domenica, Giugno 16

Battisti, Salvini e l’articolo 27 della Costituzione Via D'Amelio: Fiammetta Borsellino accusa

0

«Da ragazzo ero anarchico,

adesso mi accorgo che si può essere sovversivi,

solo chiedendo che le leggi dello Stato

vengano rispettate da chi governa»

(Ennio Flaiano)

Cesare Battisti è un mascalzone. Punto. Cesare Battisti non è solo un mascalzone: è, oltre che l’assassinio e complice di assassini condannato in sede definitiva, un sostanziale cretino, arrogante; fa, letteralmente pena (pena: non compassione, o meritevole di misericordia). Altro punto. Piuttosto deve far pensare che personaggi di una certa levatura si siano mobilitati per lui, in Francia, in Italia, altrove; terzo punto. Premesso debitamente tutto ciò, e fatto salvo tanto altro che si può dire, c’è una cosa che risulta incredibile, spiegabile solo con la pochezza dei tanti che utilizzano quella vicenda per fare i pavoni.

La vicenda incredibile – e che dovrebbe far pensare (e tanto più visto che sono pochi, a ‘pensare’), è che Battisti ora sia rinchiuso nel carcere di Oristano (va bene). In isolamento (va bene un po’ meno). Ma che senso l’accanimento di sottoporlo, come riferiscono le agenzie, ad un regime che lo costringerà a trascorrere alcuni mesi, sei si dice, in isolamento: in cella da solo, senza la possibilità di interagire con gli altri detenuti e fare attività esterne o interne al carcere? Queste misure sono un supplemento di pena alla pena che deve scontare. Hanno il sapore della vendetta, del circo romano a uso del popolo. Panem et circenses, si diceva un tempo. No, così non va. A costo d’essere impopolari e venir additati come amici e complici dei terroristi: i diritti basilari valgono per tutti, nessuno escluso.

Mai dimenticare – non lo dimentichino neppure i ministri dell’Interno Matteo Salvini e della Giustizia Alfonso Bonafede – che l’articolo 27 della Costituzione stabilisce che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»; il ministro dell’Interno Salvini, e della Giustizia Bonafede, non dimentichino neppure un istante che a quella Costituzione hanno giurato fedeltà.

Il ministro dell’Interno (ma un qualunque ministro) non dovrebbe consentirsi espressioni come «deve marcire in galera»; meno felpa, più giacca e cravatta. Nessuno, neppure Battisti, deve «marcire»; né vale la giustificazione che si tratta di espressione d’uso comune. Un ministro non si esprime facendo uso di questa terminologia. Le forme sono sostanza, e in particolare quando si tratta di giustizia, legge, diritto. Di più: un ministro, e tanto più dell’Interno, non si avventura in terreni che non sono i suoi; per esempio non vaticina le modalità e la durata della pena da scontare; spetta al giudice dell’esecuzione stabilire i modi di adattare la condanna al condannato. E’ sempre un giudice che deve stabilire se l’ergastolo deve o no essere ostativo, se le condizioni fisiche e psichiche di Battisti sono compatibili con il regime carcerario. Un giudice. Non un ministro dell’Interno. A ognuno il suo.

   Chiosa su un processo interessante, istruttivo, pochissimo seguito. Quello sulla strage di via D’Amelio, a Palermo. Ormai, dice Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, «è acclarato che ci sono stati comportamenti contro la legge, come l’avere utilizzato personale dei servizi segreti nelle indagini, una cosa avallata e accettata da schiere di investigatori e di magistrati»Fiammetta Borsellino, figlia del giudice antimafia Paolo ucciso nella strage di Via d’Amelio, durante un incontro-dibattito a Palermo con il presidente della Commissione regionale antimafia Claudio Fava, e il procuratore generale Roberto Scarpinato, dice che «a Caltanissetta c’è un processo nei confronti di tre poliziotti che hanno indotto il falso pentito Scarantino alla calunnia e purtroppo assisto a delle udienze ignobili. Mi è capitato di andare a Caltanissetta e di assistere a testimonianze di poliziotti che in cinque ore dicono di non ricordare nulla rispetto a quel periodo. E’ necessario un contributo di onestà perché qualsiasi Procura illuminata non può portare avanti un’impresa (la scoperta della verità sulla strage di via D’Amelio, ndr) che appare ciclopica se non c’è una collaborazione di chi è stato protagonista in quegli anni. Parlo di poliziotti, magistrati, ministri».

   E ancora: «Il teorema Buscetta si deve fare valere anche in questo caso. Ci sono ministri di Giustizia, dell’Interno e della Difesa che non potevano non sapere che si stavano ponendo in essere procedure contro la legge…Per me esistono i fatti. Il 19 luglio ho avuto un incontro con il ministro della Giustizia, mi è stato detto che si sarebbero aperti gli archivi del Sisde, ma sono passati mesi senza avere risposte di nessun tipo né su questo fronte né su quello di eventuali procedimenti disciplinari doverosi da parte del CsmNon mi risultano fatti concreti, l’unica cosa concreta è il lavoro delle Procure attuali che si trovano con fatica a portare aventi un’impresa ciclopica, perché senza testimonianze adeguate non so che tipo di risultati potranno raggiungere».

Fantastica notizia, eppur relegata in poche righe: Aicha Elibethe Ounnadi, operatrice ecologica come oggi si dice, viene assolta e reintegrata nel lavoro. Il reato che avrebbe commesso è aver portato a casa, per il figlio, un monopattino che un collega aveva trovato tra i rifiuti (appunto: operatrice ecologica). Prendere qualcosa tra i rifiuti è un reato, e oltre il processo, la donna viene anche licenziata. I fatti si sono svolti nel giugno 2017. Il tribunale due anni dopo stabilisce che Aicha deve essere reintegrata. In sostanza non si può licenziare una persona, per aver sottratto in buona fede, dai rifiuti, un monopattino. L’azienda licenziatrice deve anche pagare le spese legali, 10mila euro.
Allora: per il presunto furto di un monopattino buttato via, e per il reintegro nel posto di lavoro, due anni, che vedono impegnati magistrati, cancellieri, ecc.; finisce poi in gloria. Ecco, tutto relegato in una decina di righe.

Seconda notizia relegata in poche righe: secondo gli imprenditori italiani il nostro sistema giudiziario ha effetti negativi sul 65 per cento delle piccole imprese, e sul 53 per cento delle grandi aziende. È quanto emerge da un sondaggio SWG. Chi riconosce ‘effetti positivi’ del sistema giudiziario è solo il 9 per cento. Per due imprenditori su tre il cattivo funzionamento dei processi e gli inceppamenti che ne derivano colpiscono sia i cittadini che le imprese. Il 93 per cento degli interpellati sostiene che l’inefficienza della macchina giudiziaria italiana pesa ‘molto’ o ‘abbastanza’ sull’economia e il 53 per cento la lentezza della giustizia ha o ha avuto un peso negativo ‘rilevante’ o ‘molto rilavante’ nella propria azienda.

   Terza notizia, completamente ignorata: tragedia nella Casa circondariale di Cà del Ferro a Cremona. Un detenuto proveniente dal carcere di Bollate (Milano) si toglie la vita. E’ un italiano di 52 anni, sarebbe uscito nel 2020. I suicidi in carcere sono un fenomeno in crescita costante. Nel 2018, 67 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un penitenziario. Nel 2017, 52; l’anno precedente 45. Nel corso degli ultimi diciannove anni i suicidi oltre le sbarre sono stati 1053. In totale i decessi (per tutte le cause) sono stati, nello stesso periodo, 2.884.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore