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Il decreto denominato IMU-Bankitalia (Decreto Legge 133/2013) ha suscitato ampio dibattito negli ultimi giorni. L’obiettivo di questo intervento è quello di far luce sulle modifiche che il decreto e il nuovo Statuto della Banca d’Italia hanno apportato a tre specifici aspetti inerenti il funzionamento dell’istituto centrale: il capitale, gli utili, le quote di partecipazione. Sono questi i tre punti fondamentali novati dalle nuove disposizioni. Sulla base di queste informazioni i lettori potranno costruirsi un’idea personale basata su una conoscenza ampia e dettagliata della situazione.

Prima di descrivere i cambiamenti apportati tra fine 2013 e inizio 2014 è utile soffermarsi su alcuni particolari.

1-In primo luogo è bene capire perché due materie così diverse (un’imposta sulla casa e la riforma della Banca d’Italia) siano state inserite nello stesso decreto. Con la riforma del valore del capitale della Banca d’Italia le banche che posseggono quote di quel capitale dovranno pagare una tassa sulla rivalutazione di queste quote. L’importo che il sistema bancario sarà chiamato a pagare sarà di circa un miliardo di Euro. Questo introito servirà a coprire la riduzione di entrate dovuta all’abolizione dell’IMU. Questa è la motivazione che ha fatto confluire i due provvedimenti nello stesso decreto: i soldi pagati dalle banche per la rivalutazione delle quote serviranno allo Stato per sopperire al mancato gettito dell’IMU.

2-Un altro aspetto importante è che definire questo provvedimento una privatizzazione della Banca d’Italia è errato perché con il decreto non si cambia né la natura né i soggetti che detengono le quote della Banca Centrale. Già prima del decreto erano in larga misura soggetti privati a detenere le quote del capitale della Banca Centrale. Quindi, se fosse valida l’interpretazione di chi considera privata la Banca d’Italia, si potrebbe dire che Bankitalia è già privatizzata, ma non è certamente questo decreto che la privatizza. Su questo aspetto è bene ricordare che le quote del capitale della Banca Centrale sono prevalentemente in mano a soggetti privati in quanto con il processo di privatizzazione del settore bancario, le banche, una volta di proprietà dello stato, sono diventate banche private. In questo modo le partecipazioni che le banche pubbliche già avevano in portafoglio sono diventate partecipazioni detenute da banche private. Ne consegue che, se questa struttura del capitale della banca centrale non piace, la colpa è ascrivibile a chi, procedendo con la dismissione delle banche pubbliche negli anni Novanta, non badò a questo particolare.

3-Nel 2005 fu varato un provvedimento, la legge 262 del 28 dicembre, che intendeva ridefinire l’assetto proprietario della Banca. Il comma 10 dell’articolo 19 di quella legge così recitava: “Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici”. Quel regolamento non è mai stato predisposto e i tre anni sono passati senza che politici, movimenti o banchieri alzassero il polverone che si è visto nelle ultime settimane. Se si voleva procedere ad una revisione della proprietà della banca centrale si poteva far leva su quel provvedimento e impegnarsi per tempo affinchè le quote passassero dai privati allo Stato o ad enti pubblici. Si tenga presente però, che il trasferimento delle quote non poteva avvenire gratuitamente. Lo Stato avrebbe dovuto pagare ai proprietari, cioè alle banche, il valore delle quote per entrarne in possesso.

Il tempo è passato, nulla è stato fatto e, dopo anni, in presenza di una legge sospesa e non applicata si è deciso di intervenire con il decreto che tanto ha attirato l’attenzione in questi giorni.

4-La Banca d’Italia non è l’unico caso al mondo di banca centrale che ha per azionisti degli enti privati. La Federal Reserve, la Bank of Japan, la National Bank of Belgium, la Swiss National Bank, la Central Bank of Turkey, la Bank of Greece e la South Africa Reserve Bank hanno una struttura simile a quella della Banca d’Italia. E l’attuale riforma della Banca d’Italia si è ispirata in alcuni aspetti a ciò che è scritto negli Statuti di queste banche centrali. Quindi, la situazione  italiana, che può piacere o no, non è un caso isolato.

Fatte queste precisazioni, passiamo ad esaminare i tre punti più importanti della riforma.

