domenica, Dicembre 8

Avvicinamento Hamas – Fatah, cambierà qualcosa a Gaza? Quali sono le ragioni e le prospettive dietro le ultime mosse? Ne abbiamo parlato con Eugenio Dacrema dell’ISPI

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I nuovi scenari di un avvicinamento fra Hamas e Fatah nella Striscia di Gaza hanno alimentato previsioni su quando e se sarà possibile un’eventuale pace fra le due fazioni. Il gruppo terroristico, che da anni ha preso possesso della Striscia, ha dichiarato di voler accettare le condizioni di Mahmoud Abbas, capo di al-Fatah, e cooperare per un’amministrazione condivisa nella Striscia. Un’apertura non certo storica, visto già i precedenti nel febbraio 2007 e nell’aprile 2014, che non hanno portato a reali cambiamenti nella situazione della Striscia.

Ad oggi, la situazione economica disastrosa a Gaza, nonché la crisi che stanno vivendo Hamas da una parte e Fatah dall’altra, hanno rappresentato una situazione differente rispetto quella del 2014, precedente tentativo di trovare una mediazione per il controllo della Striscia.

Hamas oggi si trova con le spalle al muro”, spiega Eugenio Dacrema, ricercatore associato ISPI – Istituto sulle Politiche Internazionali – dell’area del Mediterraneo. “Il suo obiettivo è quello di tornare alla lotta armata delle origini e scaricare il fardello di amministrare Gaza a Fatah”.

Oltre a questa componente, verosimilmente motivo principale che ha determinato l’apertura dei leader di Hamas alle condizioni di Abbas, ci sarebbero altri elementi che movimentano ancor più la situazione.

Uno di questi è il ruolo che sta avendo l’Egitto. Al contrario di situazioni precedenti, il Paese nordafricano sta intervenendo attivamente nella mediazione fra Hamas e Fatah. Tanto che il 12 ottobre scorso, le due parti hanno raggiunto un accordo definitivo proprio al Cairo. Il suo sforzo si è incentrato nel convincere i leader del gruppo armato di sciogliere l’Administrative Commitee, il Governo che si è data Hamas per amministrare Gaza, e mandando i propri reparti di sicurezza nella Striscia per monitorare l’evoluzione della situazione politica.

Come sostenuto da Eran Lerman, delegato dal 2005 al 2010 per la Politica Estera e Affari Internazionali al Consiglio Nazionale Israeliano, l’Egitto «ha modalità d’influenza su quanto sta succedendo a Gaza che Israele non ha più».

L’Egitto è rimasto l’unico interlocutore possibile per i leader di Hamas”, dice Dacrema. “L’organizzazione che amministra Gaza è ormai politicamente isolata, e i vari partner su cui poteva contare, come l’Iran, al momento hanno altre grane di cui tener conto. In questo contesto, in cui Hamas è decisamente debole, l’Egitto è in grado di porre determinate condizioni e fungere da interlocutore principale”.

Quello che l’Egitto di al-Sisi ha cercato di portare oggi a termine risponde ad un’esigenza di stabilizzazione dei propri confini. Ma non solo. Esiste una situazione, nel mondo arabo, in cui sono diversi i Paesi desiderosi di ricoprire un ruolo centrale nella riunificazione della Palestina sotto un’unica Amministrazione. Turchia, Qatar e Iran hanno provato ad inserirsi nel discorso, provando ad avvicinarsi politicamente ad Hamas, senza tuttavia raggiungere risultati significativi.

Per come stanno le cose, dunque, è oggi al-Sisi che rappresenta il principale interlocutore per la normalizzazione dei rapporti nella Striscia. Un risultato che viene visto, in Egitto, come una vittoria sotto il profilo politico e di sicurezza nazionale.

Eugenio Dacrema è di parere diverso. “Difficile che Hamas e Fatah possano trovare un accordo che convinca entrambi. Per far sì che questo succeda, Hamas dovrebbe portare a termine il disarmo delle sue migliaia di miliziani. Una soluzione che, dal punto di vista di Hamas, va in senso opposto rispetto ai suoi obiettivi, ed è perciò difficile pensare che questi ultimi eventi possano risolversi verso una reale unificazione”.

Al momento l’accordo prevede un governo congiunto di tutti i Territori, il ritorno dei funzionari dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) a Gaza, e la cessione del controllo dei posti di frontiera nella Striscia all’Anp, che risponde al presidente palestinese Abu Mazen. Ma secondo indiscrezioni dei media israeliani non è stata affrontata la questione del disarmo dell’ala militare di Hamas, forte di 25 mila combattenti.

Abu Mazen ha poi parlato al telefono con il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar. Hanno concordato l’ingresso in tempi rapidi di tremila poliziotti dell’Anp. Abu Mazen visiterà la Striscia entro un mese e il primo dicembre il governo di unità nazionale prenderà il potere a Gaza. E il 21 novembre ci sarà un nuovo incontro al Cairo fra le arti. Il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha spiegato che l’incontro servirà anche per discutere «le principali questioni nazionali, compresa quella dell’ala militare di Hamas, le armi e le posizioni politiche». Ma il leader generale di Hamas, Ismail Haniyeh ha già detto, in replica ad Abu Mazen, che non intende smobilitare l’ala militare e che le fazioni armate al di fuori di polizia ed esercito sono legittime «forze di resistenza».

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