martedì, Agosto 4

Attacco Usa in Siria: il mondo si spacca a metà

0

Stanotte – alle 2.40 in Siria – Donald Trump ha deciso di intervenire militarmente contro le forze che martedì scorso, 4 aprile 2017,  hanno bombardato con armi chimiche la città di Idlib. I 59 missili Tomahawk hanno fatto esplodere il centro di Al Shayrat, da cui sembra che siano state sganciate le armi chimiche che hanno ucciso 80 civili siriani, fra cui 28 bambini.

Poco prima di incontrarsi con il Presidente cinese Xi Jinping, Trump ha spiegato le ragioni del suo attacco tramite un comunicato ufficiale: «Martedì il dittatore della Siria, Bashar al-Assad, ha lanciato un terribile attacco con armi chimiche contro civili innocenti, uccidendo uomini, donne e bambini. Per molti di loro è stata una morte lenta e dolorosa. Anche bambini piccoli e bellissimi sono stati crudelmente uccisi in questo barbaro attacco. Nessun bambino dovrebbe mai soffrire tale orrore».

Ma questo gesto, che secondo Trump servirebbe a «mettere fine al flagello del terrorismo», ha  spaccato il mondo a metà: tutto il panorama internazionale ha visto i vari Paesi schierarsi in due fazioni ben distinte – pro e contro all’attacco -, e le ragioni dei vari Paesi vanno al di là della strage umana che da più di sei anni si perpetua in Siria.

Per comprendere le posizione dei vari Paesi a favore e contro l’azione militare di Trump abbiamo chiesto il parere di Maria Grazie Enardu, professoressa di Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Firenze, esperta in relazioni internazionali. Enardu spiega qual è stato l’intento di Trump e come questo gesto abbia creato una sorta di spaccatura fra i principali Paesi dell’aria mediorientale e attori nella scena siriana, come la Russia, l’Iran, il Libano, Israele e la Turchia.

 

Quali sono le ragione dell’attacco di Trump in Siria?

 

Assad ha compiuto un grave errore, infatti ha bombardato la città di Idlib in un momento cruciale per gli Stati Uniti: l’incontro di Trump con il presidente cinese Xi Jinping. Il Presidente americano, in questo caso, ha preso la palla al balzo per dimostrare a tutti e ai cinesi di cosa è capace. Inoltre ʹThe Donaldʹ ha voluto chiarire indirettamente i suoi rapporti con la Russia che, ad oggi, non erano negativi, anche se Putin sta calcando troppo la mano nei confronti di Trump, mentre continuano le voci sui presunti aiuti ricevuti da quest’ultimo per vincere le elezioni contro Hillary Clinton. L’attacco in Siria ha significato anche un consolidamento delle alleanze americane, nel mondo e in Medio Oriente, dato che ultimamente i Paesi occidentali non sanno come comportarsi in merito alle decisioni di Trump. Messico, Australia,  Giappone e i Paesi della NATO sono sempre stati vicini agli Stati Uniti, ma Trump ha dato vari scossoni a questi assetti. In Medio Oriente, gli USA hanno  alleati: innanzi tutto la Turchia, (membro NATO), sia pure con le fragilità del regime di Erdogan; Israele ha l’appoggio statunitense anche se spesso gli USA temono iniziative come come attacchi in Siria o contro gli Hezbollah libanesi.  Pure l’Arabia Saudita si ritiene un Paese alleato degli Stati Uniti, e da da due anni conduce una guerra dissennata nello Yemen,  con armi acquistate in occidente. Dunque Trump, con questo attacco, ha voluto far sentire la forte presenza americana  in Medio Oriente, ad amici e nemici.

 

Chi c’è dietro la pianificazione dell’attacco statunitense? Qual è stata la strategia d’attacco?

 

Il comunicato poteva essere fatto dalla Casa Bianca o dal dipartimento di Stato, invece è partito dal Pentagono, guidato dal generale James N. Mattis, uomo che conosce benissimo il territorio mediorientale. Mattis, insieme a Herbert R. McMaster, generale in divisa e stratega molto apprezzato, ha pianificato  con cura l’azione militare. La sorpresa è stata proprio la modalità di attacco: se io penso ad un bombardamento in Siria mi aspetto un attacco aereo, invece non è stato così. Gli americani, in questo caso, hanno bombardato con missili  Tomahawk, partiti da  da navi. Sono missili precisi e potenti, gli americani, dunque, hanno usato un sistema chirurgico. Inoltre Putin era stato avvertito del bombardamento, con un certo anticipo come previsto da un protocollo. Non ci sono dubbi che i Russi abbiamo avvertito di corsa i siriani dell’attacco, che comunque ha fatto vittime in edifici vicini. Trump, infatti, voleva sferrare un colpo ai siriani, non dichiarare guerra ai russi. La cosa fondamentale in questi giorni sarà sapere quanti morti ci sono stati, soprattutto se ci sono state vittime russe, anche se Mosca non ne ha parlato. In Siria infatti, ci sono molti consiglieri militari russi. Se non ci sono invece morti russi la situazione dovrebbe essere virtualmente conclusa, anche se rimane la rabbia di Putin, per lo smacco ma anche perché la causa potrebbe essere proprio la mancata o inefficace operazione di sequestro di armi di distruzione di massa che la Russia avrebbe dovuto svolgere nel 2013. O sono stati disattenti o ne hanno lasciato parte ad Assad o qualcuno li ha rubati. Il ruolo che Mosca vuole avere in Siria comporta anche pesanti responsabilità.

 

Dunque, come reagirà Putin all’attacco? Come si muove la politica interna di Trump?

Una possibile soluzione, auspicabile, è che i russi decidano di non fare nulla aspettando che Trump, tempo una settimana, combini uno dei suoi voltafaccia, in politica interna o estera. Nel frattempo, alla Casa Bianca, Trump sta cominciando ad essere commissariato: Stephen Bannon è stato rimosso dal Consiglio di Sicurezza nazionale, pur rimanendo consigliere di Trump. Se i capi militari, in primis Mattis  e McMaster, riusciranno a riprendere il controllo  della politica estera – che prima era in mano a Bannon o frutto dei tweet di Trump– la politica statunitense non potrà che giovarsene. I generali, che hanno avuto altissimi ruoli in Medio Oriente, sanno che la Russia sta portando avanti una politica di potenza in varie regioni,   Baltico,  il Mar Nero, Medio oriente, Asia centrale. Che la presidenza Trump è percepita come debole e Putin cerca occasioni di allargare la propria influenza. Ma va anche ricordato che Trump vuole aumentare la già enorme spesa militare USA (equivalente a quella degli altri 9 paesi con maggiori spese, Russia compresa). Si parla di un 30% in più, cifra immensa. Spesa che ha ricadute anche positive sull’economia , sulla tecnologia etc, ma che comporta scelte pesanti, a danno di sanità e altri settori. E che inevitabilmente darà al Pentagono un ruolo economico maggiore, quindi anche politico.

 

Che interesse hanno i Russi in Siria? Qual’è il rapporto tra Russia e Iran?

 

I Russi puntano alla Siria perché sanno che attraverso questo Paese possono agire nello scacchiere mediterraneo e mediorientale. La Siria per i russi rappresenta  una pedina cruciale nel Mediterraneo. Molto complessi invece i rapporti tra Russia e Iran. Entrambi sostengono Assad ma per ragioni diverse: per l’Iran è pura politica regionale, contro l’Arabia Saudita e il mondo sunnita. La Russia ragiona dovunque in modo globale, o perlomeno ci prova. La convergenza di Russia e Iran non deve però ingannare sugli assetti di base. Sono storicamente nemici, anche per il ricordo indelebile dell’invasione anglo-russa del 1941, in funzione anti-Asse e per consentire il massiccio invio di aiuti di guerra americani all’URSS. Ovviamente ci sono momenti in cui Iran e Russia si trovano a prendere decisioni simili, ma questo non vuol dire che fra Russia e Iran ci sia una comunanza d’intenti. E’ tattica, non strategia.

 

Perché la Russia, gli Hezbollah libanesi e gli iraniani sostengono Assad?