Rivalutazione delle quote di capitale

Il valore del capitale della Banca d’Italia è stato per molti anni pari a 156.000 Euro, diviso in 300.000 quote ognuna del valore di 0,52 Euro. Tale valore non era mai stato aggiornato dal 1936, anno in cui la legge bancaria indicò un valore di 300 milioni di Lire per il capitale della Banca.

I partecipanti al capitale (si chiamano così gli azionisti della Banca d’Italia) nel corso degli anni avevano proceduto in modo autonomo alla rivalutazione della loro partecipazione. Ciò significa che, andando ad esaminare i bilanci delle banche italiane, ci si accorge che alcune hanno in bilancio le quote di Bankitalia al valore storico, altre le hanno rivalutate attribuendo loro un valore in linea con quello poi adottato dalla recente riforma, altre ancora (vedi Carige) avevano rivalutato le quote tanto da attribuire un valore complessivo superiore ai 20 miliardi per l’intera Banca d’Italia. Quindi, prima della riforma, a fronte di un valore unico e preciso iscritto nel bilancio dell’istituto centrale esistevano valutazioni molto diverse delle quote detenute dalle banche. Ciò creava confusione nella comparazione dei bilanci perché alcune banche attribuendo loro sponte una valutazione gonfiata alle quote della Banca d’Italia potevano artificiosamente aumentare il proprio patrimonio.

Questo problema è stato eliminato con l’attuale riforma, perché ora esiste un valore aggiornato e, quindi, i partecipanti dovranno uniformare il valore delle quote iscritto nei loro bilanci a quello ufficiale del bilancio della banca centrale.

Sulla rivalutazione ci si pone sostanzialmente due domande: da dove vengono i soldi per aumentare da 156.000 Euro a 7,5 miliardi il capitale? E come si è arrivati al valore di 7,5 miliardi?

Ne consegue che nel futuro bilancio della Banca d’Italia la voce “riserve” sarà ridotta di circa 7,5 miliardi (l’ultimo bilancio indicava un ammontare della voce “riserve ordinaria e straordinaria” pari a 14,8 miliardi) e contemporaneamente la voce “capitale” sarà incrementata fino a 7,5 miliardi. Quindi, sono fondi già presenti nella Banca, che cambiano la loro posizione nel bilancio. A seguito di ciò, il valore della singola quota passerà da 0,52 € a 25.000 €.

Questa rivalutazione che impatto avrà sui partecipanti? Le banche che nel proprio bilancio avevano una valore delle quote inferiore a 25.000 € lo aumenteranno fino a questo valore facendo crescere il loro patrimonio, le banche che avevano un valore simile non faranno alcuna operazione o varieranno in modo molto limitato il valore iscritto in bilancio, le banche che avevano iscritto in bilancio un valore superiore (come la già ricordata Carige) dovrebbero ridurre il valore delle quote portandolo a 25.000 € diminuendo il valore del proprio patrimonio.

Chi procederà alla rivalutazione delle quote dovrà pagare sulla differenza di valore (la cosiddetta plusvalenza) un’imposta del 12% che farà entrare nelle casse dello Stato circa un miliardo di Euro. L’aliquota del 12% è stata stabilita nella Legge di Stabilità di fine 2013.

Quindi, non è propriamente un regalo, visto che è oneroso, e non tutte le banche ne beneficeranno, poiché alcune dovranno ridurre il valore delle quote.

Fino a questo punto l’operazione descritta consiste in meri cambiamenti contabili, non vi sono spostamenti di denaro dal settore pubblico al settore privato.

La seconda questione riguarda il modo in cui si è determinato il nuovo valore del capitale. L’operazione, descritta nei particolari dai documenti della Banca d’Italia, è abbastanza semplice. È stato utilizzato un modello molto noto (il Dividend Discount Model) per la valutazione delle società. Con questo metodo il valore di una attività finanziaria è posto pari al valore attuale netto del flusso di reddito futuro da essa generato. In altre parole, il valore di 7,5 miliardi è stato ottenuto attualizzando al 2014 i valori di tutti i dividendi che i partecipanti potranno ottenere dal 2014 in poi, su un orizzonte infinito di tempo. Per ottenere questo valore sono state fatte delle supposizioni, visto che nessuno conosce il futuro, e tutti i parametri del calcolo sono pubblici. Analizzando il calcolo e i suoi parametri non si nota nulla di particolarmente complesso o oscuro. Sono forniti anche confronti con altri calcoli analoghi e i parametri sembrano avere un certo senso logico.

