giovedì, Ottobre 22

Australia – Indonesia: il riavvicinamento

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SydneyDopo mesi di forte tensione tra Indonesia ed Australia, l’Ambasciatore indonesiano Nadjib Riphat Kesoema ha fatto ritorno a Canberra.

La rottura diplomatica tra i due Paesi avvenne nel novembre scorso, quando alcune rivelazioni fatte dall’informatico Edward Snowden cinque mesi prima portarono alla scoperta di un datagate australiano, parallelo a quello più noto che aveva coinvolto gli USA.
Quanto emerso delineò in modo evidente una rete australiana di spionaggio che si estendeva per tutta l’Asia centro-meridionale ed orientale, motivo per il quale l’Australia si trovò ad affrontare il più grande scandalo spionistico della sua giovane storia.

La rete di intelligence australiana è oggi composta dalla Australian Security Intelligence Organisation (ASIO), dalla Australian Secret Intelligence Service (ASIS), dall’Office of National Assessments (ONA), dai quattro dipartimenti della Defence Intelligence and Security Group (DISG), incaricati di raccogliere le conversazioni, analizzarle e fornire eventuale supporto aereo e satellitare, e da diverse agenzie secondarie.

Le operazioni australiane avvennero nel contesto delle agenzie facenti parte di Five Eyes, i Cinque Occhi, nota per il sistema Echelon. Five Eyes, costituita da Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, rappresenta l’evoluzione moderna della storica cooperazione in ambito di servizi informativi tra i Paesi della sfera anglofona, sviluppatasi con la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda. Nell’ambito di Five Eyes ogni Paese è responsabile della gestione delle informazioni raccolte in una precisa area geografica che, nel caso di Australia e Nuova Zelanda, si focalizza sui Paesi dell’Asia sud-orientale, mentre l’intera organizzazione segue i principi dell’acronimo C4I, ovvero Command, Control, Communications, Computers and Intelligence.

Le attività australiane, in particolare, utilizzavano come base segreta di raccolta informazioni le Ambasciate australiane presenti nelle diverse capitali, una condizione che contribuì pesantemente a deteriorare la fiducia di alleati e partner economici in Asia. Nello specifico, venne confermata una collaborazione tra intelligence australiana e statunitense, all’interno della quale l’Australia risultava maggiormente interessata a informazioni di tipo industriale, economico e finanziario, mentre gli USA erano focalizzati su informazioni di tipo politico e militare.

In tale contesto l’Australia riuscì a spiare per un numero imprecisato di anni, politici e personalità di spicco di Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Timor Est ed Indonesia. In quest’ultimo caso, in particolare, è stato confermato che l’intelligence australiana monitorava le conversazioni del Presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, di sua moglie, del suo vice e di diversi Ministri del Governo sin dal 2007.

La reazione non si fece attendere ed il Presidente Yudhoyono ritirò immediatamente l’Ambasciatore indonesiano, congelando nel contempo tutte le attività di cooperazione bilaterale tra i due Paesi, che comprendevano una stretta collaborazione in ambito militare, di intelligence e di controllo migratorio. Il riavvicinamento tra i due Paesi, da allora, è stato lento ma continuo, obbligato a seguire una road map in sei punti redatta con il supporto dello stesso Presidente Yudhoyono che prevede, nell’ordine: discussione di tematiche sensibili riguardo allo scandalo spionistico; negoziazione di un codice di condotta relativo allo spionaggio; analisi e studio del codice di condotta da parte di esperti delle due nazioni; ratifica del codice da parte dei rispettivi leader; implementazione del codice; infine, ritorno a un “clima di reciproca fiducia” necessario per riaprire forme di collaborazione attualmente congelate.

L’Australia ha da tempo avviato una discussione circa quanto avvenuto, adempiendo dunque alla prima condizione, mentre il ritorno dell’Ambasciatore Nadjib Riphat Kesoema a Canberra, nei giorni in cui il vulcano indonesiano Sangeang Api blocca molti voli in uscita dall’Australia, è un ulteriore, importante, segno di distensione diplomatica.

