sabato, Gennaio 25

Biodiversità e politica

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La globalizzazione dei mercati, spesso, va ad incidere negativamente sulla tutela delle diverse forme di biodiversità, sia quella terrestre (alimentare e agroforestale) sia quella marittima. Non sempre le varietà locali sono tutelate, nonostante siano il biglietto da visita del ‘Made in Italy’ nell’ecosistema biologico e naturale.
Contraffazioni, mancanza di tutela e certificazioni di tipicità come l’olio e il riso, frodi alimentari; attacchi alla flora da parte di batteri e parassiti, come accaduto in Puglia (dove la Xylella ha distrutto migliaia di ulivi secolari) o in Toscana, dove la Mosca killer ha compromesso la produzione dell’olio con strascichi anche in Liguria, Veneto, Sicilia e Calabria, sono soltanto alcuni esempi calzanti dei problemi che attanagliano il comparto agroforestale.

Il dibattito scientifico sulla incidenza delle importazioni e delle esportazioni in campo alimentare e sullo sviluppo di pratiche agricole eccessivamente intensive o estensive rende ancora più importante una maggiore chiarezza sul ruolo e sull’importanza che le politiche agricole e forestali devono assumere in materia di tutela delle diversità e delle tipicità biologiche.

Giuseppe Nascetti, direttore del Cismar (Centro Ittiogenico Sperimentale Marino) e docente di Ecologia marina presso il DEB (Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche) presso l’Università di Viterbo-sede di Civitavecchia, ci parla nello specifico di biodiversità marittima: “Si ritiene che il mare sia fonte inesauribile di risorse. In realtà, tutti gli oceani sono in overfishing, in sovrapesca” dice Nascetti. E anche nei mari italiani la situazione non è diversa. Così sulle priorità che la politica deve affrontare non possono mancare “azioni coraggiose altrimenti quanto descritto finora diventerà un processo irreversibile”. Il caso dell’habitat di Montalto di Castro, nel Lazio, è il chiaro esempio di come “la politica italiana sia stata scellerata nel lasciare che i pescatori illegali, peraltro la minima parte rispetto alla stragrande maggioranza degli onesti, distruggessero migliaia di ettari di Posidonia, un grave danno all’ecosistema perché ossigena il mare e protegge l’habitat dall’erosione costiera. Questo sciacallaggio non è stato ostacolato e rischiamo perfino procedure di inflazione a livello europeo”.

La biodiversità rappresenta più di ogni altro bacino o fonte di ricchezza il vero patrimonio genetico dell’umanità. Si deduce che la conservazione delle varietà genotipiche che caratterizzano le specie animali, vegetali, arboree e forestali dovrebbero essere nell’elenco delle priorità assolute di una pianificazione legata a determinate politiche agricole e forestali volte a tutelare la diversificazione di un ecosistema che altrimenti morirebbe.

Guardando al futuro, per cercare di tamponare i danni finora compiuti, Nascetti afferma con fermezza la priorità di “di ascoltare la scienza vera, quella acclarata dalle pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali” e  aggiunge “occorrono azioni coraggiose che cerchino di recuperare tutti gli errori fatti finora sul prelievo delle risorse biologiche e marine. È assolutamente necessario trovare sistemi per recuperare i cumuli di plastica che ostruiscono i nostri mari, ma anche le microplastiche che finiscono nelle branchie dei pesci, e muoiono. E in ultimo, ma non meno importante, l’educazione degli operatori della pesca, indirizzandoli a non distruggere l’ecosistema marittimo, anzi a recuperarlo con opportune azioni di restocking, come avviene in molti mari settentrionali; la politica deve inoltre tendere a tutelare il consumatore snellendo la burocrazia ed evitando le frodi alimentari”.

L’Italia è uno dei Paesi che negli ultimi anni è stato maggiormente colpito da alluvioni, dissesti idrogeologici e cambiamenti climatici su cui non si può escludere la mano dell’uomo, che attraverso dissennate opere di cementificazione o lo sfruttamento forsennato del suolo e del sottosuolo, ha contribuito a provocare erosione e desertificazione, scompensando gli equilibri biologici e naturali del sistema ambientale. Gli squilibri stagionali sono il dato sensibile, assieme al surriscaldamento globale, scientificamente provato, e all’immissione di Co2 nell’atmosfera.

