lunedì, Ottobre 14

Bill de Blasio, candidato senza speranze? E' difficile vedere il sindaco come un concorrente credibile alla nomination

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Con l’ufficializzazione della ‘discesa in campo’ del sindaco di New York, Bill De Blasio, il numero dei candidati ufficialmente in corsa per la nomination democratica del 2020 si è attestato a quota ventitré; un numero che potrebbe ancora crescere se l’ex segretario di Stato, John Kerry, e Stacey Abrams (già in corsa, lo scorso novembre, per il seggio di governatore della Georgia) dovessero sciogliere positivamente la loro attuale riserva. E’ un numero importante, che contrasta in maniera stridente con la sostanziale assenza di competitor credibili alla ricandidatura di Donald Trump sul fronte repubblicano. Proprio l’ingombrante figura di Trump è, sotto molti aspetti, la causa di questo proliferare di nomi nel partito dell’asinello. Come le ultime elezioni di midterm, il voto del 2020 è presentato (se percepito) da più parti come una sorta di referendum pro o contro il Presidente e – soprattutto – pro o contro la sua ‘idea di America’; un referendum nel quale il Partito democratico è da tempo coinvolto. A questo fatto si deve l’arrivo alla Camera dei rappresentanti di molti volti nuovi dopo il voto dello scorso novembre e il proliferare di ‘volti nuovi’ (come quello di De Blasio) nella lista dei candidati alle primarie.

La domanda-chiave riguarda le possibilità di sopravvivenza politica di molte di queste candidature. I concorrenti alla nomination sono soggetti a una sorta di processo di selezione naturale che, di norma, ne sfoltisce i ranghi già prima delle primarie. Per dare un metro di paragone, dei diciassette candidati ‘maggiori’ alla nomination repubblicana del 2016 (oltre a Donald Trump, Jeb Bush, Ben Carson, Chris Christie, Ted Cruz, Carly Fiorina, Jim Gilmore, Lindsey Graham, Mike Huckabee, Bobby Jindal, John Kasich, George Pataki, Rand Paul, Rick Perry, Marco Rubio, Rick Santorum e Scott Walker), cinque (Graham, Jindal, Pataki, Perry e Walker) si sarebbero ritirati ancora prima dell’inizio delle primarie, sette (Bush, Christie, Fiorina, Gilmore, Huckabee, Rand Paul e Santorum) dopo le prime tornate, nel mese di febbraio, e altri due (Carson e Rubio) il mese successivo. Nonostante la crescita esponenziale dei ‘costi della politica’ statunitense, le disponibilità finanziarie sono solo un aspetto di questo processo. Altrettanto importante è la capacità di costruirsi una visibilità fuori di propri bacini di consenso tradizionali; una capacità che, in una competizione affollata, acquista un’importanza ancora maggiore.

E’ questo, forse, il punto debole di De Blasio. Diversi sondaggi hanno già messo in luce lo scarso consenso che la sua candidatura raccoglie all’interno dello stesso bacino di voto democratico nonostante il sostanziale favore di cui gode la sua azione come sindaco; un risultato negativo che è confermato (da fonti diverse) a livello cittadino, statale e nazionale. Anche il posizionamento sull’asse destra/sinistra non sembra favorire il sindaco che, con il suo profilo marcatamente progressista, si colloca nella parte più ‘densa’ dello spettro, dove probabilmente la competizione sarà maggiore. In altre parole, se nel 2013 la ‘scelta progressista’ è stata l’elemento che ha favorito De Blasio nella corsa alla poltrona di sindaco contro avversari interni dichiaratamente moderati, oggi quella stessa scelta rischia di omologarlo alla massa dei candidati ‘di sinistra’ che si contrappongono al ‘moderato’ ex vicepresidente Joe Biden. Senza contare, infine, che le credenziali progressiste che avevano accompagnato la sua prima elezione si sono in parte appannate nel corso degli anni, anche alla luce dei compromessi che le esigenze di una politica ‘realista’ impongono al sindaco di una realtà complessa e difficile come New York.

La stampa statunitense ha ampiamente evidenziato queste debolezze, sottolineando, ad esempio, come, in un recente sondaggio, proprio a New York, tre quarti degli intervistati si siano detti contrari alla candidatura di De Blasio alla presidenza. Su queste basi, è difficile vedere il sindaco (nonostante le credenziali che possiede, quali l’‘appeal’ presso l’elettorato di colore) come un concorrente credibile alla nomination. In particolare, il paragone con l’altro sindaco in corsa, Pete Buttigieg, cui i media hanno dedicato, nelle ultime settimane, una certa attenzione e che è considerato da alcuni osservatori un serio sfidante per la presidenza, appare piuttosto forzato. Di contro, la ‘discesa in campo’ di De Blasio finisce per accrescere l’incertezza del fronte democratico, aumentando la competizione e spingendo i candidati ad ‘alzare la posta’ per accreditare la rispettiva posizione. E’ una situazione che, in un partito che sta cominciando a valutare come troppo tiepida l’esperienza del ‘change’ obamiano, rischia di avere conseguenze inattese; ciò soprattutto se si tiene conto di come, in fette crescenti dell’elettorato, sembra aumentare il consenso intorno alla candidatura di Joe Biden, che nel ‘change’ obamiano ha avuto una parte importante e al quale l’ex vicepresidente rimane strettamente legato.

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