martedì, Settembre 29

Banche italiane risparmiate da Basilea 3 field_506ffb1d3dbe2

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Gli accordi di Basilea 3 sono stati salutati dagli analisti come una vittoria delle lobby bancarie, in un momento quanto mai critico per le società finanziarie europee, che rischiano di dover ricorrere ad aumenti di capitale e revisione dei bilanci per coprire eventuali buchi di capitale che verrebbero a formarsi in caso di scoppio di nuove crisi. A novembre verrà infatti pubblicato l’esito dei nuovi stress test della Bce, che stando agli ultimi calcoli a disposizione evidenzieranno una voragine di 767 miliardi di euro.

La liquidità sarebbe in difetto di 45 miliardi di euro per gli istituti italiani, meno delle controparti di Spagna, Francia e Germania. Ecco allora che assume un’importanza capitale l’intesa stretta una settimana fa sui requisiti di leva finanziaria, fissati su livelli decisamente bassi (rapporto di capitale proprio rispetto al totale di attivi deve essere pari almeno al 3%), a giudizio degli osservatori.

Un requisito di leverage così basso”, dice Vincenzo Longo, market strategist di ING, “rende il sistema bancario meno vincolato all’accantonamento di mezzi propri e permette di liberare maggiori risorse da destinare a nuove attività”. L’introduzione di tale requisito non avverrà ufficialmente prima del 2018. Da qui ad allora potrebbe essere anche innalzato, con l’obiettivo di garantire una maggiore sicurezza nel travagliato sistema finanziario

Le lobby bancarie sembrano aver avuto la meglio nel braccio di ferro che si è venuto a creare con il Comitato di Basilea. È pur vero che sino all’introduzione di tale requisito, previsto per il 2018, questo vincolo potrebbe essere incrementato”. Per il momento, fanno sapere gli analisti di Equita. l’impatto delle modifiche sarà marginale sulle aziende italiane, perché hanno già una leva finanziaria molto bassa. Le due società che dovrebbero maggiormente beneficiarne sono Unicredit e, in misura minore, Intesa Sanpaolo.

In linea generale in Italia la leva finanziaria non è così alta come accade per altri sistemi bancari europei (Germania e Gran Bretagna in primis). Anche gli Istituti maggiori, come i già citati Intesa e Unicredit, non devono temere di rivedere la propria leva finanziaria a seguito di quanto introdotto domenica. La leva media degli istituti italiani, dovrebbe aggirarsi intorno al 5-6%, ben al di sopra del 3% fissato da Basilea.

La ragione di ciò”, spiega Longo  “risiede nel fatto che gli istituti italiani hanno proceduto a importanti ricapitalizzazioni negli ultimi anni e dal fatto che il totale degli attivi ha subìto un ridimensionamento a seguito della discesa delle quotazioni dei titoli di Stato degli ultimi due anni”.

A questo punto ci si chiede se si possa parlare di vittoria delle lobby bancarie come sostiene anche il ‘Financial Times’, che scrive «in seguito a una feroce attività di lobby le autorità globali di regolamentazione hanno annacquato quelle regole controverse volte a ridurre la dipendenza delle banche verso i debiti».

Per ora la sensazione è che le lobby l’abbiano spuntata. Ma non si può escludere che da qui ai prossimi anni questi criteri vengano rivisti. In ogni caso, bisogna considerare la concessione di una leva alta non necessariamente vuol dire più alto rischio”. Longo ricorda che i coefficienti di ponderazione per il rischio impongono alle banche che la qualità del credito rimanga sopra determinate soglie.

“L’impressione che abbiamo in questo momento è che il legislatore voglia concedere alle banche di mantenere larghe le maglie del credito a patto che questo venga impiegato in attività non rischiose e venga dirottato nell’economia reale”.

In merito alla vicenda controversa circa il piano del Governo Letta di procedere alla cessione di quote Bankitalia, gli analisti sono concordi nel dire che gli italiani non ne trarranno giovamento come contemplato invece dalle autorità. Gli esperti di ING Markets fanno fatica a pensare che l’operazione possa apportare un beneficio agli italiani. “L’impressione che abbiamo è che i principali benefici andranno a tutti coloro che dovranno cedere le quote eccedenti il 3% a un prezzo non ancora definito”.

Secondo i calcoli di uno studio pubblicato in Germania, se verranno condotti stress test credibili nell’area euro, potrebbe emergere la presenza di un buco da 1.000 miliardi di dollari nei bilanci delle banche. Un accademico di Berlino ha infatti stimato che 108 banche operative nella regione potrebbero avere bisogno di 767 miliardi di euro per essere adeguatamente capitalizzate, una cifra che potrebbe richiedere uno sforzo economico dap arte dei contribuenti.

Il risultato dell’analisi condotta da Viral Acharya, professore della New York University e consulente del Comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB) e da Sascha Steffen, della Scuola Europea di Berlino di Management e Tecnologia, è stata distribuita a banche, think tank e al CERS all’inizio di questa settimana. Per effettuari gli esami è stato fissato un rapporto ctra patrimonio e rischio di riferimento del 7%.

“Una Asset Quality Review completa e decisa dovrebbe rivelare una carenza di capitale notevole per molte banche dell’area periferica e dell’area core dell’Eurozona”, fanno sapere gli autori. Le banche spagnole, dap arte loro, avranno un buco di 92 miliardi di euro, mentre le banche italiane di 45 miliardi. L’esito dello stress test della Banca centrale europea – che saranno più duri di quanto anticipato – è previsto per novembre, ma la credibilità dei risultati dipenderà da come si confronta con le valutazioni indipendenti.

Due funzionari europei hanno riferito a ‘Bloomberg’ che la Bce è a favore dell’imposizione di una soglia di requisiti capitale del 6% nella terza parte dell’Asset Quality Review. Sarebbe un livello più severo del 5% richiesto dall’inglese EBA nel 2011, ma più basso dell’8% previsto. Nella seconda parte del processo di analisi dei bilanci, per verificare la salute dei bilanci secondo le condizioni economiche e finanziarie attuali, era stato richiesto proprio l’8%.

Questo significa che nelle simulazioni di scenari di crisi e recessione, alle banche verrà richiesto di dimostrare che i loro livelli di capitale non scenderanno sotto il 6% dei loro asset. Inoltre la Bce ha dichiarato privi di rischio tutti i bond sovrani posseduti in portafogli che non eseguono attività di trading.

Ignazio Angeloni, numero uno del direttorio di stabilità finanziaria dell’istituto centrale, ha detto che al momento “abbiamo un cuscinetto di capitale verosimile, ma sicuro dell’8%. Vogliamo avere la possibilità di prendere in considerazione tutte le fonti principali di rischio“.

L’obiettivo degli esami che avranno una durata annuale è garantire la stabilità del sistema finanziario del blocco a 18 – colmando anche eventuali buchi di bilancio di istituti a corto di liquidità – prima di poter passare alla formazione dell’unione bancaria. Molte istituti se la caveranno con emissioni di debito, altri – in particolare in Belgio, Grecia e Cipro – dovranno richiedere aiuti esterni. Ancora una volta i cittadini rischiano di pagare di tasca propria per le falle del sistema finanziario.

 

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