Le conseguenze della scriteriata azione dell’uomo si ripercuotono anche sull’ambiente marino. Le politiche sulla difesa marittima dovrebbero soffermarsi e trovare soluzioni adeguate, dice Nascetti, in merito al problema della “meridionalizzazione dei mari italiani e, in particolare, della tropicalizzazione del mediterraneo” che avviene quando “tipicità locali, a causa del surriscaldamento dei mari, si spostano verso nord, nel mar ligure, compromettendone la sopravvivenza”.

Alessandro Bottacci, Responsabile unico per la Biodiversità del Corpo Forestale dello Stato, spiega le azioni che incidono negativamente sulla biodiversità naturalequelle che alterano, semplificano e riducono gli ecosistemi naturali come ad esempio i tagli boschivi, l’inquinamento, i cambiamenti climatici, gli incendi, la cementificazione, gli allevamenti e le colture intensive”. Bottacci pone l’attenzione sulla responsabilità delle politiche agricole e forestali in merito alla diversificazione dell’ecosistema: “Le attività agricole e forestali con indirizzo produttivo, proprio per loro natura, tendono a ridurre la complessità dell’ambiente. Basti pensare alle monocolture su vaste estensioni, agli allevamenti di una sola razza animale, alle piantagioni di specie forestali monoclonali (ad es. pioppo o palma da olio) in sostituzione delle formazioni naturali”.

Alla domanda se in Italia esiste una vera e propria legislazione specifica sulla biodiversità, la risposta è negativa, anche se “ci sono leggi di recepimento di normative europee ed internazionali sulla materia. In particolare si può ricordare la L. 124/1994 con la quale l’Italia ha ratificato la Convenzione di Rio de Janeiro sulla diversità biologica del 1992 oppure la normativa di recepimento delle Direttive europee ‘Habitat’ (1992) e ‘Uccelli’ (1979) che sono alla base della rete comunitaria di tutela della Biodiversità, meglio conosciuta come Rete Natura 2000″ chiosa Bottacci.

Sollecitando interventi politici che mirino a tutelare le tipicità territoriali, Bottacci conclude che “la contraffazione alimentare è una piaga economica ma anche un pericolo per la salute umana. La sua estensione globale la rende anche difficilmente contrastabile. In Italia si stanno mettendo in atto iniziative normative per contrastarla. Attualmente è in corso di approvazione una norma (predisposta dal Ministro Martina) che prevede l’esposizione del Marchio Made in Italy sugli scaffali che vendono prodotti agroalimentari certificati italiani. Questo naturalmente per contrastare quello che si chiama l’ ‘Italia sounding’, cioè l’assonanza tra il nome del prodotto falsificato con il prodotto vero (Parmesan con Parmigiano, ad es.). Molto importante è anche la normativa sulle coltivazioni bio che prevede determinati protocolli di coltivazione ed allevamento e una serie di controlli sul rispetto di tali protocolli. Il problema è che in Italia ancora non vi è una diffusa cultura del Bio e la crisi economica che coinvolge migliaia di famiglie non aiuta certo a sviluppare questo settore di produzione e mercato. Nonostante l’impegno in tal senso, non si è ancora riusciti a mettere in atto un sistema di controlli efficace che garantisca sulla qualità e sull’origine dei prodotti commercializzati. Basti pensare al grande uso di pesticidi e fertilizzanti che si fa nella agricoltura intensiva, queste sostanze chimiche riducono fortemente la biodiversità dell’ambiente. Dovremmo assolutamente ridurre le pratiche agricole ad alto impatto come gli allevamenti intensivi (basti pensare agli sconvolgimenti legati alla distruzione delle foreste primarie per far posto ai pascoli o alle coltivazioni di foraggio per alimentazione animale) o le coltivazioni irrigue che necessitano di elevatissime quantità di acqua dolce (oggi sempre più scarsa)” conclude Bottacci.

A proposito di Europa, colpisce l’intervento che sabato scorso durante il forum di Firenze, anfiteatro della vetrina Expo 2015, Romano Prodi nel passaggio in cui egli ribadisce che «circa il 40% dell’inquinamento delle acque proviene dall’agricoltura». Egli, inoltre, ha parlato della piaga della «intensificazione delle pratiche agricole», altra questione molto dibattuta nel mondo scientifico, ma ha anche espresso un indirizzo chiaro al ministro alle politiche agricole, Maurizio Martina: «Occorre investire sulle risorse destinate alla ricerca scientifica in agricoltura» ha dichiarato Prodi.

