domenica, Novembre 17

Balcani: sfida per la sicurezza europea?

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L’attacco a Londra dello scorso mercoledì, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, il cambio paradigmatico dettato dalla nuova Amministrazione Trump, l’attuale crisi diplomatica tra l’UE e la Turchia, sono le principali tematiche d’interesse internazionale attuale. Il rischio, però, è quello di sottovalutare un’area di fondamentale importanza, in termini di sicurezza europea: i Balcani. La Regione, infatti, risulta essere la base logistica di gruppi terroristi come lo Stato Islamico o Al-Nusra. Dai Balcani sono stati registrati, inoltre, più di un migliaio di Foreign Fighters, partiti per la Siria, o l’Iraq. L’Europa non può permettersi di trascurare una regione così importante e strategica nella lotta al terrorismo. Della criticità dell’area l’Italia ne ha avuto un piccolo assaggio oggi, quando sono stati fermati 4 kosovari, a Venezia, a seguito dell’indagine partita nel 2016, su uno di questi indagati, appena rientrato da un viaggio in Siria.  

Ma quali sono le dinamiche interne alla regione? E perché è così importate per le organizzazioni terroriste che, ad oggi, risultano essere al centro delle preoccupazioni per la sicurezza degli europei, e non solo? 
Abbiamo intervistato Gerta Zaimi, Ricercatrice presso il CSSI – Centro Universitario di Studi Strategici ed Internazionali- Università di Firenze, Scienze Politiche, esperta in questioni riguardo l’area del Medio Oriente e dei Balcani.

Zaimi, qual è il ruolo della regione dei Balcani per quanto attiene al flusso dei Foreign Fighters?

Se osserviamo i numeri elevati di Foreign Fighters nei Balcani, possiamo vedere come il ruolo della Regione sia abbastanza evidente . Secondo il Centro Studi per la Sicurezza in Kosovo, i numeri di Foreign Fighters nei Balcani sono molto alti, più di 300 dal Kosovo, più di 100 dall’Albania, più di 100 dalla Macedonia, più di 300 dalla Bosnia. Si tratta, più o meno, di un migliaio di Foreign Fighters andati in Siria e in Iraq, seguendo Al-Nusra, o lo Stato Islamico. Nonostante i numeri risultino molto alti, bisogna considerare, però, che, nei Paesi in analisi, la maggioranza della popolazione è musulmana. Considerando questo fattore, le percentuali risultano essere basse, rispetto, per esempio, a un Paese come la Francia, dove i musulmani sono una minoranza. Si tratta di un fenomeno non molto grande, ma nemmeno una problematica da poter sottovalutare. Non bisogna considerare esclusivamente il dato riportato, ovvero un migliaio di Foreign Fghters, ma è fondamentale considerare tutte quelle persone coinvolte dietro un singolo Foreign Fighter, ovvero i parenti, o gli amici. Questo può, sicuramente, aiutarci a comprendere la vastità del fenomeno in analisi. In Kosovo, per esempio, durante la guerra di librazione, non ci sono stati così tanti volontari per l’UCK , come quelli che sono partiti, ora, per la Siria, o l’Iraq. L’imprevedibilità, caratteristica propria del terrorismo, rende sempre più difficile poter considerare dei dati completamente certi. Per esempio, non si può affermare, con certezza, che non ci saranno attentati nel Balcani. E’ possibile, però, affermare, che i Balcani non sono d’interesse per le organizzazioni terroriste di matrice islamica, per compiere un atto terroristico vero, questo per tre ragioni, primo perché, secondo me, un attacco all’interno della regione, con delle vittime tra la popolazione locale, non causerebbe lo stesso effetto di un attentato in una capitale europea. Secondo, perché queste organizzazioni terroriste hanno bisogno del sostegno della popolazione locale, e, con un atto del genere, la base si trasformerebbe in nemico. Terzo, perché i Balcani sono un canale che collega l’Oriente con l’Occidente, non è solo per i flussi migratori, o per i richiedenti asilo politico, ma è anche una strada che permette il flusso di armi, di droghe e altri traffici illegali. Per lo Stato Islamico, o per Al-Nusra, i Balcani rappresentano sia una base logistica per le varie cellule, ed organizzazioni, sia un territorio da tenere dalla propria parte, in quanto la maggioranza è musulmana.  E’ altamente improbabile, pertanto, un atto terroristico nel territorio, ma potrebbero esserci, per esempio, attentati a personaggi diplomatici. Un attacco simile non è un atto di terrore rivolto alla popolazione, ma è, sostanzialmente, un gesto simbolico. Per ora, non lo ritengo possibile, ma non è da escludere. I Balcani risultano, comunque, essere un territorio da tenere sotto osservazione.

