sabato, Maggio 25

Australia: Storia, Memoria ed Oblio Cinquant'anni fa, lo storico Stanner apriva la discussione su di una memoria storica negata: oggi, molto resta da fare

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Era il 1968 quando lo storico William Erward Hanley Stanner, nel corso di alcune sue conferenze che fecero scuola, sollevò il problema della costruzione di una memoria storica australiana del tutto parziale.

Secondo Stanner, infatti, la Storiografia ufficiale australiana si era per secoli basata su di un assunto errato: la Storia dell’Australia iniziava con la scoperta dell’isola da parte degli esploratori europei, nel XVII secolo; in questo modo, venivano a cadere interi millenni di Storia precedente. Se è vero che l’assenza di fonti scritte rende più difficile la comprensione di ciò che accadde prima dell’arrivo dei coloni europei, è anche vero, sosteneva Stanner, che la questione aveva radici molto più profonde. Stanner parla infatti di una sorta di ‘Culto dell’Oblio‘: una volontaria e metodica esclusione degli aborigeni dalla Storia australiana.

Le conferenze di Stanner del ’68 aprirono la strada ad una nuova consapevolezza da parte della generazione successiva di storici che, negli anni ’70, cominciarono a ridare agli aborigeni il posto che gli spettava nella Storia del Paese. Negli scritti di autori come Marilyn Lake o Henry Reynolds si comincia, infatti, a far luce sui difficili rapporti tra nativi e nuovi arrivati, tra colonizzatori e colonizzati. Dalla nuova attenzione per i rapporti tra le due popolazioni australiane emerge la coscienza nera del Paese: per tutto il corso del XIX secolo, gli aborigeni furono sistematicamente perseguitati, scacciati dalle loro terre, privati della loro cultura o brutalmente massacrati nel silenzio generale delle Autorità.

Il caso del massacro di Mayall Creek, del 1838, è esemplare. Riportato nei diari di alcuni testimoni, il massacro non compare in nessun registro pubblico. In quell’occasione, una intera tribù, ventisette persone, compresi donne e bambini, vennero legati ed uccisi a colpi d’arma da fuoco; corpi dei morti vennero fatti a pezzi e bruciati ma alcuni aborigeni, feriti, vennero bruciati mentre erano ancora vivi.

Non si può dire che non ci siano state voci che si levarono in difesa nei nativi australiani; queste voci, però, non vennero mai da storici, bensì da attivisti politici come l’abolizionista John West, che nel 1852, parla di ‘caccia nera‘, ovvero dell’abitudine di organizzare delle spedizioni per uccidere aborigeni, e dela distruzione in due sole generazioni di un’intera civiltà; West fa anche notare che, a differenza che in altri luoghi soggetti a colonizzazione da parte degli europei, gli aborigeni non dimostrarono quasi mai un’accoglienza ostile verso i nuovi arrivati, avendo solitamente un atteggiamento indifferente. Nel 1870, James Bonwick riporta alcune testimonianze di coloni che si riferivano agli aborigeni uccisi come a degli animali.

Non stupisce che la scelta della Storiografia ufficiale sia stata quella di destinare all’oblio questa pagina del passato australiano. Si tratta di una scelta legata a due ragioni fondamentali: una di carattere politico, l’altra di carattere metodologico.

Da un lato, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, l’Australia vide un processo di formazione dell’Identità Nazionale che ebbe per fulcro i concetti di Federazione e di Democrazia: si tratta di concetti che non includono gli aborigeni che, già ridotti nel numero e relegati ai margini della nuova società, rappresentavano un passato antico non rilevante, agli occhi delle élite australiane. Nel XX secolo, inoltre, seppure in nuce, esisteva già una nuova sensibilità maggiormente aperta ai diritti delle popolazioni native: il riferimento ai massacri compiuti dai coloni inglesi avrebbe potuto rappresentare una memoria divisiva.

Dall’altro lato, la concezione storiografica del XIX secolo, fortemente influenzata dal Positivismo, risentiva sia di una visione fortemente etno-centrica (ovvero euro-centrica), sia di un approccio che, nel tentativo di trasformare ogni scienza in una scienza esatta, era ossessionato dalla ricerca di fonti scritte: la Storia era essenzialmente la Storia scritta (oltre che la Storia delle Nazioni). In questo modo, ovviamente, le popolazioni che non avevano sviluppato sistemi di scrittura venivano automaticamente escluse dal campo dello studio storico. A tale riguardo, è interessante annotare la testimonianza della giornalista Flora Shaw, che nel 1894 parlava dell’Oceania come dell’unico ‘Continente senza Storia’, o dello storico Ernest Scott, che nel 1916 la definiva come una terra vergine a disposizione dei coloni europei che l’avrebbero trasformata in una Nazione.

Posizioni simili, nella Storiografia del XIX secolo e degli inizi del XX secolo, non si ritrovano solo in Australia bensì, con accenti, differenti, in tutti Paesi e, soprattutto, in quelli con un forte passato coloniale (i casi più eclatanti, naturalmente, si ritrovano nei Paesi americani e, soprattutto, negli USA, dove per molto tempo la Storia ufficiale ha avuto inizio con il 1492).

Come faceva notare Stanner, però, il metodo storico è in continua evoluzione. Negli anni ’30 del XX secolo, in Francia, un gruppo di storici, raccolti attorno a Marc Bloch e a Lucien Febvre e alla rivista “Annales d’Histoire Économique et Scociale” (“Annali di Storia Economica e Sociale”), cominciò a rivolgere la propria attenzione su fonti differenti da quelle scritte: da quelle iconografiche a quelle materiali, da quelle ambientali a quelle orali. Il contributo di Stanner, forte di questa innovazione metodologica, ha dato il via ad una nuova fase della Storiografia australiana in cui la Storia del popolo aborigeno trova legittimità e ricchezza di fonti, non scritte ma orali. C’è da dire che, allo stato attuale, lo spazio dedicato a questo aspetto della Storia è ancora fortemente minoritario all’interno degli ambienti accademici australiani; in ogni caso, anche se molto resta da fare, la Storia aborigena è stata sottratta all’oblio al quale era stata consegnata in passato.

Il caso australiano impone una riflessione sulla Storiografia, che è anch’essa parte della Storia che tenta di raccontare, e che potrebbe risultare utile anche in Paesi che, almeno in tempi recenti, non hanno vissuto quella tipologia di passato coloniale.

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