domenica, Novembre 17

Asian Infrastructure Investments Bank: Pechino sfida gli Usa

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Ma non è tutto. L’apparato dirigenziale Usa sospetta che Pechino intenda già ora estendere il raggio di influenza dell’Aiib anche al di fuori dello scenario prettamente asiatico, specialmente in virtù del fatto che l’Africa centrale rappresenta indubbiamente uno dei teatri in cui si concentra gran parte dell’attivismo cinese. Nel solo 2006 la Cina ha investito oltre 8 miliardi di dollari in Nigeria, Angola e Mozambico, a fronte dei 2,3 erogati dalla Banca Mondiale per l’intera area sub-sahariana. Nell’arco del triennio 2000-2013, la Cina ha investito complessivamente oltre 140 miliardi di dollari nel continente nero‘.

Fino al 2010, una quota più che preponderante degli investimenti diretti esteri cinesi erano destinati al settore minerario, ma da allora è aumentato il peso dell’industria leggera rispetto ai settori estrattivi. La metodologia impiegata è quella classica, in base alla quale il sostegno alle imprese a capitale pubblico viene utilizzato come leva per favorire l’apertura di imprese private cinesi nelle produzioni ad alto contenuto di manodopera. L’Africa è, peraltro, un continente destinato a divenire un grande mercato di consumo, con oltre un miliardo di persone che stanno vedendo crescere rapidamente il proprio potere d’acquisto. Il che rende diversi Paesi africani sia degli interessanti mercati di esportazione da conquistare sia profittevoli sedi di produzione per le imprese straniere.

Ciò potrebbe innescare un massiccio trasferimento di produzioni a basso valore aggiunto dall’Asia, assicurando grandi opportunità di impiego per la sterminata manodopera locale e dando quindi vita a una nuova fase di sviluppo per l’Africa. Pechino, per sfruttare al meglio queste possibilità e valorizzare adeguatamente il partenariato strategico stretto con quasi tutti i Paesi africani, ha messo a disposizione i fondi necessari alla costruzione del nuovo complesso che ospita la sede dell’Unione Africana presso Addis Abeba, come omaggio per celebrare il 50° anniversario della fondazione della organizzazione. Grazie a tale partenariato, le autorità cinesi non hanno semplicemente ottenuto una serie impressionante di concessioni relative all’esplorazione petrolifera di aree ancora vergini, ma sono riuscite a conquistare la fiducia dei governi africani.

Il rispetto dei leader del continente nero nei confronti della Cina risaliva per la verità al 1955, quando Cina ed India in primis promossero la Conferenza di Bandung, in Indonesia, cui parteciparono alti rappresentanti di ben 29 Paesi asiatici, africani ed europei (tra i quali spiccano i nomi di Gamal Abd el-Nasser, Houari Boumédiène, Sukarno, Jawaharlal Nehru, Zhou Enlai, Tito). Nel corso del vertice vennero stabiliti, tra gli altri, cinque capisaldi fondamentali che ancora oggi caratterizzano l’approccio cinese nei riguardi delle Nazioni africane, corrispondenti al rispetto reciproco delle sovranità nazionali e delle integrità territoriali, alla non aggressione reciproca, alla non interferenza reciproca negli affari di politica interna, all’uguaglianza e alla coesistenza pacifica. Tali principi, combinati alle necessità geostrategiche della Guerra Fredda, portarono la Cina a finanziare e supervisionare alla realizzazione del fondamentale tratto ferroviario meglio noto come Ferrovia della Libertà‘ che, correndo per oltre 1.800 km, collega il porto tanzaniano di Dar es-Salaam alla cittadina di Kapiri Mposhi, in Zambia.

Attualmente, Pechino progetta di potenziare ed estendere tale linea ferroviaria con una serie di reti minori ad essa collegate, nonché di realizzare una diga sul fiume Congo per creare notevoli quantità di energia idroelettrica e una rete ferroviaria e stradale volta a connettere il lembo di terra della Repubblica Democratica del Congo che si affaccia sull’Oceano Atlantico al porto kenyota di Mombasa, sull’Oceano Indiano, attraverso Uganda, Sudan del Sud e Ruanda. Dai principi di Bandung deriva inoltre il concetto di ‘ascesa pacifica‘, elaborato negli anni ’80 dal professor Yan Xuetong allo scopo di alterare la percezione esterna della Cina come ‘minaccia’ e fondato sulla necessità di instaurare rapporti di buon vicinato, nonché sull’impegno nazionale a promuovere un clima di stabilità in ogni angolo del pianeta. Il Presidente Hu Jintao ha contribuito a riportare in auge tale concetto, così come sta facendo oggi Xi Jinping.

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