Rappresenta una minaccia per l’Europa? Perché?

E’ una minaccia, ed è una Regione da monitorare. Bisogna tenere in considerazione il ritorno delle persone partite per la Siria, o l’Iraq. L’ideologia, però, risulta essere un elemento fondamentale. L’ISIS è un fenomeno del momento, nascerà un’altra organizzazione un domani. Bisogna, quindi, analizzare tutti quegli individui che hanno combattuto anche con Al-Nusra perché, sul territorio dei Balcani, vengono visti anche con simpatia. Il fenomeno dei Foreign Fighters, pertanto, è una minaccia anche per l’Europa. In Italia, per esempio, sono molti gli immigrati che vengono dai Balcani, e hanno dimostrato sempre di avere un alto livello d’integrazione, un fattore da non sottovalutare. La loro capacità d’integrazione potrebbe includere anche una facilità di reclutamento. La minaccia non sta tanto nella possibilità di compiere un atto terroristico, quanto nella facilità di reclutamento, in quanto in Italia la diaspora dei Balcani è alquanto consistente.

Quali sono le iniziative che l’Occidente sta seguendo per controllare la regione? Secondo lei sono misure efficienti?

Questo è un campo davvero nuovo per tutti, bisogna assolutamente incrementare la ricerca, dal momento che nessuno risulta preparato di fronte a questo fenomeno. Ci si sta muovendo in termini di collaborazioni tra i servizi d’Intelligence  e di accordi tra i Paesi dei Balcani e l’Europa, una collaborazione che mi sembra stia funzionando, anche se è l’ultimo passaggio necessario. Manca, infatti, la prevenzione, in merito alla quale non si sta facendo quasi niente. Si stanno organizzando convegni, conferenze, o incontri, che, secondo me, non stanno producendo un gran che, anzi, stanno, forse, creando un pochino di contrarietà. Non c’è assolutamente alcun tipo di lavoro per quanto riguarda la de-radicalizzazione. Coloro che sono tornati dalla Siria, o dall’Iraq, dovrebbero, in teoria, essere integrati nella società. I convegni fatti, in nome di una prevenzione, secondo me, sono veramente molto deboli, e non portano a niente.

Cosa andrebbe fatto di più?

Su questo si apre, di certo, un dibattito. Secondo me, visto che i fattori economici e sociali influiscono nella radicalizzazione, insieme all’islamofobia, sarebbe opportuno un maggiore attivismo da parte delle ONG e degli Stati dal punto di vista politico, economico e sociale. Per quanto riguarda, invece, la dottrina, io credo che sia opportuno promuovere il dibattito all’interno delle comunità interessate. Per quanto riguarda le attività precise da perseguire, io credo che i Paesi interessati, e i rispettivi ricercatori, si debbano riunire per decidere quali siano le politiche adatte da seguire. La strategia statale giusta sarebbe quella di agire nei confronti delle discriminazioni economiche, politiche, sociali e l’islamofobia, mentre, all’interno della comunità, deve essere assolutamente promosso il dibattito interno.

Quanti sono i musulmani presenti nella regione? Quanti si sono radicalizzati?

