lunedì, Ottobre 14

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BCe prestiti banche

Le due più importanti banche centrali si avviano verso un’impostazione di politica monetaria profondamente differente. Questa divergenza deriva da una situazione molto diversa nell’andamento dei fondamentali delle rispettive economie e comporterà interessanti cambiamenti nel trend di alcuni indicatori economici internazionali.

Per interpretare i due diversi stili di condotta della politica monetaria è necessario analizzare alcuni dati macroeconomici.

La presidente della FED (Federal Reserve) Janet Yellen da quando ha preso le redini della più importante banche centrale ha proseguito nella politica di graduale riduzione degli stimoli monetari avviata dal suo predecessore, Ben Bernanke. Dopo l’avvio della Grande Crisi e a seguito dei fallimenti bancari e del forte deterioramento della situazione economica la FED è intervenuta in modo deciso varando numerose misure di stimolo per evitare che l’economia statunitense rimanesse bloccata per troppo tempo. Per questo motivo, già ad inizio 2009 i tassi di interesse furono portati ad un livello prossimo allo 0% e da allora sono sempre rimasti a quel livello (0,25%). In aggiunta alla riduzione dei tassi di interesse la FED ha varato più piani di acquisto di titoli pubblici e privati in modo tale da mantenere bassi anche i tassi di interesse a medio e lungo termine e da iniettare una gran quantità di moneta nell’economia. Ben Bernanke, infatti, è stato soprannominato Helicopter Ben proprio perché le azioni di stimolo decise dalla FED nel corso del suo mandato sembrano simili allo spargere moneta da un elicottero per farla arrivare ai cittadini e invogliarli a spendere. Questi acquisti di titoli hanno assunto l’ormai famoso nome di QE (Quantitative Easing), cioè allentamento quantitativo, che comporta un incremento della quantità di moneta in circolazione. L’obiettivo di queste misure è stato duplice: tenere bassi i tassi di interesse a breve e lungo termine per favorire la propensione agli investimenti; far circolare più moneta nell’economia per sostenere il credito e, quindi, i consumi.

Si pensi che di QE la FED ne ha varati ben tre. L’ultimo sarà definitivamente interrotto entro la fine del 2014. Solo per dare un valore utile a capire quanto sia stato massiccio l’intervento della FED, si consideri che il terzo QE, quello che sta per concludersi, prevedeva l’acquisto di 85 miliardi di dollari di titoli (pubblici e privati) ogni mese. Per capire la portata di questa azione si pensi che con il QE3 la FED si è impegnata ad acquistare titoli e ad immettere moneta per un valore che è stato mensilmente pari a circa quattro volte l’annunciato risparmio della spending review italiana (che dovrebbe essere di 20 miliardi nel 2015).

Queste misure di stimolo hanno fatto sì che la FED comprasse titoli e immettesse moneta in modo così ampio da più che quadruplicare il suo bilancio che è cresciuto da circa 800 miliardi di dollari nel 2007 a oltre 4 triliardi di $ quando si concluderà il QE3

Queste imponenti misure hanno decisamente aiutato l’economia statunitense a risalire dalle secche della Grande Crisi e i dati economici lo testimoniano. Gli Stati Uniti hanno vissuto un solo anno di recessione, il 2009, quando il PIL (Prodotto Interno Lordo) registrò un calo del 2,9 per cento. Dal 2010 in avanti l’economia statunitense ha sempre registrato una crescita, con un minimo del +1,6 per cento nel 2011 (valore che in Italia forse rivedremo tra 2-3 anni).

Anche negli Stati Uniti si è registrato un periodo di deflazione. Dal dicembre 2008 all’ottobre 2009 la variazione annua dei prezzi fu negativa, con la contrazione maggiore nel luglio 2009 pari al -3,1 per cento. Questa dinamica dei prezzi è stata fortemente contrastata da tutte le misure adottate da Ben Bernanke e dopo quel periodo i prezzi hanno sempre mostrato una dinamica crescente. Ormai da diversi mesi l’inflazione statunitense è intorno al 2 per cento, livello obiettivo della FED. Quindi, le misure di stimolo hanno evitato che la deflazione bloccasse l’economia, come avvenuto in passato in Giappone.