Nonostante tutto, però, la strada da seguire è ancora lunga, come ha dichiarato lo stesso Ambasciatore, che ha inoltre precisato che il suo rientro non implica il riavvio di alcuna politica di collaborazione tra i due Paesi. La questione rimane dunque ancora molto delicata, soprattutto considerando alcuni aspetti non secondari di questa vicenda.

L’Indonesia, infatti, non è solo uno dei Paesi più vicini all’Australia dal punto di vista geografico, ma è anche il più popoloso Stato islamico al mondo, con i suoi 246 milioni di abitanti, e vanta una economia in costante crescita che le permetterà nel medio termine di dettare regole proprie nella regione. La serietà del problema è sempre stata chiara ai governi australiani, che da anni tentano di mantenere i rapporti su un livello costruttivo, nonostante le tensioni del passato per questioni come quella di Timor Est.

Un ulteriore passo avanti è rappresentato dall’incontro, ieri, tra il Primo Ministro australiano Tony Abbott ed il Presidente indonesiano Yudhoyono,  nell’Isola di Batam, in un’atmosfera definita di ‘significativa distensione’.

Di questo complesso intreccio di eventi ne abbiamo discusso con Renita J. Moniaga, diplomatica del Ministero degli Esteri indonesiano e dottoranda di ricerca in Relazioni Internazionali e Governative presso la University of Sydney.

Ms. Moniaga, come definirebbe l’attuale ruolo dell’Indonesia in Asia sud-orientale?
L’Indonesia è sempre stata un Paese leader nel sud-est asiatico, anche durante il regime di Sukarno e Suharto. Ritengo che questa condizione abbia a che fare con due aspetti. In primo luogo, bisogna tenere in considerazione le risorse dell’Indonesia, come la sua dimensione geografica, la sua popolazione, le risorse naturali ed il ruolo geopolitico strategico che hanno permesso all’Indonesia di giocare da peso massimo nella regione. In secondo luogo, la leadership di persone come Sukarno e Suharto ha svolto un ruolo importante nell’ordine regionale ed ha contribuito a fornire nuove idee e nuovi sviluppi istituzionali. Durante il Governo di Sukarno, ad esempio, l’Indonesia è stata uno dei membri fondatori del Movimento dei Paesi Non-Allineati (NAM), e Sukarno era molto attento al bisogno di tali Paesi di non essere assoggettati da alcuna potenza imperialista e di godere di uno sviluppo autonomo, senza il bisogno di allinearsi alle decisioni di nessuno. Anche Suharto è stato fortemente influente nel dare forma all’architettura di questa regione perché l’Indonesia è stata uno dei promotori dell’ASEAN, fino ad oggi la pietra angolare della politica estera indonesiana.

Come è cambiato questo ruolo negli ultimi 15 anni, e in che modo?
Quando parliamo dei cambiamenti nel ruolo dell’Indonesia nel sud-est asiatico, in seguito al processo di democratizzazione, parliamo di un modo diverso in cui l’Indonesia affronta i diversi problemi della regione rispetto al periodo autoritario. L’Indonesia sta assumendo una posizione sempre più attiva riguardo a temi come la democratizzazione, i diritti umani ed i conflitti nella nostra regione. L’Indonesia, oggi, percepisce il proprio ruolo come quello di un mediatore di pace e peso massimo per l’applicazione di norme e prassi democratiche all’interno dei meccanismi dell’ASEAN. Ritengo che l’Indonesia sia diventata un Paese più sicuro di sé proprio grazie a quanto è stata capace di realizzare negli ultimi 15 anni. Per citare alcuni esempi, l’Indonesia è la più grande economia del sud-est asiatico, è l’unico membro dell’ASEAN ad essere nel G20 ed è la più popolosa democrazia nell’intera area. Detto tutto questo, però, l’Indonesia rimane attenta a non agire da potenza in ascesa che mira ad un controllo sugli altri membri dell’ASEAN. Tenta, piuttosto, di promuovere una politica estera di cooperazione e di inclusione attraverso la nota dottrina del presidente Susilo Bambang Yudhoyono ‘milioni di amici ma zero nemici’. Questo significa che l’Indonesia intende costruire relazioni con molti Paesi e mantenere queste relazioni pacifiche e costruttive.