Dall’ultimo censimento in Macedonia, nel 2002, risultava che, su una popolazione di 2 milioni, il 36% era musulmano. In Albania, secondo il censimento del 2011, su una popolazione di 2,8 milioni, il 60% era musulmani. In Kosovo, su una popolazione di 1,8 milioni, il 95% risulta musulmano, mentre in Bosnia, su una popolazione di 3,9 milioni, il 75% sono musulmani. I radicalizzati rappresentano davvero percentuali minime, io dire tra l’1% e il 2% . La radicalizzazione dei musulmani è fenomeno di minoranza, e l’estremismo violento, cioè quando il musulmano radicalizzato decide di partire per andare a combattere, è ancora una minoranza nella minoranza. L’errore che spesso si compie, è confondere il musulmano radicalizzato con il musulmano che parte per andare a combattere. Io ho conosciuto persone radicalizzate, che non pensano affatto di andare a combattere. Quei musulmani che sono partiti dai Balcani hanno, sostanzialmente, voglia di combattere, anziché diventare martiri. Ciò nonostante, i Foreign Fighters nei Balcani sono un fenomeno da monitorare, in quanto si parla di persone che, una volta tornate, hanno delle qualità che prima non avevano. Hanno visto combattere, o hanno combattuto, e sono, pertanto, molto preparate. Secondo me, è preoccupante, invece, l’eventuale aumento della radicalizzazione perché determina molti problemi sociali, in una regione fragile come i Balcani, dove ci sono problemi etnici ed è, ancor oggi, presente uno scontro tra le potenze esterne. Oggi, per esempio, i Balcani devono affrontare il problema della Russia, potenza che sta cercando di entrare, in modo abbastanza preponderante, all’interno della regione. Le variabili presenti risultano, pertanto, esser molte, dai fenomeni di instabilità etnica, all’influenza delle grandi potenze, all’aspetto strategico, ovvero una regione di collegamento tra Occidente e Oriente. Siamo di fronte a molti fenomeni e molte caratteristiche, che rendono la regione dei Balcani un’area molto fragile. Un aumento della radicalizzazione porterebbe, pertanto, a un ulteriore aumento della sua fragilità interna.

Ci può spiegare quali sono le ragioni alla base del processo di radicalizzazione dei musulmani nei Balcani? Sono ragioni comuni a tutti i musulmani radicalizzati?

Io non ho mai creduto che ci possano essere ragioni comuni per tutti. Chi viene radicalizzato in Francia non è, di sicuro, uguale a chi viene radicalizzato nei Balcani. Anche all’interno della regione stessa ci sono vari processi. Secondo me, sarebbe un errore cercare id identificare un profilo generale. Si tratta di percorsi individuali, per cui è difficile proporre un profilo esatto. Potrei, però, individuare alcuni fattori, che hanno portato alla radicalizzazione, come la povertà economica, la mancanza totale di prospettiva nella vita, l’assenza e la debolezza delle istituzioni, la marginalizzazione, e l’islamofobia, un fattore che non si nomina spesso ma che, secondo me, è un elemento molto importante. Altri fattori che determinano il processo di radicalizzazione potrebbero essere il livello basso di educazione e la volontà di proselitismo di un modello di Islam così rigido. Possiamo individuare molteplici fattori riguardo i processi di radicalizzazione nei Balcani. Per quanto riguarda, poi, il passaggio all’estremismo violento, si tratta di un processo molto più personale. E’ possibile individuare cosa spinge un musulmano radicale all’estremismo violento, ma bisognerebbe analizzare persona per persona. Quello che, di sicuro, è possibile notare, è che una percentuale molto alta dei Foreign Fighters hanno dei precedenti penali, ma non tutti. In Macedonia risultano essere il 70%, in Albania più del 40%, mentre in Kosovo si suppone siano tra il 30 e il 40%. Il problema è che tra i Foreign Fighters troviamo anche delle persone che, per esempio, hanno terminato un dottorato e sono andati a combattere. Bisogna considerare le frustrazioni interne e le delusioni della vita. Alcuni fenomeni, o vicende, nella vita di ciascuno possono, poi, scatenare un istinto verso l’estremismo violento. E’ interessante, comunque, analizzare la tempistica dei due processi. La radicalizzazione di un musulmano ha, più o meno, una durata di 2 o 3 anni, mentre il passaggio da radicale a estremista è un passaggio molto più veloce, in quanto subentra un fattore psicologico e sociologico, difficile da individuare e analizzare. Non tutti i musulmani fondamentalisti diventano jihadisti, anzi, la maggior parte dei jihadisti che ho incontrato non ha una vita da fondamentalista, ovvero una vita dettata da regole veramente molto rigide. I Foreign Fighters, per esempio, bevono, e non seguono la sha’ria secondo le interpretazioni, ma seguono una ‘loro’ sha’ria. Quello che ho notato è che le persone che sono partite non sono delle persone fondamentaliste, sono dei radicali, ma non fondamentalisti. Ci sono talmente tante sfumature all’interno di questo processo che è difficile fare un unico profilo valido per tutti.