Però, a parere di chi scrive, vi è una questione, molto tecnica, su cui sarebbe stato necessario un maggior approfondimento da parte dei politici prima di varare il decreto. Nel calcolo dell’attualizzazione dei futuri dividendi la Banca d’Italia ha utilizzato il tasso di interesse dei Bund decennali (i titoli di stato tedeschi) per calcolare il tasso di sconto da utilizzare lungo tutto l’arco di previsione. Inoltre, ha utilizzato un tasso dei Bund pari all’1,8%. Utilizzare un tasso così basso permette di limitare il costo dell’attualizzazione e avere minore impatto sulle somme future, gonfiando il valore attuale. Sarebbe stato preferibile o l’utilizzo del tasso sui BTP decennali, visto che la Banca d’Italia opera in Italia e i BTP sono più indicativi della situazione del Paese, oppure sarebbe stato opportuno l’utilizzo non del valore corrente del tasso sui Bund, ma almeno di una media degli ultimi dieci anni. Utilizzando questi parametri, a mio avviso più neutrali e veritieri di quello adottato dalla Banca d’Italia, il valore del capitale della Banca d’Italia sarebbe stato inferiore rispetto a quello calcolato dagli esperti nominati da via Nazionale e poi approvato dal Parlamento.

Distribuzione degli utili

Anche la distribuzione degli utili della banca centrale è stata modificata, incidendo sugli articoli 39 e 40 dello Statuto della Banca d’Italia.

Il vecchio articolo 39 dello Statuto prevedeva la seguente distribuzione degli utili:

–       il 20% degli utili a riserva ordinaria

–       un valore pari al massimo al 6% del capitale (il capitale era pari a 156.000 euro) ai partecipanti

–       un valore pari al massimo al 20% degli utili a riserva straordinaria

–       un valore pari al massimo al 4% del capitale (il capitale era pari a 156.000 euro) ai partecipanti

–       la parte residuale allo Stato.

Inoltre, l’articolo 40 prevedeva che dai frutti ottenuti investendo le riserve potesse essere prelevata una somma pari al massimo al 4% delle riserve registrate in bilancio l’anno prima da utilizzare come ulteriore compenso per i partecipanti.

Un esempio numerico chiarisce tale suddivisione. I dati sono tratti dal bilancio 2012 della Banca d’Italia.

Nel corso del 2012 la Banca d’Italia ha conseguito utili lordi pari a 4,428 miliardi, su cui ha pagato 1,927 miliardi di imposte.

L’utile netto è stato pari a 2.501.125.966 euro che è stato così suddiviso:

–       500.225.193€ a riserva ordinaria (pari al 20%)

–       9.360€ ai partecipanti, cioè le banche, l’Inps e gli altri possessori delle quote di capitale (pari al 6% del capitale, il massimo possibile)

–       500.225.193€ a riserva straordinaria (pari al 20% degli utili, il massimo possibile)

–       6.240€ ai partecipanti (pari al 4% del capitale, il massimo possibile)

–       1.500.659.980 allo Stato.

Inoltre, a norma dell’articolo 40 sopracitato, si è deciso di destinare ai partecipanti una ulteriore somma pari allo 0,5% (quindi inferiore al 4% massimo previsto) del valore delle riserve iscritte in bilancio nel 2011 per un ammontare pari a 70.026.000€ (lo 0,5% di 14.004.911.253€, valore delle riserve nel 2011). Di conseguenza, i partecipanti al capitale nel 2013 hanno percepito 70.041.600€ (pari alla somma di 70.026.000€, 9.360€ e 6.240€) mentre lo Stato ha percepito dalla Banca d’Italia, pur non essendone azionista, 3.427.779.067€, sommando tasse e dividendi.