Cosa è successo tra i due Paesi, in seguito allo scandalo del Datagate australiano?
Una serie di documenti trapelati ha rivelato che l’intelligence australiana monitorava i telefoni cellulari del Presidente indonesiano, di sua moglie, dei Ministri del gabinetto e di altri alti funzionari che fanno parte della cerchia ristretta del presidente. Ciò ha causato una risposta immediata da parte dell’Indonesia, molto critica nei confronti delle azioni australiane perché il nostro Paese ha sempre considerato l’Australia un buon alleato e questo ha portato ad un’ampia cooperazione bilaterale in diversi settori.

Come ha inciso, questo, sui rapporti tra i due Paesi?
Ha influenzato le relazioni bilaterali in diversi modi. In primo luogo, l’Ambasciatore indonesiano è stato immediatamente richiamato. In secondo luogo, Indonesia e Australia hanno un accordo di  partenariato strategico che è stato siglato nel 2010, riguardante una serie di aspetti importanti per entrambi gli Stati. A causa dello scandalo dello spionaggio, l’Indonesia ha deciso che avrebbe riesaminato tutti gli ambiti di tale cooperazione, che comprende commercio, istruzione, difesa, sicurezza e diversi altri tipi di relazioni bilaterali. In terzo luogo, sono scoppiate alcune proteste di fronte all’Ambasciata australiana a Jakarta, mentre i media hanno ampiamente relazionato su questo tema, portando l’Australia ad essere vista in una luce negativa tra molti cittadini indonesiani.

Ritiene che il peso crescente dell’Indonesia nella regione abbia influenzato la forza con cui ha reagito alle attività di spionaggio australiane?
Non sono del tutto sicura del fatto che la forte reazione dell’Indonesia sia da attribuire esclusivamente al suo crescente peso. Ritengo che la politica estera indonesiana abbia sempre avuto una forte connotazione nazionalistica che risale ai tempi della sua lotta per l’indipendenza ed alla sua volontà di non essere soggetta alle grandi potenze. Penso che l’Indonesia abbia sempre ritenuto di essere una Nazione forte che non ha intenzione di seguire dettami imposti da altri. Pertanto, le critiche dell’Indonesia nei confronti del governo australiano sono sorte perché si percepiva che gli interessi nazionali erano in gioco e la sovranità nazionale era stata violata. La risposta del Governo Abbott, inoltre, è stata complice di tale reazione, dal momento che ha impiegato diverso tempo per fornire scuse ufficiali ed assicurare all’Indonesia che questo non si sarebbe più ripetuto.

L’Australia sta procedendo speditamente nel completare la road map e ripristinare i pieni rapporti bilaterali. Come può essere migliorato tale processo, secondo la sua opinione?
Secondo la mia conoscenza degli eventi, Indonesia e Australia hanno concordato un codice etico riguardante il modo in cui si procederà d’ora in avanti nelle cooperazioni bilaterali. Questo è un primo passo nella direzione giusta. Penso che questo possa essere ulteriormente migliorato attraverso la costruzione di un dialogo non solo tra funzionari indonesiani e australiani, ma anche con lo sviluppo di contatti tra persone della società civile, ad esempio attraverso programmi di scambio formativi. L’Australia ha sempre dichiarato di ritenere l’Indonesia un partner importante in quanto Paese prossimo nel contesto Asia – Pacifico. Credo, tuttavia, che non ci sia un sufficiente impegno australiano ad interessarsi all’Indonesia, come dimostrato dai diversi programmi di studio indonesiano che vengono chiusi in molte università. Ci deve essere un maggiore impegno tra Australia e Indonesia, in modo da evitare a tutti i costi che i due popoli interagiscano con sospetto tra di loro dopo lo scandalo dello spionaggio australiano.

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