martedì, Settembre 29

Berlusconi si riprende il partito. E Renzi? field_506ffb1d3dbe2

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Il primo a restare a bocca aperta per l’assoluzione è stato Silvio Berlusconi. L’annullamento dei sette anni di condanna del ‘caso Ruby’ da parte dei giudici d’Appello ha preso di sorpresa un po’ tutti, amici e nemici del leader di Forza Italia, anche se qualche segnale premonitore c’era stato, a leggere in controluce gli articoli pubblicati su ‘Il Foglio’ e ‘Il Fatto quotidiano’ qualcosa si poteva intuire. Un’assoluzione che, a detta di molti commentatori, ha contribuito potentemente a cementare l’intesa sulle riforme tra il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e Berlusconi. Non c’è dubbio che la sentenza ha sconvolto piani e strategie di chi dava per scontato che il leader di Forza Italia stesse per scendere un altro gradino, quello decisivo, verso la sua emarginazione politica. Spuntate le frecce nell’arco dei frondisti di Forza Italia, Raffaele Fitto in testa. Ma nell’angolo anche il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano; non parliamo dei Fratelli d’Italia di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, e la Lega di Matteo Salvini; i Cinque Stelle di Beppe Grillo devono riconsiderare le loro strategie: il ‘vaffa…’, non paga più. Hanno provato e inserirsi nel ‘gioco’ delle riforme istituzionali, ma si sono presentati a partita già avviata; la speranza di mettere in crisi il patto Renzi-Berlusconi e strappare una legge elettorale a loro gradita, si è rivelata una velleità. Non ci sono più grandi possibilità di manovra.

Forza Italia deve ora gestire nel migliore dei modi i frutti della sentenza di Milano. C’è chi, come il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, sventola le vecchie bandiere: commissione d’inchiesta sulla sostituzione di Berlusconi con Mario Monti nel 2011 (un ‘golpe’, nella vulgata di Forza Italia). Ma non solo. Nell’entourage berlusconiano si parla di un ‘piano’ che prevede la letterale riconquista del partito. Berlusconi a tutto pensa meno che a cedere la leadership di Forza Italia. «E’ ricominciata la marcia verso la costruzione di un altro centro-destra», annuncia conciliante Giovanni Toti, consigliere politico dell’ex Cavaliere. «Berlusconi assolto ha ancora più forza nel rifare quello che ha sempre saputo fare benissimo, riunire i moderati…». Ma non si deve dubitare che si consumeranno vendette e regolamenti di conti. «Il centro-destra tornerà cosa mia», confida l’ex Cavaliere al suo ‘cerchio magico’.

Berlusconi terrà fede al cosiddettopatto del Nazareno’, ritiene pagante l’immagine di coautore con Renzi della riforma costituzionale del Senato e del titolo V; punta soprattutto a portare a casa, senza modifiche di sostanza l’Italicum: questo è il vero obiettivo, e si capisce: la tutela delle coalizioni che quel sistema elettorale prevede e le liste bloccate, gli consentono di mantenere il totale controllo del partito, e di poter esercitare una ‘tranquilla’ egemonia sul centro-destra; per non dire che guadagnerebbe un’immagine di politico affidabile, riformista, su cui nessuno può scaricare la responsabilità di aver fatto naufragare il processo di rinnovamento voluto dal Presidente del Consiglio. Il capogruppo al Senato Paolo Romani sintetizza: «Pacificazione nazionale e piena agibilità politica per Berlusconi perché possa essere federatore della nuova aggregazione di centro-destra».

Dove Berlusconi è intenzionato a dare battaglia è la Giustizia, questione ritenuta prioritaria. Brunetta non ci gira intorno: «Quella che sta predisponendo, sotto dettatura dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, il Ministro Orlando è una riforma della giustizia deludentissima. Renzi la discuta con Forza Italia sul serio. Abbiamo molte cose da dire: separazione delle carriere; responsabilità civile diretta dei magistrati per dolo o colpa grave; depoliticizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura e di conseguenza fine delle correnti politiche che fanno il bello e il cattivo tempo nelle nomine».      

Non è da escludere che Berlusconi accetti l’invito che, nel corso delle sue domenicali conversazioni a ‘Radio Radicale’ gli ha rivolto Marco Pannella: raccogliere firme, in un mese  -prima che la legge venga modificata e sia innalzato il numero delle firme- per una raffica di referendum aventi per tema la giustizia. «Se davvero Silvio vuole intestarsi la riforma sulla giustizia, i referendum sono l’arma adatta», sostiene sornione Pannella.

I problemi maggiori, comunque, al momento sono nel campo del Partito Democratico. Alla consistente pattuglia di parlamentari in aperto dissenso con le riforme renziane, si aggiunge, ora un più che mai tonico, Pierluigi Bersani: «Una volta disegnato il nuovo sistema bicamerale occorrerà ridiscutere sulla legge elettorale della Camera. Se i senatori non sono eletti dal popolo, non è possibile che alla Camera restino le liste bloccate. Per quanto mi riguarda preferirei i collegi uninominali, ma se non è possibile trovare un consenso su di essi non c’è alternativa alle preferenze», ha scandito l’ex Segretario del PD nel corso di un dibattito alla festa dell’ ‘Unità’ a Imola. «Anche altri cambiamenti all’Italicum sono necessari: le liste civetta vanno eliminate perché sono fonte di trattative oscure e la soglia di sbarramento non può che essere unica, valida per tutti allo stesso modo. Dobbiamo costruire un sistema coerente. Perché così, lo dico fin da ora, io non ci sto».

Quel ‘non ci sto’ ha provocato un serio mal di pancia a Renzi e alla fidata Maria Elena Boschi, a dispetto delle sicurezze pubblicamente ostentate. In autunno, poi, saranno molti i nodi che verranno al pettine, una serie di ineludibili appuntamenti: entrerà in gioco la legge di stabilità, e il Governo dovrà procedere con un’altra gigantesca opera di Spending Review: una bazzecola di circa 19 miliardi. Renzi e il suo Governo avranno la forza per dare alla spesa rasoiate di questa consistenza? E, come si può tenere il passo di 400 miliardi ogni anno di roll over nel debito pubblico, nelle condizioni in cui ci si trova?

Bankitalia ha suonato un campanello d’allarme inquietante: a maggio, in un solo mese, il debito pubblico è aumentato di 20 miliardi, peggiorando il precedente record negativo. Abbiamo toccato quota 2.166,3 miliardi, un + 4,7 per cento dall’inizio dell’anno. Una crescita percentuale che bisogna mettere in rapporto con il PIL, che nello stesso periodo si aggira intorno allo zero, destinata dunque a salire ancora, e metterà in ulteriore difficoltà l’Italia su uno dei parametri base dell’UE. La vera partita verrà poi giocata nel 2015. Con la legge di stabilità bisognerà trovare risorse per il bonus di 80 euro: diciamo 12-13 miliardi e questo a non voler estendere il beneficio ad altre categorie come promesso. Sempre Bankitalia fa sapere che la crescita dell’1,6 per cento delle entrate fiscali nei primi cinque mesi del 2014 non è sufficiente a impedire la forte crescita del debito pubblico. A questo punto, l’opinione di molti osservatori è che la possibile exit strategy possa essere quella del voto anticipato. Uno ‘slam’ dalle conseguenze imprevedibili, inevitabile conclusione per esserci affidati a un Presidente del Consiglio e a una squadra di Governo senza esperienza, volti giovani dietro i quali non c’è una scelta generazionale ma solo il desiderio di una rottamazione indiscriminata quanto insensata.

      

 

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