mercoledì, Maggio 22

Belt and Road: la globalizzazione secondo Cina e Russia

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Una nuova idea di globalizzazione e di cooperazione tra l’Asia e l’Europa, nel contesto del quale l’Italia   -per la ‘posizione privilegiata’ dal punto di vista geografico, quella di essere al «centro del Mediterraneo»,  e per il «grande potenziale su porti e logistica»-  può rappresentare un nodo assolutamente centrale nella Nuova via della Seta. Così il Premier italiano Paolo Gentiloni nel suo intervento al forum di Pechino ‘Belt and Road’, guardando al One Belt, One Road (OBOR). Connettività è la parola chiave per l’Italia,

Il Belt and Road Forum, rappresenta «una grande occasione» per l’Italia, che «può essere protagonista» dell’iniziativa infrastrutturale cinese, in particolare per il ruolo che il Paese può giocare all’interno del versante marittimo dell’iniziativa cinese. «La capacità portuale è lì: container che possono viaggiare via terra sono inevitabilmente una percentuale molto limitata rispetto a quelli che possono viaggiare via mare. Servono porti che colleghino rapidamente l’Europa. Credo che nessuno ne abbia come l’Italia in questo momento».

Il Presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza della «connettività tra Europa e Asia e i vantaggi che ne seguiranno» parlando di «importante sinergia fra i progetti asiatici e quelli europei».
Gentiloni ha espresso condivisione con il Presidente cinese Xi Jinping sulla importanza di una «maggiore efficacia dei processi di governance della globalizzazione», rinviando all’appuntamento del G7 di Taormina: «l’Italia è pronta a fare la sua parte», anche partendo dal «costruire insieme una Via della Seta della conoscenza».

Xi Jinping ha promosso un «nuovo modello di win-win cooperation», una nuova idea di globalizzazione sulla quale è ampiamente intervenuto il Presidente russo, Valdimir Putin,  il quale ricordando la famosa Via della Seta che collegava quasi tutta l’Eurasia, la definisce esperienza storica di cooperazione e comprensione reciproca  «importante per noi nel 21 secolo, in un’epoca in cui il mondo si trova ad affrontare gravi sfide e minacce». Abbiamo esaurito, ha detto Putin, «molti modelli». «In molti Paesi il concetto di stato sociale, coniato nel 20 secolo è in crisi», non è più in grado di garantire la crescita costante della ricchezza delle persone, e difficilmente gli attuali modelli potranno mantenere gli attuali livelli di crescita. «I rischi di uno spazio economico e tecnologico mondiale interrotto stanno diventando sempre più evidenti».
Il protezionismo, «che sta diventando una pratica comune che si manifesta in restrizioni unilaterali illegittime», è il nemico comune di Russia e Cina. Le idee di apertura, la libertà di commercio «sono spesso respinte anche da coloro che li hanno sostenuti in modo vigoroso in passato», ha affermato il Presidente russo, con chiaro riferimento agli Stati Uniti. La disparità di sviluppo socio-economico e la crisi del modello di globalizzazione sono «gravide di conseguenze negative, sia per i rapporti tra gli Stati, sia per la sicurezza internazionale». La povertà, la mancanza di sicurezza finanziaria, e il divario enorme nel livello di sviluppo tra Paesi e regioni sono il combustibile del terrorismo internazionale, dell’estremismo e delle migrazioni illegali. «Non saremo in grado di affrontare queste sfide se non superiamo questa stagnazione nello sviluppo economico globale».
«Complessivamente, nessuno dei vecchi approcci alla risoluzione dei conflitti deve essere utilizzato per risolvere i problemi moderni. Abbiamo bisogno di idee nuove e senza stereotipi». Secondo Putin l’Eurasia «può elaborare e proporre un programma costruttivo e positivo sulle questioni relative alla sicurezza, migliorare le relazioni tra gli Stati, lo sviluppo economico, il cambiamento sociale, una migliore amministrazione e la ricerca di nuove forze capaci di guidare la crescita».
Per la comunità globale, ha proseguito Putin «dobbiamo essere un esempio di un futuro collettivo, innovativo e costruttivo, basata sulla giustizia, l’uguaglianza e il rispetto della sovranità nazionale, il diritto internazionale». Sono necessari strumenti efficaci per questo tipo di cooperazione. Questi possono essere creati attraverso l’integrazione.

«Oggi ci sono molti progetti di integrazione fiorenti in Eurasia», e ha citato il progetto russo, ovvero l’Unione Economica Eurasiatica. Definendo OBOR come un «approccio creativo per favorire l’integrazione nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dei trasporti, l’industria e la collaborazione politica», ha sostenuto che «sommando il potenziale di tutti i formati di integrazione come l’EAEU, l’OBOR, la SCO e l’ASEAN, siamo in grado di costruire le basi per una più grande collaborazione eurasiatica». Il coinvolgimento nel progetto cinese dell’UE potrà garantire un partenariato «equilibrato e onnicomprensivo, e ci permetterà di realizzare un’opportunità unica per creare un quadro di cooperazione comune, dall’Atlantico al Pacifico». Punto di partenza per lavorare a questo grande obiettivo, secondo Putin, la liberalizzazione del commercio. Il Presidente russo non trascura di guardare al sistema delle imprese, al quale promette sostegno finanziario e facilitazioni dal miglioramento della rete delle infrastrutture.
Eurasia, secondo Putin, non è un accordo geopolitica astratta, ma, un progetto di civiltà che guarda verso il futuro, alla base lo spirito di fiducia e collaborazione reciproca.

