mercoledì, Settembre 23

Australia, un mondo a parte Camberra viola da sempre i diritti dei profughi. Intervista a Ian Rintoul, storico attivista

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Ian Rintoul australia

Un mondo a parte’ è il titolo di un celebre film sull’apartheid, ma anche ciò che una nazione all’estremità dell’emisfero sud vorrebbe continuare a essere. L’Australia è il Paese, abitato in prevalenza da occidentali, con le politiche più dure verso i richiedenti asilo e i cosiddetti migranti irregolari. In realtà, dopo settant’anni di chiusura xenofoba a chi non era di pelle bianca, nel 1973 Camberra ha capito che non si poteva isolare dai vicini asiatici, di cui temeva «un’invasione», aprendo le porte  – soprattutto del business – a Cina, Sud Corea, Giappone e India.

Verso gli orientali, invece, che in fuga da estrema povertà, persecuzioni e guerre cercano di approdare sulle sue coste con le carrette del mare, ha continuato ad applicare politiche che violano i trattati internazionali. In nome di un consenso popolare diffuso, ma non verificato, ha respinto le barche in pieno oceano e rinchiuso migliaia di esuli in centri di detenzione nelle isole del Pacifico: la Manus Island della Papua Nuova Guinea, la Repubblica Indipendente di Nauru e l’australiana Christmas Island.

«Ci sono circa 2.300 richiedenti asilo a Nauru e a Manus Island», dichiara in un’intervista a ‘L’Indro’, Ian Rintoul, storico attivista e fondatore della Refugee Action Coalition (RAC) di Sidney. «Altri 3.400 sono detenuti in territorio australiano. La maggior parte di loro è iraniana, vietnamita, srilankese, afgana e apolide».

Nato nel Queensland 61 anni fa, Rintoul si oppone alla guerra in Vietnam quando è ancora al liceo. Ai tempi dell’università diventa un militante socialista e in seguito si batte per i diritti dei profughi politici provenienti dal Sud Africa e dalla Papua Occidentale. Per contrastare il pugno duro contro i migranti del premier John Howard (in carica dal 1996 al 2007), Rintoul nel ’99 è tra i fondatori della la RAC,  che fino a oggi ha contestato le politiche, sia di sinistra che di destra, promosse dai successivi governi (dei laburisti Kevin Rudd e Julia Gillard, e dell’attuale conservatore Tony Abbot).

Una stima di 1495 migranti morti dal 2000 a oggi, scioperi della fame,  azioni di autolesionismo e denunce di abusi sessuali su bambini e donne nei centri, minori senza tutele, non riescono a scuotere le amministrazioni australiane che proseguono con le detenzioni a tempo indefinito e i respingimenti. Anche se il numero degli arrivi è inferiore a quello registrato in Europa, il muro frontaliero australiano sembra più inscalfibile. Rintoul guarda a Lampedusa, spiegando che l’Italia e il Vecchio Continente non devono indietreggiare nei diritti. Si rafforzerebbero le discriminazioni di Camberra, che si sentirebbe ancor più legittimata a sovvertire i trattati. Ecco il suo racconto.

 

Lo scorso settembre il governo australiano ha convinto quello cambogiano a ricevere alcuni rifugiati, in cambio di 35 milioni di dollari. C’è il rischio che queste persone siano rimandate nei Paesi d’origine da cui sono scappate?

Noi della Refugee Action Coalition ci opponiamo con forza all’accordo di trasferimento che l’Australia ha stipulato con la Cambogia. Camberra sta sovvertendo gli obblighi internazionali e imponendo a uno dei Paesi più poveri del Sud Est Asiatico di prendersi la responsabilità di esaminare e reinsediare i rifugiati. La Cambogia è il terzo Paese, dopo la Papua Nuova Guinea e Nauru, che il governo australiano ha comprato per scavalcare i trattati internazionali sui diritti umani. Chiaramente si tratta di una nazione non in grado di provvedere all’ istruzione, al benessere, all’ alloggio e al lavoro che consentirebbero ai rifugiati di vivere per sempre in sicurezza.  L’accordo, per ora quadriennale, prevede che Phnom Penh ordini dopo il primo anno ai rifugiati di vivere in zone rurali estremamente povere. Poiché le autorità cambogiane hanno già violato in passato il principio di non-respingimento, c’è sempre il rischio che lo rifacciano perché la situazione interna è cambiata o perché sono mutate le loro considerazioni in tema di politica estera.

Non è paradossale che un Paese ricco e largamente disabitato come l’Australia non voglia accogliere i migranti e i richiedenti asilo che arrivano via oceano, e paghi dei Paesi poveri per farlo al suo posto?