Infine la disoccupazione, l’altro importante indicatore macroeconomico. Prima della crisi, nel 2007, negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione era tra il 4,5 e il 5 per cento. A causa della crisi tale valore è raddoppiato arrivando al 10 per cento sul finire del 2009. Poi la disoccupazione si è mantenuta per altri due anni sopra il 9 per cento e a partire da ottobre 2011 i disoccupati sono gradualmente diminuiti. La discesa è continuata fino all’estate 2014 quando il tasso di disoccupazione si è situato leggermente al di sopra del 6 per cento.

Quindi, vista la buona condizione dell’economia statunitense la FED ha deciso di ridurre gradualmente la portata del QE fino ad azzerarlo entro i prossimi 2-3 mesi e ha già annunciato che nel corso del 2015 i tassi di interesse verranno gradualmente rialzati, dopo sei anni e mezzo che erano allo 0,25%.

Ben diversa la situazione dall’altra parte dell’oceano. Nell’Area Euro le ingessature politiche hanno impedito alla BCE (Banca Centrale Europea) di agire con una forza paragonabile a quella della FED. Inoltre, nel corso del mandato del precedente Presidente della BCE, il francese Jean Claude Trichet, i tassi di interesse furono aumentati in due occasioni, sbagliando completamente la tempistica e travisando il quadro economico europeo. A ciò si aggiunga che, a differenza della FED, lo statuto della BCE non prevede che essa consideri la lotta alla disoccupazione un suo obiettivo e che tra i membri della BCE ve ne sono alcuni, tedeschi in testa, per principio contrari ad ogni azione di forte stimolo per capire quanto più lenta è stata l’attivazione di misure monetarie di natura non convenzionale.

Per questo motivo, in molte azioni, la BCE è arrivata dopo la FED. Basti dire che mentre la FED sta ora terminando il suo terzo ed ultimo QE la BCE dovrebbe attivare il suo primo QE nei prossimi mesi. Inoltre, solo con l’arrivo del nuovo Presidente Mario Draghi i tassi sono stati ridotti fino al minimo possibile e a inizio settembre sono stati portati allo 0,05 per cento. Solo per fare un confronto, mentre la FED ha ridotto i tassi di interesse allo 0,25% a inizio 2009 la BCE è scesa a questo livello solo nel Novembre 2013, ben cinque anni più tardi.

Tassi più elevati, mancanza di ingenti stimoli monetari, rigidità decisionali e opposizioni interne (anche nell’ultima riunione, che ha visto Draghi prendere la decisione di ridurre i tassi e annunciare acquisti di titoli, il rappresentante della Bundesbank e quelli di altre banche centrali del Nord Europa hanno votato contro tali provvedimenti) hanno limitato l’impatto positivo della politica monetaria. Si aggiunga che anche i Governi europei sono stati meno attivi rispetto a quello statunitense e si ha una spiegazione completa delle difficoltà dei Paesi Euro.

Perché la BCE ha deciso solo a fine 2014 di annunciare e avviare una politica di stimolo paragonabile ai QE della FED? Per capirlo è sufficiente osservare gli stessi tre indicatori esaminati per gli Stati Uniti.

L’Area Euro ha registrato una forte recessione nel 2009 (-4,4% del PIL), più forte di quella statunitense. Si è registrato poi un biennio di lenta crescita, ma poi altri due anni di recessione. Nel 2012 il PIL è sceso dello 0,7% e nel 2013 dello 0,4%. Inoltre, nel 2014  se ci sarà una crescita sarà comunque molto lieve.

Anche l’Area Euro ha già attraversato un periodo di deflazione: tra giugno e ottobre 2009 la variazione annua dei prezzi fu negativa, ma con tassi meno marcati di quelli statunitensi (la maggior flessione fu dello 0,6% a luglio 2009). Due ulteriori anni di recessione e un 2014 molto fiacco hanno nuovamente fatto calare i prezzi e le ultime quattro rilevazioni pongono il tasso  tra 0,5 e 0,4 per cento. Il pericolo di avere nuovamente l’intera Area Euro in deflazione è elevato e in questo caso si tratterebbe di una deflazione interna, cioè legata a fattori europei, molto più difficile da combattere di quella del 2009.