Ci può spiegare quali sono le fasi principali di un processo di radicalizzazione di matrice islamica?

Inizialmente questa persona si avvicina a delle figure molto simili a lui, scegliendo i compagni da frequentare, il luogo di preghiera dove andare, gli imam da seguire, e scambia, con i compagni, i canali internet da vedere. Possiamo dire che è lui che sceglie di radicalizzarsi, non viceversa. Per quanto riguarda, invece, il proselitismo, è l’imam che si avvicina al credente. Egli riesce, a intuito, a individuare le persone più deboli, che possono avvicinarsi alla sua cerchia, ma, una volta individuato e una volta ‘buttato il seme’, sono le persone stesse a intraprendere un processo di radicalizzazione, almeno secondo quanto risulta dalle interviste fatte a dei musulmani radicalizzati. Nelle interviste, infatti, loro stessi hanno detto di aver scelto, istintivamente, un certo tipo di interpretazione dell’Islam, semplicemente perché lo preferivano. Per i radicali si tratta di un Islam molto semplice, seguendo determinate regole, che indicano quello che è vietato, e quello che è permesso. Non c’è una via d’interpretazione che ti permette di elaborare un pensiero. Ed è proprio per questo che vedo nell’educazione un fattore molto importante per comprendere e prevenire il fenomeno. I musulmani radicalizzati credono di abbracciare una religione nel modo corretto, da studiosi quando, in realtà, non hanno bisogno nemmeno di leggere, o, se leggono, si dedicano, più o meno tutti, alla stessa letteratura, semplificata, dimenticando la vita familiare. Molte famiglie vedono nella vita in moschea un’opportunità di allontanare i giovani dai problemi di strada. Molte persone che si sono avvicinate all’Islam radicale, probabilmente, hanno voluto allontanarsi da un ambiente di ‘non simili’ , cercando i propri simili, così da non sentirsi in competizione o in concorrenza, o, semplicemente, un perdente o un fallito. Per questo il ruolo dello Stato è molto importante, in termini di politiche sociali ed economiche.

Come gli Imam riescono a individuare le personalità più fragili, perché gli Stati non riescono a individuare quelle personalità più inclini alla radicalizzazione?

Dipende dalla volontà degli Stati. Quando si vede una persona fragile, ma non si fa nulla per aiutarla, è chiaro che, prima o poi, non tutti, ma alcuni di questi cade come preda del radicalismo. Per esempio, nei Balcani, i vari Caffee sono l’unico luogo d’incontro. Non si può pensare di crescere una società, composta per la gran parte da giovani,  solo nei bar e nei Caffee. E’ chiaro che, prima o poi, qualcuno cadrà nella tentazione di avvicinarsi ad un’ambiente diverso. Le cose da fare sarebbero davvero tante, ed è per questo che bisogna parlare con le persone coinvolte. Bisogna fare un lavoro molto lungo ed ampio, non solo parlare con due o tre attori in questione e pensare di aver capito completamente il fenomeno. La comprensione dei vari punti di vista del fenomeno è essenziale, anche perché si tratta di una realtà del tutto nuova, e siamo impreparati a riguardo.

