giovedì, Ottobre 17

Australia: tra amnistia per le armi e anti-terrorismo

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SydneyPer l’Australia è tempo di una nuova amnistia nazionale per le armi da fuoco irregolari, attiva a partire dal 1° Luglio di quest’anno. La nuova iniziativa del governo federale australiano interessa tutti gli Stati e i Territori del Paese, con lo scopo di limitare il numero di armi da fuoco irregolari in circolazione, nell’intento di diminuire la possibilità che queste vengano utilizzate per attività criminali o per pianificare attentati terroristici. I cittadini regolarmente residenti potranno scegliere se consegnare la propria arma da fuoco non dichiarata, oppure, qualora in possesso dei requisiti legali, potranno regolarizzarne il possesso.

L’amnistia – della durata di 3 mesi – è la prima varata in Australia dopo il massacro di Port Arthur del 1996, in cui 35 persone vennero uccise a colpi di arma da fuoco ed altre 23 vennero ferite nello stesso modo. Ventuno anni fa l’allora Primo Ministro John Howard dichiarò un’amnistia nazionale, rinforzata da un rimborso in denaro per tutti coloro che avessero consegnato spontaneamente la propria arma irregolare. L’amnistia attuale non offre alcun rimborso economico, complice il tasso di omicidi nettamente più basso rispetto al passato. Il massacro del 1996 rappresentò infatti il culmine di un periodo nefasto della storia australiana, caratterizzato da molteplici omicidi con pistole o fucili, la maggior parte dei quali commessi tra il 1984 ed il 1996. In quest’ultimo anno vennero registrati 311 omicidi nel Paese, 98 dei quali commessi con arma da fuoco, mentre nel 2013 gli omicidi sono stati 243, dei quali 47 con arma da fuoco, poco più della metà di quanto avvenuto quasi 20 anni prima.

L’uso delle diverse armi negli omicidi in Australia: il calo delle armi da fuoco

L’attuale amnistia quindi, come detto, ha il duplice scopo di limitare l’utilizzo delle armi da fuoco in attività criminali di tipo tradizionale e, al contempo, di diminuire la probabilità che queste vengano usate come armi in potenziali attacchi terroristici. Nonostante l’isolamento geografico, infatti, l’Australia è tutt’altro che immune da attentati di questo tipo, come dimostrato dal sequestro e omicidio di Melbourne del Giugno di quest’anno, dagli accoltellamenti di Queanbeyan avvenuti lo scorso Aprile, dal tentato omicidio di Minto nel Settembre 2016, dalla sparatoria di Parramatta del 2015, dal noto attentato terroristico del Lindt Café di Sydney del 2014 e, infine, dall’accoltellamento di Melbourne dello stesso anno. Tali eventi hanno in comune la radicalizzazione religiosa degli attentatori, i quali hanno spesso usato armi bianche laddove le armi da fuoco irregolari – circa 280.000 in Australia – erano troppo difficili da reperire. Nello stesso periodo, inoltre, l’anti-terrorismo australiano ha sventato un crescente numero di attacchi terroristici nel Paese.

La scelta del governo retto da Malcolm Turnbull, tuttavia, non è dipesa unicamente da motivazioni di ordine e sicurezza pubbliche, ma anche, come spesso accade, da ragioni di natura politica. Il secondo governo Turnbull è infatti uno dei più deboli della storia australiana, con una maggioranza di un solo parlamentare e di conseguenza costretto ad affidarsi ad un ristretto numero di candidati indipendenti con idee politiche spesso poco moderate e dal temperamento poco prevedibile. Con i sondaggi che sanciscono  la crescita del sostegno a questi ultimi e all’opposizione, sono in molti a ravvedere in questo provvedimento un ulteriore tentativo di intercettare i voti dell’elettorato recentemente incuriosito dalle posizioni più oltranziste della destra australiana e di alcuni dei candidati indipendenti della maggioranza a geometria variabile del governo. Dello stesso tenore sembra essere la stretta annunciata sui requisiti per la cittadinanza, i quali includeranno, tra le altre cose, un test per certificare la condivisione dei “valori australiani”.

A complicare la situazione è il dibattito politico del Paese – il quale vede le principali forze parlamentari d’accordo sull’amnistia – e quello professionale ed accademico, il quale invece non è sempre convinto dall’utilità delle misure approvate. Samara McPhedran, ricercatrice della Griffith University, spiega che «Il piano è quello di ridurre il numero di armi da fuoco per ridurre il numero di armi rubate e dunque diminuire la possibilità che individui ad alto rischio – criminali incalliti o altri – ne entrino in possesso nel mercato nero. Tuttavia, i dati che abbiamo non presentano il furto di armi come una delle principali modalità di reperimento delle stesse. Nonostante vi siano pochi dati rilasciati pubblicamente al riguardo, quello che sappiamo è che le armi rubate sono solo il 10% delle armi poi utilizzate in attività criminali. Problematicamente, molte armi utilizzate per tali scopi provengono da fonti a noi sconosciute». Per quanto attiene agli omicidi non collegati ad attività terroristiche, anche il parere di Terry Goldsworthy, docente presso la Bond University, è in chiaroscuro, seppure maggiormente a favore, in linea di principio, all’amnistia: «L’uso di armi da fuoco, negli omicidi, si ravvede solo nel 14% dei casi, le due principali cause di morte in questi casi sono gli accoltellamenti (38%) e le violenze fisiche (25%). Va però notato che l’uso di armi da fuoco per chi commette omicidi è in aumento dal 2005, a causa di una nuova legge varata allora».

Il governo è tuttavia convinto della bontà del progetto. Il Ministro della Giustizia Michael Keenan ha dichiarato, a tal proposito, che «Questa è un’opportunità, per le persone, per consegnare le proprie armi alle autorità competenti, senza che vi siano domande o conseguenze di alcun tipo. Se queste persone non si avvarranno di questa opportunità, le pene per chi viene scoperto in possesso di un’arma illegale saranno molto severe». Per inciso, si parla di multe fino a 280.000 dollari e di un massimo di 14 anni di carcere. Anche Anthony Albanese, uno dei pesi massimi dell’opposizione laburista, si trova in accordo con il provvedimento: «Siamo senza dubbio pronti ad incoraggiare le persone a fare la cosa giusta e a consegnare le armi irregolari in loro possesso».

Come spesso accade con misure di importanza nazionale e di natura delicata e controversa, saranno i prossimi mesi ed anni a dimostrare o a sfatare l’utilità di questa nuova amnistia, sia nel contrastare potenziali attacchi terroristici e crimini tradizionali, sia nel risollevare le sorti di un governo pieno di promesse ma decisamente più debole di quanto non dovrebbe essere per poterle mantenere.

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