Non è un paradosso, ma una vergogna e una negazione di ciò che è previsto dalla Convenzione di Ginevra sui Rifugiati e dalla comunità internazionale. Oggi l’economia di Nauru è quasi completamente dipendente dai soldi che Camberra elargisce per gestire il centro di detenzione sull’ isola.

Quindi, queste somme destinate all’ accoglienza dei rifugiati sono impiegate anche per altri scopi?

Non esiste una supervisione di come i soldi vengano spesi. L’Australia ha dato 500 milioni di dollari alla Papua Nuova Guinea solamente come contentino affinché accettasse di  avere un centro di detenzione a Manus Island. Uno dei motivi di tensione tra il governo federale e la popolazione è stato che quest’ultima non ne ha beneficiato. Il numero esiguo di locali impiegato nei centri è pagato molto meno dello staff australiano. Inoltre, i governi della Papua Nuova Guinea, di Nauru e della Cambogia sono famosi per la loro corruzione. Phnom Penh riceverà inizialmente 35 milioni di dollari, per prendere solo quattro o cinque rifugiati.

Per quali ragioni, a partire dalla Pacific Solution del 2001, i governi australiani hanno adottato politiche così dure nei confronti dei migranti irregolari”?

Nonostante ci siano poche prove che la questione dei richiedenti asilo influenzi il voto, sia i conservatori che i socialdemocratici promuovono politiche contro i rifugiati perché ritengono che gli diano un vantaggio elettorale. L’Australia, come molte altre nazioni, utilizza l’argomento dell’immigrazione irregolare per moltiplicare false idee nazionaliste di protezione dei confini, collegando i richiedenti asilo alla questione della sicurezza nazionale.

Si tratta di un’eredità del passato, mi riferisco in particolare alla White Australia Policy, che dal 1901 al 1973 ha consentito solo ai bianchi di emigrare nel Paese?

Sì. Le politiche successive sono decisamente un lascito della White Australia Policy. Incuranti del piccolo numero di imbarcazioni che arrivano, politici e media riferiscono costantemente di una potenziale invasione, come quando durante la White Australia Policy si diffondeva la paura del «pericolo giallo» proveniente dall’Asia.

Oggi quali abusi sono perpetrati nei centri di detenzione?

I richiedenti asilo che arrivano con le barche sono detenuti per un tempo indefinito, sebbene non abbiano commesso crimini. La legge australiana, il Migration Act del 1958, prevede che restino rinchiusi finché non sia concesso loro un visto o siano mandati via dal Paese. Non gli è permesso ricorrere a un avvocato. Non possono comunicare liberamente al telefono o attraverso Internet. Questo mandato di detenzione obbligatoria è stato criticato perché viola la Convenzione di Ginevra sui Rifugiati, la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e il Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Di quali diritti godono i minori non accompagnati, ovvero i più fragili fra gli esuli?

Non hanno diritti particolari e non è garantita loro neppure un’istruzione. Sono anche loro soggetti a una detenzione a tempo indefinito. Ironicamente, il Migration Act stabilisce che il ministro dell’Immigrazione, Scott Morrison, sia il tutore dei minori non accompagnati. E’ evidente, però, che esiste un conflitto d’interesse fra questi due ruoli. Come tutore, Morrison dovrebbe agire nell’interesse dei ragazzi, ma  come ministro si comporta da carceriere, mandandoli nel centro di detenzione offshore di Nauru.

Come può l’Australia continuare a violare le leggi internazionali senza essere fermata o punita per questo?

Le autorità australiane si preoccupano di più delle questioni interne che dei diritti umani. In Australia non c’è una legge che custodisca i principi della Convenzione sui Rifugiati. Inoltre, quest’ultima non vincola il nostro Paese. E non esiste un tribunale internazionale che possa giudicare se Canberra sia responsabile di violazione dei trattati. In molti casi, quando le corti australiane hanno annullato diversi aspetti della politica governativa anti-rifugiati, i due principali partiti si sono accordati in Parlamento per cambiare la legge. Scott Morrison ha suggerito che la Convenzione sui Rifugiati sia sorpassata e ha proposto di cambiarla in modo da restringere il diritto d’ingresso dei richiedenti asilo e in modo da ridurre l’obbligo di accoglierli. Nonostante una grande maggioranza di coloro che arrivano qui sia davvero composta da esuli politici, come per oltre il 90 per cento degli afgani, Morrison dice che la Convenzione di Ginevra incoraggia a emigrare per ragioni economiche. Ma la Convenzione stessa considera la deprivazione economica un motivo per richiedere protezione. Quindi, l’attuale governo conservatore ha accantonato il progetto di una nuova legge che rimuovesse dal Migration Act il riferimento alla Convenzione.

