mercoledì, Aprile 8

Bannon: come le migrazioni cambiano i governi Il Governo belga rischia di cadere sul Global Compact: ecco come il fronte sovranista crea una battaglia politica

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Siamo ancora abbastanza lontani dalle elezioni europee del 2019, ma il terreno di battaglia è già pronto. E c’è chi, come Steve Bannon, da tempo batte i palcoscenici di mezza Europa per coordinare il suo The Movement, la cosiddetta internazionale populista che si prefigge di unire le anime del sovranismo europeo di destra. La battaglia sarà – ed è già – combattuta su vari piani, fra cui quello della propaganda, di vitale importanza soprattutto in periodo di campagna elettorale.

Sabato scorso, l’ex consigliere di Donald Trump alla Casa Bianca, era in Belgio, invitato dal partito anti-immigrazione Interesse Fiammingo (Vlaams Belang, VB), per parlare del Global Compact, il patto promosso dall’ONU che dovrebbe fissare dei principi circa la gestione dell’immigrazione nei prossimi anni. Bannon ha definito questo accordo come «morto prima di essere firmato». E ha continuato tessendo le lodi dell’ungherese Viktor Orbán e della francese Marine Le Pen, anche lei presente alla riunione tenutasi nelle sale del Parlamento fiammingo a Bruxelles. Secondo Bannon, infatti, il Global Compact sarebbe l’ennesima cessione di sovranità voluta da élite globaliste e internazionaliste, contrarie alle esigenze del popolo (europeo e americano) che non può e non deve sobbarcarsi i problemi dell’Africa.

Le sue parole venivano pronunciate mentre proprio in Belgio iniziava una fase dura per il Governo di Charles Michel. Proprio sulla questione del Global Compact, la Nuova Alleanza Fiamminga (Nieuw-Vlaamse Alliantie, N-VA), parte dell’esecutivo, ha dichiarato di non essere favorevole all’accordo, minacciando di ritirare il proprio sostegno al Governo. Michel si potrebbe quindi trovare nella posizione di dover formare un esecutivo di minoranza, con il rischio di andare al voto a maggio 2019: le elezioni politiche si aggiungerebbero a quelle federali, comunali ed europee già programmate, rendendo il prossimo un anno X per il Belgio, sempre percorso da tensioni separatiste. E se questo capita nella capitale d’Europa, il resto del continente ha poco da stare tranquillo.

La vicenda del Global Compact ha un che di esemplificativo nel chiarire il modus operandi di quel network dei movimenti populisti europei e dei loro media di riferimento. Il tema dell’immigrazione è, come si sa, uno dei più caldi e più battuti dal fronte sovranista, parte della cui propaganda si basa proprio sulla difesa dei confini e dell’identità nazionale. Nel dicembre 2017, Donald Trump annuncia di aver respinto il piano dell’ONU, intenzionato, a suo dire, di togliere ogni limite all’immigrazione. Le sue parole vengono riprese dal campione del sovranismo europeo, Viktor Orbán, che inizia ad alludere alla possibilità di non aderire al piano – secondo la sua lettura, l’ennesimo complotto orchestrato da Soros. Nel giro di qualche mese, la notizia inizia a ingrossarsi: in Germania, Alternativ für Deutschland comincia a martellare sul Global Compact, presentato dai media ad esso vicini come strumento di insediamento controllato e citando, oltre a fonti russe, Trump e Orbán. Benché il tema del Global Compact non sia ancora diventato centrale nel dibattito politico, AfD, insieme agli svizzeri del Partito Popolare Svizzero e agli austriaci del FPÖ dibatte animatamente sul problema.

Nel luglio del 2018 si passa all’azione: l’Ungheria si ritira, sui social media di lingua tedesca iniziano a comparire video e petizioni contrari al Global Compact e collegati a AfD, mentre in Olanda vengono ripresi articoli anti-Soros della propaganda ungherese. In Austria, attivisti di estrema destra come Martin Seller, leader del ramo austriaco di Generazione Identitaria (Identitären Bewegung Österreich, IBO), iniziano a presentare il Global Compact come pericolo per l’identità europea, citando articoli provenienti da Breitbart News, il sito fondato da Bannon e promotore della campagna elettorale di Trump. Si dice che il Global Compact garantisca il diritto all’immigrazione, anche se non è vero, ma la fake news viene ripresa da tutti gli organi di informazione sovranisti.

Tutto questo ha portato anche l’Austria ad annunciare dubbi sul Global Compact. Kurz, da Ministro degli Esteri, aveva sostenuto e lavorato attivamente alla stesura dell’accordo, ma oggi, da Cancelliere, esprime dubbi in merito, per non rischiare di far crollare il Governo: il sostegno del FPÖ è più importante dell’accordo. In Germania, intanto, il lavoro di AfD sta portando i suoi frutti, così come in Olanda. In Belgio, un Governo è a rischio. L’internazionale populista, anche se non esplicitamente eterodiretta, ha lavorato.

Bannon ha pianificato un vero e proprio tour de force elettorale in preparazione delle elezioni europee. È intenzionato a finanziare di tasca propria i movimenti ultraconservatori e i partiti sovranisti, per prepararli alla sfida del prossimo anno e non sembra preoccupato del fatto che il genere di attività che si prefigura di fare sia considerato illegale in gran parte dei 13 Paesi parte della sua campagna. In Francia, Ungheria, Repubblica Ceca, Finlandia e Olanda, per esempio, è vietato ricevere fondi da associazioni straniere, mentre in Germania i finanziamenti non possono superare una certa soglia. Bannon farà di tutto per proseguire la sua attività, cercando di rimanere nell’alveo della legalità.

Certo è che la sua attività non sembra differire di molto da ciò di cui sono accusati Russia e Cina: interferire nella vita politica di Paesi stranieri, orientando l’opinione pubblica con la diffusione di fake news e con propaganda antieuropeista. Bannon sostiene che la sua sia l’attività di un privato cittadino, ma si può escludere del tutto la presenza di una longa manus a stelle e strisce dietro l’indefesso lavoro di questo volenteroso cittadino americano? D’altro canto, proprio sulla diffusione delle fake news da parte di Breitbart News si è basata la vittoria dell’attuale Presidente degli USA.

I toni sulla questione dei migranti sono duri, oggi più che mai. Il dibattito, avvelenato dalle fake news, ha creato un clima difficile. Amnesty International ne dà un quadro in occasione dei 70 dalla Dichiarazione universali dei diritti umani. E il quadro che ne esce non è positivo, anche per l’Italia che, nel 2018, è stato governato da esponenti di due dei partiti osannati da Bannon in passato. Il ricorso a stereotipi e linguaggio razzista, per alimentare i sentimenti populisti e identitari (denunciati da Amnesty) hanno portato alla vittoria delle elezioni, grazie al terreno preparato dalla campagna mediatica correlata. I toni sono stati mantenuti una volta al Governo, così come al ricorso della retorica xenofoba che ha giustificato le violazioni dei diritti umani denunciate dall’organizzazione. Se si vuole vedere come potrebbe essere l’Europa del futuro, probabilmente bisogna guardare all’Italia.

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