Infine, il tasso di disoccupazione mostra una condizione molto peggiore rispetto agli Stati Uniti. Prima della crisi, nel 2007 e 2008, l’Area Euro aveva un tasso di disoccupazione tra il 7,5 e l’8 per cento. Quasi doppio di quello statunitense, ma accettabile. La crisi ha fatto crescere i disoccupati portando il tasso al 10% nel gennaio 2010. Il grave problema europeo è che a causa dei limitati stimoli fiscali e monetari la disoccupazione non è più calata. È rimasta intorno al 10% fino a metà 2011 e poi è addirittura tornata a crescere sino al 12% nel corso dell’estate del 2013. Da allora vi è stata solo una leggera riduzione, a luglio 2014 il tasso di disoccupazione è stato pari all’11,5% quasi il doppio del dato statunitense.

Economia stagnante, pericolo di una deflazione interna e disoccupazione elevata hanno finalmente indotto la BCE ad agire in modo più deciso. E ciò proprio mentre dall’altra sponda dell’Atlantico la FED si appresta ad agire in modo opposto.

Questo disaccoppiamento delle politiche monetarie provocherà alcuni cambiamenti nei prossimi mesi. In primo luogo c’è da aspettarsi che l’Euro continui a deprezzarsi nei confronti del Dollaro. Si consideri che a marzo-aprile 2014 il tasso di cambio era oltre 1,38 mentre in questi giorni è sceso sotto 1,29 dollari per euro, una riduzione di oltre il 6,5 per cento in quasi cinque mesi. Questo andamento dovrebbe proseguire perché l’Area Euro è destinata ad avere tassi di interesse più bassi e fondamentali economici peggiori rispetto agli Stati Uniti ancora per molto tempo rendendo l’Euro meno appetibile. Il deprezzamento dell’Euro nel medio periodo dovrebbe produrre due effetti positivi: rendere più competitivi i prodotti europei favorendo le esportazioni e aiutando la ripresa; importare un po’ di inflazione perché si pagheranno a maggior prezzo le importazioni. Quindi, un Euro più debole aiuterà a risolvere i problemi attuali dell’Area Euro, ma fare affidamento solo sul tasso di cambio sarebbe errato.

Per questo motivo, come si ricordava in precedenza, la BCE ha deciso di avviare altre misure. Infatti, il 18 settembre sono  cominciate le aste per fornire liquidità alle banche con il vincolo di utilizzare i nuovi fondi per nuovi prestiti, in modo da rilanciare consumi e investimenti e a breve saranno avviati acquisti di titoli cartolarizzati al fine di stimolare le banche a concedere ulteriori fondi all’economia. Questa aumento di liquidità, un QE all’europea, contribuirà a rilanciare credito e consumi, ma contribuirà a deprezzare ulteriormente l’Euro.

Inoltre, come detto, mentre i tassi di interesse resteranno bassi, quelli statunitensi cominceranno a salire. Ciò dovrebbe avviare un possibile deflusso di capitali internazionali dalla zona Euro verso gli Stati Uniti che avrà come conseguenza un ulteriore rafforzamento del dollaro.

Ciò che vedremo nei prossimi mesi, quindi, è la risposta della BCE, molto probabilmente tardiva, alle politiche di stimolo della FED degli ultimi anni. Si cercherà di riprodurre con anni di ritardo e con intensità inferiore ciò che la banca centrale americana ha fatto negli anni passati. Si spera che i falchi europei abbiano compreso la lezione e che finalmente si possano avviare politiche di stimolo, anche fiscali, che riescano a portar fuori dalle sabbie mobili l’Area Euro. Purtroppo, però, i continui scontri tra politici europei e le opposizioni interne alla BCE non fanno ben sperare. Evidentemente anche la cruda realtà dei dati economici non è sufficiente a convincere chi ha sbagliato. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

 

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