mercoledì, Agosto 12

Avanti senza South Stream

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Europa in fibrillazione per lo stop al South Stream. «La Commissione UE non è mai stata contro il progetto, abbiamo solo detto che deve rispettare le regole», ha dichiarato Bruxelles, dopo l’annuncio del ritiro della Russia dalla costruzione del gasdotto.
L’Unione europea conferma anche di voler
«diversificare le fonti», per emanciparsi dal gas russo. «La nostra posizione non cambia», ha dichiarato l’Alto commissario per la Politica estera e di Sicurezza europea Federica Mogherini.
Membro dell’Ue, la
Bulgaria, che pure ha negato il permesso per il passaggio delle condutture al Cremlino (su pressing Usa e di Bruxelles), è convinta che Mosca non faccia sul serio. «L’alt è solo una mossa tattica», ha sostenuto il vice Presidente della Commissione parlamentare sull’energia Martin Dimitrov. Ufficialmente, il Governo di Sofia «non ha ancora ricevuto documenti ufficiali dalla Russia».
Reduce da una visita a Kiev, anche
Gianni Pittella, Capogruppo dei Socialisti e Democratici europei (S&D) è dell’idea che il Presidente russo Vladimir Putin giochi col fuoco: «È abile a fare rilanci e indietreggiamenti, l’Unione europea deve mantenere il dialogo e la collaborazione con la Russia». «Vedremo nelle prossime settimane se l’annuncio di Mosca è definitivo o no», è il commento possibilista del Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni.

La Commissione UE ha precisato che l’incontro su South Stream il 9 dicembre «avrà luogo a prescindere dalla comunicazione di Putin di fermare il progetto».
Ma tira una brutta aria. «La Russia è costretta a ritirarsi dal progetto a causa della mancanza di volontà dell’UE di sostenere il gasdotto. A tutt’oggi non abbiamo ricevuto il permesso della Bulgaria. Il nostro gas verrà riorientato verso altri consumatori. L’hanno voluto gli amici europei», ha attaccato Putin in visita di Stato e di affari in Turchia.
Dal Cremlino, il Ministero degli Esteri ha rincarato la dose: «Chi, di fatto, ha ucciso il progetto per il South Stream dovrebbe valutarne le conseguenze». Con Ankara, lo “zar” russo si è accordato per un «nuovo gasdotto lungo il confine greco-turco», con il quale archiviare South Stream, e per forniture energetiche scontate del 6%.
Per la Serbia che tratta per entrare nell’UE, il blocco è una «cattiva notizia». «Da sette anni siamo impegnati in investimenti in South Stream e in nessun modo abbiamo contribuito a tale decisione. È evidente che subiamo le conseguenze di uno scontro fra grandi Paesi», ha dichiarato il Premier Aleksandar Vucic. L’omologo Matteo Renzi, invece, non considera il gasdotto fondamentale: «Era fortemente condizionato dalla procedura di infrazione europea, bloccarlo non è un elemento di preoccupazione».

Il Governo dovrebbe essere in compenso seriamente preoccupato almeno per la sentenza della Corte UE sui rifiuti, che ha condannato l’Italia a pagare una multa milionaria (40 mln forfettari, più altri 42,8 mln ogni semestre di ritardo) per non essersi ancora adeguata alla direttiva sulle discariche, obbligatoria dal 2007.
Tra l’altro, questa giornata Roma ha ricevuto un’altra bacchettata dal Commissario UE agli Affari economici Pierre Moscovici,in questo caso sui conti pubblici: «Non siamo fautori della flessibilità a oltranza, nel documento di gennaio spiegheremo quale tipo è autorizzato dalle regole, non sono favorevole a una loro interpretazione creativa». «L’Italia e il Belgio sono in una situazione diversa dalla Francia. Forse non rispettano la regola del debito e», ha suggerito l’ex Ministro delle Finanze francese, «dovrebbero adottare misure per garantire la conformità con il Patto di Stabilità».

Notizie migliori dall’Ucraina. Per quanto nell’Est proseguano gli scontri a fuoco -altri due morti per bombardamenti notturni- le forze armate ucraine hanno raggiunto un accordo con i separatisti filorussi di Lugansk, per una tregua a partire dal 5 dicembre.
Un’intesa per un cessate il fuoco temporaneo è stata siglata anche per la zona dell’aeroporto di Donetsk, per mesi terreno di aspri combattimenti e tuttora teatro di scontri.
La Nato arriverà in protezione degli Stati confinanti con la Russi dall’inizio dell’anno prossimo: le forze d’intervento rapido dell’Alleanza (Punte di lancia) saranno «pronte dal 2016», ma il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha invitato gli alleati a «mettere a disposizione una forza provvisoria dai primi mesi del 2015».
A Kiev, intanto, il Premier Arseni Iatseniuk ha varato il nuovo Governo filo occidentale, espressione delle Legislative dell’ottobre scorso e approvato dal Parlamento. La peculiarità della squadra è che tre Ministeri chiave sono in mano cittadini stranieri di origine ucraina: all’americana Natalie Jaresko le Finanze, al lituano Aivaras Abromavicius l’Economia, al georgiano Alexander Kvitashvili la Sanità.

Il Parlamento francese ha invece votato sì allo Stato della Palestina. Dopo Gran Bretagna, Svezia e Spagna, la mozione per il riconoscimento è passata con 339 favorevoli, 151 contrari e 16 astensioni: un testo non vincolante, con però un forte valore simbolico. «Il voto di Parigi allontana la possibilità di un accordo di pace tra Israele e palestinesi», è stato il commento seccato del Ministero degli Esteri israeliano, in una giornata turbolenta per il Premier Benjamin Netanyahu. In rotta di collisione con i due Ministri centristi dissenzienti, la titolare della Giustizia Tizpi Livni e il responsabile delle Finanze Yair Lapid, il Capo dell’esecutivo ha silurato i due oppositori, portando il Paese verso le elezioni anticipate: «Un atto di codardia», per Lapid, da parte di un «Governo di estremismo, provocazione e paranoia», ha aggiunto Livni. Di tutta risposta, Netanyahu ha accusato gli epurati di «tentato putsch».

Nel vicino Libano, il giallo su Abu Bakr al Baghdadi, Capo supremo dell’ISIS, si estende ai suoi famigliari. Il quotidiano libanese ‘As Safir‘ ha riferito dell’arresto, da parte dell’Esercito, di una moglie e una figlia del Califfo. «In coordinamento con servizi segreti stranieri», i militari avrebbero sorpreso la donna mentre, con documenti falsi, cercava di entrare in Libano dalla Siria, insieme con la bimba di 8-9 anni.
Non è stato reso noto il nome della moglie del Califfo, ma si sa che è di nazionalità siriana. Dalla Siria, (anche) territorio dello Stato islamico, nuovi aggiornamenti terribili: dal 2011 l’Osservatorio nazionale per i diritti umani (ONDUS) organo di propaganda dei ribelli, ha identificato 202.354 uccisi, tra i quali circa 70mila sono civili, incluse migliaia di donne e bambini. Vittime dei raid del regime, delle battaglie ma anche del terrorismo islamico.
In Kenya, gli estremisti di al Shabaab, affiliati ad al Qaeda, hanno perpetrato un nuovo massacro: in una cava al confine con la Somalia, hanno separato i musulmani dai non musulmani, freddando poi i 36 infedeli con un colpo alla testa.
Un’analoga esecuzione era avvenuta, la settimana scorsa, nella stessa zona,tra i passeggeri di un pullman, dove altri 28 non musulmani giustiziati.

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