Se, come nota oggi il ‘Financial Times, gli Stati Uniti con Donald Trump stanno lasciando il vuoto in materia di liberalizzazione del commercio globale, la Cina sta occupando questo vuoto. Xi Jinping ha annunciato nuovi fondi a disposizione dell’iniziativa. «Oggi un multilaterale piano di connessione sta prendendo forma», ha dichiarato il Presidente cinese. C’è stato «un aumento degli scambi» nell’area della Belt and Road, che toccano oggi 56 aree, e che hanno generato 1,1 miliardi di dollari di entrate al fisco e 180mila nuovi posti di lavoro nei 65 Paesi finora presi in considerazione dall’iniziativa infrastrutturale cinese. La cooperazione finanziaria multilaterale, affidata soprattutto alla Aiib (Asian Infrastructure Investment Bank) è ancora «in fase iniziale», ha dichiarato il Presidente. «Costruiremo una piattaforma aperta, difenderemo e svilupperemo un’economia mondiale aperta», ha detto Xi nel discorso di apertura dei lavori del Belt and Road Forum.
L’offerta cinese si compone di diversi canali di finanziamento, che complessivamente raggiungono la cifra di 113 miliardi di dollari, anche se Xi non ha specificato una tempistica dell’erogazione dei nuovi fondi. Il Silk Road Fund, uno dei bracci finanziari dell’iniziativa di Xi, che poche settimane fa aveva acquistato una quota del 5% in Autostrade per l’Italia vedrà il proprio capitale a disposizione crescere di altri cento miliardi di yuan (14,49 miliardi di dollari) mentre dalle banche cinesi saranno incoraggiati investimenti per altri trecento miliardi di yuan (43,48 miliardi di dollari). Altri 380 miliardi di yuan proverranno dalle due grandi banche di sviluppo cinesi: China Development Bank (250 miliardi, pari a 36,23 miliardi di dollari) e Export-Import Bank of China (130 miliardi di yuan, equivalenti a 18,8 miliardi di dollari). Xi ha promesso anche aiuti, sotto varie forme, per altri sessanta miliardi di yuan (8,7 miliardi di dollari) ai Paesi che partecipano all’iniziativa cinese.

Un ruolo strategico di One Belt, One Road (OBOR) Xi ha ribadito che lo può avere anche sul fronte caldo rappresentato dalla Corea del Nord. La Cina vuole una soluzione pacifica alla crisi nord-coreana e ha sottolineato che Cina e Russia hanno un ruolo importante per la stabilità e la pace della regione. Poche ore prima, il Ministero degli Esteri aveva sottolineato la propria opposizione al test e aveva anche chiesto a tutte le parti coinvolte di esercitare moderazione per evitare di aumentare le tensioni nella penisola.

La diffidenza occidentale verso questo nuovo modello di globalizzazione, viene sia dalla UE che dagli Stati Uniti.
Le Nazioni europee hanno espresso delle riserve, chiedendo alla Cina garanzie in materia di libero commercio, protezione ambientale e condizioni di lavoro. «Fino ad ora le richieste dei Paesi Ue in aree come il libero commercio e la creazione di condizioni paritarie non sono state accolte», ha detto il Ministro dell’Economia tedesco Brigitte Zypries a margine del forum. Secondo fonti delle delegazioni europee citate dall’agenzia ‘Dpa’, i delegati dei Paesi Ue che hanno negoziato con i i funzionari cinesi sono preoccupati riguardo a questioni relative alla trasparenza, all’intervento pubblico e agli standard internazionali in tema di ambiente e diritti sociali.

Spaventa poi l’idea di una nuova egemonia cinese, opposta a quella ‘storica’ americana. Gli Stati Uniti si sono infatti mostrati cauti rispetto al progetto di Pechino. Fa storcere il naso, per esempio, il supporto per l’Unione Economica Eurasiatica di Vladimir Putin, definita tempo fa da Hillary Clinton come un tentativo di “ri-sovietizzare” le ex-nazioni dell’URSS. In effetti una convergenza ideologica e di obiettivi tra Cina e Russia, è da molti vista come il peggior incubo per l’egemonia statunitense. Sebbene, almeno all’apparenza, i due Paesi abbiano in comune ben poco – e sicuramente non l’idea di globalizzazione che vorrebbero perseguire – per ragioni storiche condividono se non altro un radicato anti-imperialismo, legato alla forte identità nazionale sentita e difesa dai due regimi. Entrambe le nazioni sono tutto fuorchè favorevoli al liberalismo che l’Occidente tende a dare per scontato. Questi punti in comune, che in effetti si traducono nella visione di un mondo sì, globalizzato, ma multipolare e opposto all’egemonia di Washington, potrebbero effettivamente essere più che sufficenti ai due Paesi per formare una solida alleanza che, almeno per ora, sembra basata su motivazioni economiche.

E di natura economica sono anche i molti dubbi di chi, in occidente, preferisce non scommettere sulle capacità della Cina di venire ripagata, dopo aver offerto ingenti somme a decine di Paesi che non godono di un’ottima reputazione come creditori. Finora Pechino ha spesso ‘perdonato’ Paesi come Venezuela e Zimbabwe, incapaci di ripagare i debiti con le banche asiatiche ma abbastanza opportunisti da cogliere ogni occasione per ottenere credito facile dalla Cina.

Estendere questo rischio a tre continenti e decine e decine di Paesi dall’economia tutt’altro che solida potrebbe essere troppo anche per una superpotenza economica come la Cina. Un’altra criticità è la storica debolezza cinese, quando si tratta di garantire trasparenza delle imprese e immunità dalla corruzione. Il Paese si troverà a operare in nazioni come il Turkmenistan, la Cambogia e il Myanmar, e il rischio di frodi e irregolarità sarà altissimo.

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