Il nuovo Statuto modifica la distribuzione degli utili. L’articolo 39 indica che:

–       il 20% degli utili va alla riserva ordinaria

–       un valore pari al massimo al 6% del capitale (che ora vale 7,5 miliardi di Euro) viene attribuito ai partecipanti

–       un valore pari al massimo al 20% degli utili va alla riserva straordinaria

–       il resto allo Stato

È stato eliminato ciò che era previsto dall’articolo 40 (l’ulteriore versamento pari al massimo al 4% delle riserve dell’anno precedente) e nella distribuzione degli utili si è eliminata la seconda quota destinabile ai partecipanti.

A mo’ di paragone, utilizzando i dati del 2012, si può ipotizzare che il Consiglio Superiore della Banca d’Italia decida di destinare ai partecipanti un’ammontare di utili pari all’1% del capitale ottenendo il seguente risultato:

Utile netto 2.501.125.966 euro:

–       500.225.193€ a riserva ordinaria (pari al 20%)

–       75.000.000€ ai partecipanti, cioè le banche (pari all’1% del capitale, ora pari a 7,5 miliardi di Euro)

–       500.225.193€ a riserva straordinaria (pari al 20% degli utili, il massimo possibile)

–       1.425.675.580 allo Stato.

La situazione non sarebbe molto diversa dall’attuale. Ho scelto di calcolare come utili da destinare ai partecipanti l’1% del capitale e non il 6% massimo previsto perché fino ad ora, come risulta dai bilanci, la banca centrale destinava lo 0,5% invece del massimo del 4% delle riserve ai partecipanti. Ho supposto che anche nei prossimi bilanci non si arriverà a destinare il massimo possibile, ma si utilizzerà un’aliquota che renda omogenei i due procedimenti.

Si considerino ulteriori tre aspetti:

Ipotizzando l’adozione delle percentuali massime, con il vecchio Statuto i partecipanti avrebbero potuto ricevere circa 560 milioni di Euro, mentre con il nuovo Statuto (sempre utilizzando i dati del 2012 per confronto) la cifra da destinare ai partecipanti sarebbe stata al massimo pari a 450 milioni di Euro (il 6% del valore del capitale attuale).

Un secondo aspetto importante è che nel vecchio Statuto i pagamenti da destinare ai partecipanti erano collegati al valore delle riserve, valore che aumenta di anno in anno e, quindi, i dividendi da distribuire ai partecipanti sarebbero cresciuti costantemente (ipotizzando l’utilizzo di aliquote costanti nel tempo). Con il metodo attuale, invece, la distribuzione degli utili è legata solo al valore del capitale, che rimarrà inalterato per diversi anni lasciando immutato nel tempo il valore dei dividendi da destinare ai partecipanti. Tale valore sarà al massimo pari a 450 milioni o sarà inferiore se si utilizzerà una percentuale inferiore al 6% del capitale e sarà tale fino alla futura revisione del valore del capitale (che viste le polemiche verrà modificato nuovamente tra 70 anni…).

Si tenga presente, inoltre, che il valore dei dividendi dell’ultimo anno, ottenuto con l’aliquota allo 0,5% sulle riserve, è il valore di partenza utilizzato per il calcolo del Capitale (Dividend Discount Model) descritto nel punto precedente. Quindi, il valore del capitale di 7,5 miliardi è derivato partendo da un ammontare di dividendi realmente percepito e non da quello ipotetico, molto più alto, ottenibile con le aliquote massime concesse dalle disposizioni statutarie precedenti.

Quindi, il nuovo metodo di distribuzione degli utili sembra essere meno favorevole per gli azionisti rispetto al passato. Esamineremo quale percentuale degli utili (tra lo 0 e il 6% del capitale) sarà distribuita con il prossimo bilancio per capire se nella pratica sarà cambiato qualcosa.

Proprietà delle quote

L’ultimo punto pare essere quello realmente più controverso. È qui, infatti, che potrebbe annidarsi qualche sospetto di supporto occulto al sistema bancario.

Gli attuali partecipanti al capitale, come è risaputo, (vedi qui) sono in prevalenza enti privati. Su un totale di 300.000 quote, Intesa Sanpaolo ne detiene 91.035 e Unicredit ne possiede 66.342. A questa concentrazione si è arrivati con i processi di privatizzazione e successiva fusione degli istituti bancari italiani nel corso degli ultimi tre decenni. Tra gli enti pubblici sono presenti l’INPS con 15.000 quote e l’INAIL con 2.000 quote.

Con la riforma si è disposto che nessuno dei partecipanti potrà detenere più del 3% del capitale della Banca d’Italia. Questa disposizione è molto importante: chi attualmente detiene una quota superiore al 3% è, per legge, obbligato a venderla. In questo modo, è pur vero che non ci sarà più nessuno a detenere quote rilevanti come quelle attuali di Intesa e Unicredit, ma chi venderà queste quote potrà fare ottimi profitti, visto che rivenderà quote rivalutate da 0,52 a 25.000 euro. Ad esempio, quando Intesa dovrà cedere le sue quote eccedenti il 3% riceverà 25.000 € per ogni quota venduta. Su questo guadagno le banche venditrici pagheranno ovviamente le imposte, ma rimane comunque un’operazione che favorirà gli istituti che vantano le quote più elevate di capitale.

Inoltre, e qui arriva il vero punto delicato di tutta l’operazione, poiché non è mai esistito un mercato di queste quote non si sa se le banche venditrici troveranno acquirenti. Se ci saranno acquirenti privati (altre banche, assicurazioni, fondi pensione…) non si porrà alcun ulteriore problema e la questione si risolverà in uno scambio di fondi tra privati. Ma, poiché, come si diceva, non è mai esistito un mercato di queste quote, il decreto ha previsto che possa essere la stessa Banca d’Italia, solo in via transitoria, a comperare le quote che le banche dovranno dismettere per scendere sotto la soglia del 3% del capitale. Ciò significa che la Banca d’Italia pagherà le banche venditrici per acquistare quote del proprio capitale che dovrà poi rivendere. In questo modo è pur vero che tra acquisto e vendita il costo finale per la Banca d’Italia sarà nullo, ma l’operazione di acquisto potrebbe suscitare problemi non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra le banche, visto che si favoriranno gli istituti di credito maggiori. Anche su questo punto si dovrà attentamente valutare l’operato futuro delle banche e della Banca d’Italia. La necessità di creare questo mercato è data dal fatto che solo in questo modo, rendendo le quote trasferibili, le banche potranno inserire le quote della Banca d’Italia in loro possesso tra il patrimonio di migliore qualità aumentando il valore di quest’ultimo (si tratta del patrimonio utilizzato a livello europeo per calcolare la solidità degli istituti bancari).

Un metodo di azione più lineare sarebbe stato quello dell’imporre il limite del 3% prima dell’aumento di capitale. In questo modo si redistribuivano le quote e la Banca d’Italia era tenuta ad acquistarle ad un valore inferiore. Dopo questa redistribuzione si poteva procedere con l’aumento di capitale a 7,5 miliardi. Così facendo non ci sarebbero stati favoritismi e l’operazione, al netto delle usuali rimostranze, sarebbe stata progettata in modo molto più neutrale sia per le banche che per la Banca d’Italia.

Un’ultima questione riguarda la nazionalità dei possessori delle quote di capitale, altro punto che ha suscitato ampio dibattito. È bene ricordare che il testo approvato al Senato è stato emendato alla Camera e ora la disposizione prevede che possano acquisire quote del capitale della Banca d’Italia solo “banche aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia” e “imprese di assicurazione e riassicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia” come recitano le lettere a) e b) del comma 4 dell’articolo 4 della legge di conversione del decreto (legge n.5 del 29 gennaio 2014). A queste si aggiungono le fondazioni bancarie, gli enti ed istituti di previdenza ed assicurazione aventi sede legale in Italia e i fondi pensione. L’italianità della banca centrale sembra essere preservata.

Sintetizzando, l’operazione appare essere un escamotage per poter dare un po’ di respiro sul fronte patrimoniale alle banche italiane. Inserire quote rivalutate della Banca d’Italia nel patrimonio di alta qualità permetterà loro di mostrare bilanci un po’ più robusti (ma sarà un miglioramento marginale, non è risolutivo). L’obiettivo, quindi, non è disprezzabile, visto che far crescere il patrimonio delle banche le rende più solide e permette loro di limitare le operazioni di credit crunch in corso. Nonostante ciò non si può certo dire che la procedura sia stata esente da errori, sia sostanziali che di comunicazione, e che il futuro che si apre con questa riforma sarà esente da ulteriori criticità.

 

 

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