élite tecnologica o tecnofila, mentre invece è osteggiata da chi non ha grande dimestichezza con il digitale”. 

Questo tentativo di contrastare ciò che non si conosce avviene in moltissimi Paesi: la Corea del Sud e la Thailandia li hanno dichiarati illegali, la Cina ne ha proibito l’uso alle istituzioni finanziarie, lasciandoli ai privati. “La moneta e politica e quindi è potere”, ragiona Pepe. “Qualcosa che non è controllabile può essere una bomba a orologeria per quei Paesi con una guida diciamo autoritaria. La Cina in realtà ha avuto un atteggiamento abbastanza liberale, anche perché hanno una cultura liberale quando si tratta di economia e di mercato, non per i diritti umani. Loro hanno permesso ai privati di utilizzarli ma non alle aziende. La moneta è un costrutto sociale, ma in tutto il mondo e attraverso le politiche monetarie forse stiamo dando un ruolo più importante di quello che ha, non dimentichiamoci che è un mezzo”.

 

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