 

Contare in Siria significa, per tutti, avere un ruolo primario nella regione. I russi hanno una base nel Mediterraneo, il porto siriano di Tartous, prezioso perché altrimenti per ogni necessità della flotta dovrebbero tornare nel Mar Nero o addirittura nel Baltico. Se domani il regime di Assad cadesse e la Siria si disgregasse in vari staterelli, Putin concentrerebbe la sua attenzione sullo stato degli Alawiti, una minoranza che appunto domina la costa dove è Tartous. L’interesse dell’Iran sciita è di avere un ruolo nel mondo sunnita, per bilanciare stati che considera ostili. Appoggiarsi agli alawiti di Siria e Hezbollah (sciiita) in Libano è di estrema importanza. Il legame tra Siria e Libano è complesso. Alla fine dell’Impero ottomano il nazionalismo siriano sognava una grande Siria (compresi quelli che poi sono diventati Libano, Israele/Palestina, anche parte della Giordania). In ogni vicenda libanese post 1945, i siriani sono stati determinanti, hanno interferito di continuo, e ora Hezbollah è fortemente interessato alla sopravvivenza del regime di Assad, che considera contrafforte dello strapotere sunnita. Hezbollah è inoltre alla ricerca di un maggior ruolo politico in Libano e presentarsi come forza militare in Siria è importante, anche se il costo è stato assai alto. Ma va sottolineato che Hezbollah non è un semplice strumento dell’Iran. Gli uni sono libanesi arabi, sia pure sciiti, gli altri persiani, con storie e culture profondamente diverse, e obiettivi che coincidono solo in parte.

 

Israele e Turchia come si sono poste nei confronti di Trump?

 

Paradossalmente, Israele preferisce gli Assad (il padre Hafez sino al 2000 e poi Bashar), perchè considera il regime stabile rispetto alle alternative, anche la lunga guerra civile in Siria non ha cambiato questa linea. La possibile frammentazione della Siria preoccupa perché parti del territorio sarebbero controllate da movimenti islamisti estremi, mentre la Siria degli Assad, pur essendo una dittatura, è a suo modo laica. Anche Israele deve essersi stupito della decisione di Trump, e deve essere in qualche modo preoccupato dalla svolta decisionista di un Presidente ufficialmente considerato molto amico ma  imprevedibile e quindi anche inaffidabile. Erdogan, invece, è contro il regime di Assad e, oltretutto, si oppone alla crescita della presenza russa nel Mediterraneo. Nonostante il recente riavvicinamento, in chiave anti-Isis, i due Paesi sono storicamente nemici. Non solo la Turchia fa parte della NATO ma ha, da secoli, un conflitto con la Russia/URSS. Per i russi gli Stretti dei Dardanelli, che dal Mar Nero portano al Mediterraneo e che sono in territorio turco, sono un collo di bottiglia che vorrebbero controllare. Il Mar Nero è l’unico sbocco in un mare caldo, mentre gli altri porti russi sono in zone che d’inverno sono inagibili (San Pietroburgo, Murmansk etc sull’Artico, Vladivostok in Siberia). Gli Stretti sono regolati da rigide convenzioni  sul passaggio delle navi, soprattutto da guerra, e i russi in molti casi sono costretti a portare navi nel Mediterraneo partendo dal Baltico, un giro assai lungo. I turchi, almeno a parole, saranno stati contenti: Trump ha dato un colpo al loro nemico Assad e indirettamente ai russi. Ma Erdogan ha una politica che spesso contrasta con quella americana, in particolare sui curdi, considerati in Turchia un pericolo e invece appoggiati dagli americani in Iraq e in Siria. I curdi sognano da un secolo un loro Stato, che dovrebbe prendere una grande area della Turchia orientale e pure parti di Siria, Iraq, Iran.

 

Secondo lei questo attacco potrebbe essere l’inizio di un conflitto su larga scala?

Questa non è una rappresaglia, che in diritto internazionale è una forma di autotutela, purché giustificata e commisurata. Non lo è perché Assad non ha attaccato gli USA, al massimo c’è un motivo morale, l’uso di gas: non vengono usati per la prima volta, ma questa volta hanno davvero passato il segno. Detto questo, se Trump nelle prossime settimane terrà un comportamento logico e coerente la sua strategia potrebbe avere un effetto positivo. Se sarà di nuovo ʹDonaldʹ tutto questo verrà vanificato e dimenticato molto in fretta. Un’America forte e coerente rassicura gli alleati, mentre l’America di Trump fa paura in primis agli alleati. In Europa per ora non ci sono stati commenti negativi, ma questo è più dovuto alla forte preoccupazione per Siria e per il ruolo della Russia in Medio oriente, Baltico, Europa orientale, che non a una reale approvazione della decisione di Trump, fermo restando la condanna del regime di Assad e soprattutto dell’uso di armi di distruzione di massa, come sono i gas.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore