lunedì, Settembre 21

Bergoglio e l’America Latina: Cile e Perù alla vigilia del nuovo viaggio apostolico La situazione politica, economica e sociale di Cile e Perù e le prospettive del viaggio di Bergoglio: ne parliamo con Gilberto Bonalumi (ex-Parlamentare e consulente ISPI)

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In che rapporto vivono con il resto della società le comunità indigene dell’Amazzonia?

Il tema delle comunità indigene, rispetto all’Amazonia, coinvolge più Paesi (Ecuador, Brasile, Perù eccetera) e riguarda le comunità in quanto tali e la salvaguardia di quei territori: l’America Latina è l’unica area dove ci sono Paesi, come il Costa Rica e l’Ecuador, che hanno in Costituzione la difesa dell’ecosistema; da questo punto di vista, quindi, la visita del Papa, con la sua enciclica ‘Laudato Sii‘, è un elemento che tutti si aspettano perché, con le carte in regola e con questa forte, importante e significativa enciclica, ha la capacità di avere un rapporto diretto e non mediato con la situazione di questa area importante per la salvaguardia delle comunità indigene e del nostro pianeta.

Per quanto riguarda il Cile, non è un caso che Papa Francesco vada in Araucania e nella città di Temuco dove vive la comunità dei Mapuche, che sta facendo da tempo una battaglia, non solo per la salvaguardia del territorio (l’area viene chiamata Foresta Primeva, nel senso che è l’area in cui sopravvive la vegetazione più antica del pianeta), ma anche per rivendicazioni di tipo politico. La scelta di Papa Francesco di visitare quelle aree fa sì che ci si aspetti un discorso che, sempre facendo riferimento ai valori della Chiesa, abbia la capacità di dare delle letture politiche importanti e significative.

Quale è il ruolo giocato dalla Chiesa Cattolica in Cile e quale è la sua posizione riguardo gli anni della dittatura di Augusto Pinochet?

Se c’è una Chiesa che nel periodo di Pinochet è stata grande, è la Chiesa cilena. Il Cardinale Raul Silva Heriquez, appena avvenuto il Colpo di Stato, ha messo in campo la Vicaria della Solidarietà che fece un lavoro per quanto riguarda la battaglia enorme per i Diritti Umani, mettendo in campo un’equipe di avvocati e di professori universitari per garantire la tutela della gente incarcerata e torturata. Io ero in Cile un mese dopo il golpe e venni a conoscenza dell’operato di questa società che, tra l’altro, operava in parallelo con una delle pagine più importanti e significative della Diplomazia italiana: la sede della nostra Ambasciata riuscì a garantire la salvaguardia e l’espatrio di più di quattrocento rifugiati. Quello che è stato fatto in parallelo dalla Chiesa cilena e dalla nostra Ambasciata, durante la dittatura di Pinochet, è qualche cosa di importante e di grande. Per quanto riguarda il viaggio di Wojtyla e il suo incontro con Pinochet, fu una decisione del Papa ma la Chiesa cilena, anche in questo caso, si è comportata in maniera corretta: le dinamiche tra Chiesa locale e Vaticano richiederebbero un altro tipo di discorso.

Un esempio di come lavorava il Cardinale Silva. Quando morì Eduardo Frei, leader controverso perché è stato un grande dissidente e poi ha avuto un rapporto ondivago quando è arrivata la dittatura, il regime voleva fargli dei funerali di Stato, essendo stato Frei Presidente: per quattro giorni ci fu una situazione di stallo perché la famiglia non voleva assolutamente che fosse il regime a fare questi funerali di Stato; il Cardinale risolse la questione dicendo che si trattava di un suo problema e celebrò due cerimonie religiose, un funerale religioso la mattina con la giunta militare (ero nascosto dietro una colonna e posso testimoniare che la chiesa era semi-deserta, salvo qualche diplomatico di qualche Paese asiatico e centroamericano), e un funerale civile il pomeriggio in una Santiago piena.

 

Il caso dei Sacerdoti accusati di abusi sessuali sembra aver toccato anche delle sfere alte della Chiesa latino-americana: come potrà influire la questione sui rapporti tra la Città de Vaticano e le sue sedi a Santiago e Lima? Come influirà sul rapporto tra Chiesa e società civile nei due Paesi?

Credo che il Papa e il Vaticano si stiano comportando in maniera seria. È una ferita e Papa Francesco soffre molto: credo che anche da questo punto di vista non farà sconti. Riconosco che ci sono stati casi anche nella Chiesa cilena.

 

Quali saranno i nodi che affronterà Bergoglio durante la sua visita in Cile e Perù e quali pensa che possano essere le conseguenze pratiche di questo viaggio?

Insisto nel dire che, dal punto di vista dei problemi, dell’agenda e delle cose che verranno fuori, il Perù e il Cile sono molto diversi. Questi Paesi hanno, anche dal punto di vista territoriale, delle situazioni complicate. C’è la questione dello sbocco al mare della Bolivia e anche il Perù rivendica un tracciato differente sull’Oceano Pacifico (a seconda di come si misura l’arco di partenza, si ha una proiezione sull’Oceano di un tipo piuttosto che di un altro): lì corre la corrente di Humboldt che porta sulle coste peruviane il pescato. Penso che Papa Bergoglio sia interessato ad essere il mediatore di queste vicende territoriali perché ha un rapporto con l’umanità che segue l’imperativo cristiano secondo cui non c’è un secondo, terzo o quarto mondo, ma il mondo è uno solo. Come affronterà e se affronterà questi punti non so dirlo, dico solo che, dal punto di vista della pacificazione, come ha dimostrato il suo viaggio pontificale con il discorso pronunciato al confine tra Messico e Stati Uniti, questo Papa ha una particolare sensibilità. Poi, essendo la Chiesa cilena e la Chiesa peruviana in una fase più ripiegata su sé stessa rispetto agli anni della dittatura cilena e di Sendero Luminoso in Perù, credo che lui vorrà rilanciare quella Teologia della Liberazione che, non dimentichiamo, è nata in ambito gesuita e sudamericano.

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