venerdì, Novembre 15

Attacco Usa in Siria: cosa cambia ora?

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L’attacco che questa notte ha colpito la base di al-Shayrat, in Siria, è stato per molti un fulmine a ciel sereno. Secondo varie fonti, dalla base erano partiti i raid di martedì 4 aprile che, sferrati con armi chimiche, provocarono la morte di più di ottanta persone nella città siriana di Khan Sheikhun: molte delle vittime erano bambini. L’attacco era stato portato per colpire una zona sotto controllo di ribelli al Governo del Presidente Bashar al-Assad e, per questo, i sospetti erano caduti proprio sul dittatore siriano. Né il Governo di Damasco, né i suoi principali sostenitori, i russi, hanno mai avallato questa teoria ma, da parte americana, sembra non ci siano dubbi a riguardo.

Dopo aver condannato alla Nazioni Unite il comportamento di Damasco, l’amministrazione Trump ha deciso di passare ai fatti: nella notte cinquantanove missili balistici, lanciati da due portaerei che incrociano nel Mediterraneo, hanno colpito la base di al-Shayrat.

L’attacco ha provocato reazioni contrastanti: alcuni, come i Governi di Gran Bretagna, Turchia ed Arabia Saudita, hanno condiviso la decisione del Presidente Donald Trump; altri, come Russia e Iran, hanno criticato l’aggressione giudicandola inaccettabile; altri ancora, come i Governi dell’Unione Europea, hanno espresso una posizione cauta, sostenendo che la responsabilità dell’accaduto debba ricadere su Assad ma, allo stesso tempo, auspicando un ritorno alla via della soluzione diplomatica.

Anche dal punto di vista di politica interna l’attacco apre nuovi scenari: in Europa, i movimenti populisti euro-scettici, tradizionalmente vicini all’attuale amministrazione statunitense, hanno preso le distanze dall’accaduto criticando le scelte del Presidente USA (forse in virtù della loro vicinanza a Putin, oltre che a Trump); negli Stati Uniti, resta da vedere come reagirà l’opposizione alla scelta unilaterale del nuovo Presidente.

Per tentare di capire meglio, abbiamo chiesto a Riccardo Alcaro, Responsabile di Ricerca per i Rapporti Transatlantici per l’Istituto di Affari Internazionali (IAI).

Come influirà l’attacco USA di questa notte con i difficili rapporti tra russo-statunitensi?

Complicherà ogni piano residuale di arrivare ad un grand bargain tra Trump e Putin, ma in sé e per sé non compromette questa possibilità del tutto.

È vero che Mosca e Damasco erano stati avvertiti preventivamente dell’attacco? Si tratta solo di un avvertimento e di una dimostrazione di forza o è l’inizio di una nuova fase di ostilità?

Sembra un atto dimostrativo volto a marcare una differenza tra Trump e Obama (che Trump aveva accusato di essere debole proprio per aver mancato di colpire Assad dopo l’attacco chimico di agosto 2013), nonostante smentisca una linea politica che Trump aveva seguito fino alla settimana scorsa di non intervento contro Assad. Sì, la Russia era stata avvertita perché gli USA non volevano certo correre il rischio di fare vittime tra i militari russi, e di certo la Russia ha passato l’informazione ad Assad. Potrebbe anche essere che Trump voglia acquistare maggiore potere negoziale per trattare sulla Siria con Russia e Iran da una posizione di forza. Ma questo implica che gli USA siano disposti ad andare oltre l’atto dimostrativo di questa mattina, il che non è certo.

È possibile che si tratti di un messaggio per la Corea del Nord?

Non credo che mandare un messaggio alla Corea abbia niente a che fare con la decisione di lanciare un attacco mirato contro una base militare siriana. Certo però che tra le implicazioni dell’attacco c’è anche quello di segnalare che Trump non esita ad usare la forza se lo crede, e il fatto che l’abbia fatto a metà del vertice con Xi la dice lunga su quanto questo presidente dia importanza alla proiezione di forza e indipendenza.

Come viene a cambiare la posizione degli USA rispetto all’ONU? Washington rischia una condanna?

Non credo Washington rischi una condanna. Non mi pare che l’attacco, data la sua natura proporzionata, abbia generato critiche generalizzate. Al contrario.

Per quanto riguarda il fronte interno: è vero che il Congresso non è stato avvertito dell’attacco? È stato creato un precedente pesante nel rapporto tra Governo e Congresso?

Sì, è vero il Congresso non è stato informato. Non è il primo caso, Obama attaccò la Libia senza passare per il Congresso (ma poi decise che avrebbe dovuto farlo per attaccare la Siria e i repubblicani gli risposero picche). Dal 2001 in poi il presidente USA ha esercitato un’autorità sull’avvio di azioni militari che molti costituzionalisti giudicano eccessiva. Le polemiche hanno finora sempre avuto una ragione strumentale: i repubblicani criticarono Obama per non aver consultato il Congresso per la Libia, vediamo se faranno lo stesso con uno dei loro.

La scelta dell’attacco sembrerebbe aver ricompattato attorno a Trump sia la parte critica dei Repubblicani (quella rappresentata da McCain), sia addirittura i Democratici: siamo di fronte ad una svolta nella politica interna USA?

No, nessuna svolta, ma sembra che Trump si stia orientando verso posizioni tradizionali del partito repubblicano anche in politica estera .

Come si sono comportati i vertici militari USA? Hanno subito una scelta del loro Presidente o hanno collaborato attivamente alla strategia che è stata messa in atto?

Penso che la proporzionalità dell’attacco e la modalità in cui si è svolto siano tutte frutto della riflessione dei generali. Credo ci sia stato un incontro di preferenze fra Trump, che non voleva apparire debole, e i generali. Quello che gli hanno proposto andava benissimo al Presidente.

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