venerdì, Novembre 15

Automazione: non lasciamoci intimidire dalla libertà

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Oggi oltre il 50% degli utenti di Internet non è umano: locomotive, satelliti, telecamere a circuito chiuso, droni, algoritmi per speculazioni borsistiche, stampanti 3d, sensori/misuratori/monitoratori, serrature digitali, ecc.

La nostra civiltà dipende dalle macchine e queste macchine stanno diventando più intelligenti per eseguire compiti più sofisticati; il costo del loro lavoro è sensibilmente inferiore rispetto a quello umano. Un giorno la produzione del necessario sarà affidata a loro, per ragioni di convenienza ed efficienza e la ricchezza generata sarà ridistribuita democraticamente – come sembra avvenga in Star Trek – oppure sarà concentrata nelle mani di pochi, come accade oggigiorno, un’epoca in cui gli otto uomini più ricchi del mondo valgono più di metà della specie umana.

Questa è la prima grande sfida del nostro tempo: l’equità.

La seconda grande sfida è legata alla nozione di controllo: l’automazione dev’essere una rivoluzione emancipatrice al servizio dell’intero genere umano, altrimenti la forza lavoro superflua non avrà più alcuna ragione di esistere, dal punto di vista di un calcolo costi-benefici di tipo strettamente utilitaristico.

La terza sfida è quella della vita e della qualità della vita. Le macchine debbono consentirci di non dover pagare per poter vivere su questo pianeta, un’idea che ci auguriamo un giorno sia considerata primitiva e aberrante. Una popolazione che non è costretta a lottare ogni giorno per la sopravvivenza può permettersi di essere generosa, civile, sensibile, rispettosa di ciò che la circonda. Non ha più a disposizione un singolo alibi per comportarsi in maniera predatoria e spietata.

Vinte queste tre sfide, quello della disoccupazione sarà finalmente inteso come un falso problema. La questione sociale primaria del nostro tempo – secondo alcuni analisti internazionali che ritornano ossessivamente su questo punto – non sembra infatti turbare i sonni della leadership cinese, che pure dovrebbe essere tra le più allarmate, per i concomitanti rischi di instabilità sociale. Al contrario, la Cina investe poderosamente nellautomazione. Lo stesso stanno facendo Giappone e Corea.

Per capire questo atteggiamento orientale così sobrio e pacato rispetto al nostro – almeno in merito a questa questione – noi occidentali dobbiamo tenere a mente la nostra storia. L’abolizione della schiavitù e della servitù della gleba hanno avuto luogo tra la prima (vapore) e la seconda (elettricità) rivoluzione industriale, in massima parte perché gli schiavi costavano troppo e rendevano meno delle macchine, e solo secondariamente per l’impegno degli abolizionisti. L’abolizione del lavoro salariato potrebbe essere la principale conseguenza del passaggio dalla terza (informatica) alla quarta (automazione-energia illimitata) rivoluzione industriale. Senza un reddito di base, gli industriali che hanno investito ingenti somme nell’automazione osserverebbero un drastico calo nelle vendite dovuto al restringimento progressivo del bacino di consumatori conseguente alla disoccupazione di massa. A quel punto si renderebbero conto di aver gettato al vento i propri soldi. Le macchine dovrebbero smettere di lavorare a misura che il denaro smettesse di circolare.

La salvaguardia della pace sociale e la necessità di sostenere il ciclo domandaofferta sono le ragioni principali per cui si arriverà in tutto il mondo a qualche forma di reddito universale garantito, coperto dal valore prodotto dalle macchine stesse o da altre risorse (es. innovazioni nel campo dell’energia e dei nuovi materiali, abolizione dei paradisi fiscali, riforma della finanza internazionale, sfruttamento delle risorse minerarie nello spazio, ecc.). Le macchine e gli algoritmi si faranno carico della soddisfazione dei nostri bisogni essenziali tramite la produzione di energia e cibo e lo faranno molto meglio di noi. Chi vorrà lavorare per guadagnare di più e comprare di più sarà libero di farlo. Molti altri lavoreranno part-time e preferiranno fotografare fiori, pagaiare nei laghi o trascorrere più tempo con gli anziani e i bambini. Come detto, perché questo sistema funzioni, scongiurando intense conflittualità sociali, dovranno essere garantite due precondizioni: l’alta produttività delle macchine (per tenere bassi i prezzi e anche per consumare e sprecare meno risorse) e l’equa redistribuzione dei proventi e benefici.

Quando le macchine si occuperanno di tutti i lavori più gravosi, nocivi e mortificanti, potremmo dedicarci a quel che più ci aggrada: turismo, lettura, scienza, ricerca&sviluppo, esplorazioni spaziali, amore, sport e attività ludiche, arte e manualità, riscoperta della natura, della convivialità, dell’ospitalità. Potremo perfino superare la fase dell’accumulo di beni superflui, del consumo compulsivo, dell’obsolescenza programmata. Come nel film ‘Interstellar‘, le macchine arerebbero la terra, seminerebbero, raccoglierebbero e macinerebbero i cereali, cuocerebbero il pane e lo porterebbero al negozio (o a domicilio). Chi ama fare il contadino, il mugnaio, il panificatore, l’autotrasportatore, il riparatore di robot, potrebbe continuare a farlo, ma per diletto e non più perché costretto a farlo. Man mano che questo sistema si estenderà avremo bisogno di sempre meno soldi. Quando tutto sarà automatizzato i soldi saranno diventati superflui, cesseranno di avere una qualsiasi utilità, se non per i collezionisti. Il denaro è solo uno strumento che facilita gli scambi di lavoro (energia).

Quando non sarà più necessario il lavoro umano, il denaro non soddisferà più alcuno scopo e l’annosa questione su come procurarsi di che vivere non si porrà più: tutto sarà gratuito. Il nostro compito successivo sarà quello di inventarci qualcosa da fare per non restare in panciolle. Se le macchine diventeranno autocoscienti potranno soddisfare per conto loro le proprie esigenze, senza curarsi di noi. Non dobbiamo mai dimenticarci che la lotta per la vita e la supremazia non ha più senso in un regime di sovrabbondanza, e le macchine lo sapranno. Una macchina non ha brame, capricci, vizi: non è un essere umano e non è necessario che lo diventi. Il pensiero economico contemporaneo è articolato intorno al criterio della scarsità. Un regime di scarsità favorisce una minoranza che detiene il potere ed è perciò intrinsecamente oligarchico e totalitario, un regime di abbondanza è invece intrinsecamente democratico. Nessuno può morire di fame in un mondo in cui le macchine si occupano di vitto, alloggio, distribuzione, produzione ed erogazione di energia. Nessuno deve prostituire il proprio corpo, la propria mente, la propria coscienza. Il concetto stesso di proprietà privata di oggetti sostituibili diventerà inapplicabile, vacuo, futile. In una civiltà che ha superato il vincolo della scarsità, la creatività umana (illimitata) diventa il fattore decisivo, perché l’esclusività di un oggetto discende dalla sua irriproducibilità. In una società dellabbondanza (di energia, di lavoro a costo virtualmente nullo, di creatività finalmente espressa e compiuta) essere materialmente ricchi non ha più senso; essere servi/dipendenti è una scelta masochistica di persone intimidite dalla libertà.

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Sull'autore

Consulente di orientamento strategico e analista di tendenze