.Dove avvengono i processi di radicalizzazione nella Regione?

Non c’è un luogo preciso. In alcune mosche non controllate, per esempio, sono avvenute molte radicalizzazioni. Il processo avviene, in modo molto naturale, nei luoghi di preghiera, come con gli amici, o nelle Università. Avvengono, comunque, negli ambienti di vita quotidiana. Ci sono altri tipi di radicalismo nei Balcani, come, per esempio, la problematica del radicalismo di estrema destra in Serbia. Si parla molto di più della radicalizzazione musulmana, in quanto riguarda lo Stato Islamico, ma, per esempio, in Serbia ci sono stati dei Foreign Fighters, che sono andati a combattere in Ucraina, altri anche in Grecia, e in Siria, ma nessuno ne parla così tanto, nonostante siano, anche loro, dei Foreign fighters, con un’ideologia e un radicalismo. Ci stiamo occupando del radicalismo che riguarda l’Islam, ma i radicalismi nei Balcani sono tanti. Proprio per questo, i Balcani sono una regione complessa, con delle dinamiche di varie tipologie e con variabili diverse.

Che tipo di Islam viene professato nell’area dei Balcani?

L’Islam è uno solo. Ci sono 5 scuole di pensiero, e i vari modelli da applicare. Il modello wahabbita è un modello radicale, molto rigido. La scuola dei Balcani è un Islam di scuola sunnita-hanafita. Dopo la caduta del comunismo, in Albania, nel ’91, dopo la guerra in Kosovo, e dopo la guerra in Bosnia tra il ’92-’93, l’ Islam di scuola Hanafita ha perso il monopolio nei Balcani, ed è entrato un nuovo modello di Islam, ovvero quello salafita, o wahabbita. Io credo che, l’Islam nei Balcani era ricco allora, ed è diventato ancor più ricco adesso.
Secondo lei, impedire il flusso di Foreign Fighters, a livello logistico, può contenere il fenomeno?
Un intervento logistico è stato già compiuto. Nel 2016, infatti, i servizi interni statali non hanno registrato alcun Foreign Fighter. Un intervento logistico né aumenta, né previene il fenomeno, ma, sostanzialmente, impedisce che delle persone vadano a combattere per il jihad. La radicalizzazione non è automaticamente jihad, sono due processi ben distinti.

Quanto è importante il sistema d’Istruzione? Perché?

Il livello d’istruzione nazionale è valido per ogni professione e per ogni genere umano, ed è quello che fa la differenza in una società. Più basso è il livello d’istruzione, minori sono le possibilità di qualsiasi tipo di dialogo sociale. Se parliamo dei Balcani, le diverse comunità etnico-religiose hanno sempre convissuto in armonia, mentre, in Occidente, la questione è proprio la convivenza e l’accettazione della cultura o religione diversa dalla propria. Nei Balcani, nonostante non vi sia questo problema di diversità etnico-religiosa, secondo me, è necessaria una miglior educazione religiosa. I musulmani stessi, infatti, sanno molto poco dell’Islam, dal punto di vista dottrinale. In Europa, invece, ci sono molti più Stati, con politiche ed esperienze diverse. In Italia non c’è un modello d’integrazione, dal momento che è presente un emigrazione molto più giovane, rispetto a quella francese o inglese. Paesi come la Francia, o l’Inghilterra, hanno due modelli d’integrazione molto diversi, difficili da confrontare tra loro. In linea generale, secondo me, in Europa dovrebbero fare come nei Balcani, nel senso che, essere musulmano, cristiano o ebreo, non determina la nazionalità di una persona, o la sua cittadinanza. Se si partisse da questo, sarebbe già molto.

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