martedì, Ottobre 27

Aung San Suu Kyi e le parole negate sui Rohingya Intervista al professor Stefano Pelaggi, Docente di Nazionalismi e Minoranze Etniche presso l’Università 'La Sapienza'

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La questione drammatica della comunità minoritaria musulmana dei Rohingya ha raggiunto l’attenzione del radar dei media internazionali, dopo le Nazioni Unite. Finalmente, verrebbe da aggiungere, non foss’altro che per le dimensioni assunte dalla vera e propria catastrofe umanitaria alle quali si è giunti oggigiorno. Ne parliamo con il professor Stefano Pelaggi, Docente di Nazionalismi e Minoranze Etniche presso l’Università ‘La Sapienza’.

Per motivi professionali ha avuto modo di conoscere e studiare da vicino lo stato delle cose, può raccontarci il suo punto di vista?

La vicenda dei Rohingya parte da molto lontano, si tratta di un gruppo etnico di religione islamica. La maggior parte si spostò dall’attuale Bangladesh nella regione del Rakhine durante il dominio britannico, dal 1824 agli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale. Il Regno di Arakan, l’attuale Rakhine, era stato conquistato dalla Birmania appena quaranta anni prima della occupazione britannica, si tratta di una regione con radicati sentimenti indipendentisti, una specificità storica e linguistica ben definita e una forte tradizione buddista che permea qualsiasi aspetto della vita sociale e politica. Nel 1948 quando la Birmania ha ottenuto l’indipendenza dal dominio coloniale britannico ai Rohingya fu concesso di chiedere la cittadinanza birmana ma con il colpo di stato militare del 1962 i Rohingya persero qualsiasi status, diventati di fatto stranieri nella terra che avevano abitato da secoli. Il supporto dei Rohingya durante la dominazione coloniale britannica e la religione islamica in una regione fortemente incentrata sul buddismo hanno alimentato continue tensioni in tutti questi anni. Tensioni a cui si sono aggiunte varie ondate di repressione, guidate dai militari nei confronti dei Rohingya, che determinarono una serie di flussi migratori verso il Bangladesh. I flussi più consistenti avvennero nel 1978 e nel 1992 con un totale di rifugiati stimato intorno agli 800.000, cifre mai verificate da nessuna organizzazione internazionale a causa dell’impossibilità di operare nel territorio del Myanmar. Il Bangladesh ha inizialmente accolto i rifugiati dalla Birmania, ma le pressioni interne e le limitate risorse nazionali hanno costretto Dhaka a spingere i Rohingya a lasciare i campi profughi. Negli ultimi anni la situazione è andata via via peggiorando, senza nessun tipo di intervento da parte delle organizzazioni internazionali. Le ragioni sono molteplici, principalmente un intervento diretto nel Paese avrebbe potuto compromettere l’imminente transizione democratica del Myanmar, fornendo ai militari una ulteriore occasione per rimanere al potere.

Paradossale la posizione nella quale si trova oggi il Premio Nobel per la Pace ’91 Aung San Suu Kyi, per un quindicennio trattenuta in condizioni restrittive dalla giunta militare birmana, poi divenuta simbolo della svolta democratica del Myanmar. In realtà, si viene a rilevare successivamente la natura delle condizioni poste al Premio Nobel (ed al Parlamento birmano) proprio dai militari. Ed è difficile valutare quanto oggi in certi atteggiamenti pubblici del Premio Nobel e della maggioranza della popolazione del Myanmar sia risultato di tale imposizione dei militari e quanto sia parte dello stesso tessuto culturale ed etno-antropologico birmano nei confronti della Comunità dei Rohingya. Una Comunità alla quale non viene riconosciuto alcun diritto di cittadinanza, anzi, viene definita come un ‘corpo estraneo’ dal punto di vista etnico (Bengali). Qual è il suo pensiero a riguardo?

Il Myanmar è un sistema culturale e politico molto complesso, ci sono 135 distinti gruppi etnici che vengono per semplicità raggruppati in 8 gruppi principali. Questi gruppi sono tutti localizzati in un determinato territorio, parlano una propria lingua ed in molti casi sono in conflitto da secoli con l’etnia Bamar che detiene il potere politico da sempre il potere politico nel territorio dell’attuale Myanmar. Alcuni di questi gruppi portano avanti una guerriglia da decenni, Karen, Shan e Kachin tra gli altri, mentre altri gruppi come i Kokang e gli Wa hanno un controllo totale del territorio e dispongo di carri armati e contraerea. All’interno di questo quadro la situazione dei Rohingya è ancora più complessa, da sempre il regime militare ha sostenuto la narrazione della totale estraneità della etnia di religione islamica rispetto al mosaico che compone l’identità birmana. L’elezione di Aung San Suu Kyi non ha cancellato decenni di indottrinamento e informazione sulla questione Rohingya, la percezione della popolazione birmana rimane fortemente orientata e non ci sono le condizioni nel breve termine di cambiare questa situazione. Le dimostrazioni in piazza in supporto di Suu Kyi di questi giorni ma anche il supporto incondizionato degli intellettuali birmani, anche quelli che hanno vissuto in esilio negli ultimi anni, ci consegnano l’immagine di un Paese convinto della totale estraneità dei Rohingya al mosaico etnico del Myanmar.

A livello internazionale l’immagine di Aung San Suu Kyi è pesantemente colpita da un evidente ostracismo birmano nei confronti dei Rohingya. Il Premio Nobel continua a trincerarsi dietro affermazioni per le quali si tratta solo di mistificazione mentre le testimonianze ed i documenti che la sconfessano si fanno sempre più macroscopici. I militari hanno coscienza del fatto che – a livello internazionale – l’immagine del Myanmar tutto (e non solo di Aung San Suu Kyi-icona di democrazia) è in forte ridiscussione? Si rendono conto che rischiano di poter vedere nuovamente imposto un regime di sanzioni che possono sfiancare il Myanmar come è accaduto proprio per chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi e per la restaurazione della democrazia nel Paese? Si rendono conto del fatto che il commercio (soprattutto internazionale) di una Nazione emergente qual è il Myanmar oggi, potrebbe andare a carte quarantotto in tempi molto brevi?

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