Circa un anno fa, il 3 ottobre 2013, 368 migranti sono annegati nel Mediterraneo, davanti a Lampedusa. Tragedie simili, anche se in misura minore, si sono verificate al largo della vostra Christmas Island. E’ in corso un’inchiesta per verificare se le autorità non abbiano prestato soccorso ai migranti?

Le autorità australiane hanno descritto il mare fra l’Australia e l’Indonesia come il più pericoloso al mondo, anche se non è vero. Molte più persone cercano di attraversare il Mediterraneo per ottenere protezione in Europa. Abbiamo criticato i tentativi del governo italiano di criminalizzare i richiedenti asilo, ma spesso esponiamo al nostro governo il caso di Lampedusa come esempio di accoglienza. Sappiamo che alcuni Paesi europei hanno pensato di seguire le politiche australiane dei respingimenti in mare. Questa è una delle ragioni per cui lottiamo strenuamente contro di esse. L’Italia, a un certo punto, ipotizzò di creare una struttura offshore in Libia. Abbiamo bisogno che l’intera comunità internazionale prenda una posizione più salda nella difesa dei diritti dei richiedenti asilo.

Lei ha accennato alla Libia. Quali sono, invece, le responsabilità dell’Indonesia, dalle cui coste le barche salpano verso l’Australia?

L’Indonesia è storicamente un Paese di transito verso l’Australia per i richiedenti asilo. Non è tra i firmatari della Convenzione sui Rifugiati, nonostante l’UNHCR operi lì, finanziato principalmente da Camberra. Il processo di registrazione presso l’UNHCR è notoriamente lento (ci può volere anche un anno), e quello di esame e reinsediamento ancora più lungo. Siccome l’Australia non accoglie in modo regolare dei rifugiati dall’ufficio indonesiano, i richiedenti asilo non hanno altra scelta se non quella di prendere il largo. Se il governo australiano fosse sinceramente preoccupato per le morti  in mare, farebbe in modo di mettere in atto un processo di riconoscimento dell’asilo più veloce. Al contrario, negli ultimi anni ha fatto pressioni sull’Indonesia affinché rinchiudesse gli esuli sul suo territorio, finanziandone molti centri. Tuttavia, le autorità di Giacarta hanno anche criticato a gran voce la politica di respingimento delle barche verso l’Indonesia di Abbot e Morrison.

Sembrate soli contro un muro di gomma. Chi altro in Australia, oltre a lei e alla sua organizzazione, si batte per i diritti dei migranti?

Vari gruppi di attivisti nelle principali città come ChilOut (Children out of Detention). Di recente hanno acquisito più importanza Doctors for Refugees e Unions of Refugees. Nei sobborghi di Sidney operano Westies for Refugees e Blue Mountains for Refugees.  All’interno del Labor Party, il Labor for Refugees vuole cambiare la politica di esaminare i casi d’asilo offshore, che il suo stesso partito ha reintrodotto quand’era al governo nel 2013. Più orientati al Welfare sono gli Asylum Seekers Resource Centres, mentre un ruolo di consulenza politica svolge il Refugee Council of Australia. L’UNHCR ha un ufficio a Camberra, ma non incide nel dibattito pubblico.

Lei ha fondato anche Solidarity, un’organizzazione che deriva dalla tradizione dell’Internazionale Socialista. Essere di sinistra significa aiutare i profughi?

Battersi per i loro diritti vuol dire lottare contro i tentativi del governo di fomentare il razzismo, le divisioni e l’islamofobia nella nostra società. Al tempo dell’11 settembre, i ministri australiani suggerirono che i terroristi potevano arrivare con le barche. Di fronte a ostacoli terribili, inoltre, la determinazione, le proteste e la resistenza degli esuli merita la nostra solidarietà. Con noi si oppongono altre istituzioni, tra cui chiese, sindacati, vertici del welfare, corporazioni di medici e psicologi. I medici dell’IHMS, che lavorano nei centri di detenzione, hanno firmato delle lettere aperte che ne criticano le condizioni. L’ Australian Human Rights Commission sta conducendo un’inchiesta sulle modalità di detenzione dei bambini. Decine di migliaia di persone hanno firmato le petizioni che chiedono di sospendere la detenzione obbligatoria, il riconoscimento dell’asilo offshore, e di chiudere i centri di Manus Island e Nauru.

 

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