Sul discorso della normativa europea, Eddo Rugini, docente e ricercatore di Coltivazioni arboree e Scienza e tecnica delle colture in vitro presso la facoltà di Agraria il Dipartimento di Agricoltura, Foreste, Natura e Energia (Dafne) dell’Università degli Studi della Tuscia, si rivolge ai politici i quali “dovrebbero capire che anziché agevolare i concorrenti stranieri con una politica di contrazione di risorse finanziarie alla ricerca pubblica, sarebbe opportuno incentivare programmi di miglioramento genetico che utilizzi la biodiversità e non sperare solo nell’utilizzo di questa tal quale per far contenti soltanto coloro che vogliono togliersi uno sfizio alimentare saltuariamente e gli speculatori di turno che si fregiano della parola ‘biodiversità’ e di ‘made in Italy’ per trarre un temporaneo profitto che, sebbene utile al Paese nel breve periodo non lo sarà di certo nel futuro”.

Tra le piaghe che al momento languono, come è emerso dal Forum di Firenze, vi è il preoccupante dispendio di acqua in agricoltura, frutto, probabilmente, di tecniche di irrigazione obsolete.

Tuttavia il messaggio del professore Rugini sull’utilizzo di tipologie e tecniche di coltura che siano meno invasive, che pur nella loro innovazione affinchino i metodi tradizionali, emerge con chiarezza e non esula affatto da una tipologia di agricoltura intensiva moderna che tuteli sia l’ambiente sia la salute dell’uomo e dell’ecosistema da forme di sperequazione.

Ciò sarebbe possibile attraverso una tipologia di coltivazione integrata che riesca a trarre da spazi limitati “il massimo rendimento produttivo con l’impiego di varietà efficienti ed adatte all’ambiente che le ospita” .  Quindi “La coltivazione intensiva si può realizzare, contrariamente a quanto si creda anche con molte varietà, contribuendo quindi a conservare una certa biodiversità, purché siano efficienti. Purtroppo oggi si ricorre all’impiego di pochissime varietà, perché costretti dalla mancanza di disponibilità di varietà accettabili dal mercato”. E incalza “Non ha senso mantenere in coltivazione tutti quei vecchi olivi improduttivi in aree che non avrebbero altre funzioni importanti per il territorio al di là di quella di produrre olive, solo nell’insegna della biodiversità, quando, a causa della loro scarsa produzione di olive, siamo costretti a consumare oli di dubbia provenienza e soprattutto di qualità scadente oltre a non disporre di nuove varietà produttive per far fronte alla richiesta da parte del mercato di oli di qualità o a gravi emergenza come quella che sta purtroppo colpendo la Puglia” conclude Rugini.

Ancor più chiarificatore è l’intervento di Bartomoleo Schirone, docente di Dendrologia e Restauro forestale presso il Dafne, che è incentrato su un’altra grande piaga, l’utilizzo dei prodotti chimici in agricoltura: “Le maggiori responsabilità delle politiche agricole e forestali” afferma Schirone “sono da ravvisarsi nell’agricoltura intensiva su vaste superfici con associato eccesso di fitofarmaci, pesticidi ed erbicidi; nella distruzione delle varietà locali; nell’uso indiscriminato delle monocolture anche a livello varietale; nell’insufficiente controllo sullo scambio di sementi e altro materiale di propagazione vegetale” e aggiunge che “anche nel settore forestale, la riduzione della biodiversità è da collegarsi a politiche sbagliate” si riferisce alla “recente politica a favore dell’utilizzazione dei boschi per alimentare le cosiddette centrali a biomasse (all’estero anche la deforestazione per far posto a piantagioni con finalità energetiche); l’uso di forme di governo e trattamento inadeguate; l’autorizzazione di tagli inopportuni per luogo, estensione o modalità oppure, al contrario, i tagli illegali dovuti ad insufficiente controllo; l’impiego di specie esotiche nei rimboschimenti; l’inquinamento genetico derivante da piantagioni con piante prodotte da materiale di propagazione raccolto in regioni di provenienza diverse da quelle d’impiego; il non divieto di pascolo in bosco; la mancanza di sistemazioni idraulico-forestali e la conseguente perdita dei suoli” conclude Schirone.

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