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Attacco chimico all’Europa: improbabile, ma non impossibile

Armi chimiche: siamo davvero sotto attacco? dopo l'allarme del Direttore OPCW, lo abbiamo chiesto a 3 esperti internazionali: Marco Lombardi, Francesco Tosato, Lorenzo Vidino
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Dopo la visita del 22-23 maggio a Roma del Direttore-Generale dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), in occasione della Conferenza Scientifica Internazionale CBRNe (SICC 2017) per il 20° Anniversario OPCW, l’Ambasciatore Ahmet Uzumcu ha dichiarato in un’intervista ‘Ansa’, che vi sarebbe la possibilità di un attacco terroristico non convenzionale sul suolo europeo.

Attacco che, come si legge nel report di Marco Serale dell’Istituto Alpha di geopolitica ed intelligence ‘L’impiego di sostanze chimiche nella moderna strategia terroristica’, prevedrebbe l’utilizzo di sostanze così dette NCBR, o meglio, nucleari, chimiche, batteriologiche e radiologiche.
Quanto è fondato il rischio, quale la probabilità che eventi del genere possano accadere?

Secondo Marco Lombardi, professore associato presso l’Università di Lettere e Filosofia di Milano, presso il dipartimento di sociologia, esperto in terrorismo, sicurezza e gestione delle emergenze “le armi chimiche sono armi che utilizzano sostanze nucleari, batteriologiche, chimiche e radiologiche, armi di distruzione di massa che non sono assolutamente facili da maneggiare, né nella loro costruzione, né nella gestione, né in fase di attacco. E’ una minaccia che è presente, ma con un grado di possibilità di verificarsi molto basso”. Si tratterebbe quindi, per la grande difficoltà di gestione di tali sostanze, di eventi difficilmente verificabili, ma qualora si verificassero darebbero vita a scenari al quanto inquietanti. “E’ molto difficile che possa accadere, sostiene Lombardi, pressoché impossibile, ma qualora capitasse sarebbe devastante, da qui l’importanza di continuare a monitorare questi aspetti”.

Sulla stessa linea di pensiero un altro esperto del panorama internazionale, Lorenzo Vidino, direttore del programma di estremismo alla Washington University della Pennsylvania (USA) che sostiene che da diversi anni si parla di bioterrorismo, “della possibilità di attacchi compiuti con agenti biologici, chimici che gruppi terroristici userebbero per uccidere e per costruire attentati”.  Vidino, esperto in sicurezza, terrorismo e violenza politica in Europa, ha aggiunto che “da quasi quindici anni si parla di attacchi con l’utilizzo di armi chimiche, ma anche se Al Qaeda le aveva già utilizzate venti anni fa e anche se lo Stato Islamico e diversi gruppi hanno dimostrato interesse, se i terroristi avessero queste potenzialità, le avrebbero già utilizzate, senza grossi freni inibitori”.

Un attacco, quindi, ritenuto molto improbabile, ma non impossibile.
Lombardi lo ha posto tra le varie modalità di  attacco a livello più basso come probabilità, ma con un potenziale di impatto molto alto. “E’ da tanto tempo che i terroristi cercano di utilizzare il materiale chimico, già nel 2003, durante la guerra in Iraq ad Halabja, una piccola cittadina curdo-irachena, al confine tra Iraq e Iran nel nord, ci furono oltre diecimila morti in un attacco chimico con l’uso di gas dell’Iran contro i curdi”. Questa cittadina, divenuta famosa per questo episodio, fa parte di un’area che, tra il 2002 e il 2003, anni del terrorismo jihadista, è stata la base del movimento terroristico Sheralizam, uno dei gruppi più interessati all’utilizzo di sostanze bio-chimiche altamente tossiche, e che fece molto riferimento, per conoscenze  e in termini di persone utilizzate, al vecchio regime di Saddam Hussein. In diverse loro pubblicazioni anche recenti, sostiene Lombardi, “continua ad essere presente questo tentativo di utilizzare prodotti chimici per inquinare, avvelenare e via dicendo. Tuttora questo gruppo è attivo con Daesh, che spia con i suoi laboratori e cerca di riprodurre armi chimiche.

Anche dal punto di vista di un esperto militare, l’utilizzo di armi chimiche è molto improbabile. Francesco Tosato, analista militare senior del Ce.Si. (Centro Studi Internazionali), ci ha spiegato che “per sintetizzare delle armi chimiche di livello militare, serve una struttura che il più delle volte è al di fuori della portata dei gruppi terroristici. Oltre alle tematiche importanti che riguardano i mezzi di dispersione delle armi chimiche, per ottenere un risultato con queste sostanze si utilizza l’artiglieria e l’aeronautica. Serve un coefficiente di concentrazione dell’arma in un determinato spazio difficile da raggiungere per chi non è in possesso di un armamento adatto allo scopo”.

Secondo Lombardi le dichiarazioni rilasciate dal Presidente dell’OPWC introdurrebbero un nuovo rischio: i gruppi terroristici potrebbero aggirare il problema della diffusione e della gestione delle sostanze NCBR utilizzando le sostanze chimiche come il cianuro, più facile da reperire, contaminando la catena alimentare. Lo scenario che ci descrive il professore della Cattolica si è già verificato quando, negli anni ’90, in Italia qualcuno avvelenò nei supermercati degli agrumi. La possibilità di utilizzare veleni diffondibili per via alimentare, afferma Lombardi, “può essere un grande problema. Se inquini la catena alimentare, avvelenando gli yogurt con del cianuro, il primo che lo mangia muore, ma tutti coloro che hanno acquistato lo yogurt per tenerlo in frigo per qualche giorno, immediatamente butterebbero via lo yogurt. Un attacco del genere è funzionale perché distribuisce rapidamente la minaccia, in termini di effetti biologici non ha un impatto rilevante, non mi aspetto un numero rilevante di morti, però, può avere un impatto molto forte sui nostri consumi alimentari, sui nostri consumi in generale, creando un grave danno economico per la Nazione”.   Se pensiamo che l’obiettivo dei terroristi è quello di creare e diffondere il terrore, uno scenario del genere potrebbe verificarsi.

Tosato non condivide invece questa considerazione, ma ritiene che “Il problema di oggi è rappresentato dalla Siria, in quanto era un Paese in possesso di armi chimiche che, dopo l’attacco di Ghuta, che ha causato la morte di tantissimi civili, si è giunti allo smantellamento dell’arsenale del regime di al-Assad. Bisogna capire  se l’arsenale di Assad è stato completamente smantellato. Secondariamente, ma non meno importante, se nel corso di questi ultimi cinque o sei anni di guerra civile, il regime abbia perso il controllo di qualche base in cui dei componenti chimici erano stoccati”.

Risulta improbabile, ad ogni modo, che si possa partire dalla Siria o dall’Iraq, dove i terroristi del Daesh possiedono il know-how necessario per il loro impiego, ed arrivare in Europa con ordigni e sostanze così pericolose.

Ad ogni modo, già dopo gli Attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, le misure di sicurezza internazionali sono state particolarmente rafforzate in tutto l’Occidente. Vidino ricorda che “negli Stati Uniti è stato creato un sistema di intelligence, è stata potenziata la rete di sorveglianza e controlli soprattutto presso porti ed areoporti, con una serie di strumentazioni che dovrebbero intercettare materiale nucleare, la radioattività dei container, e via dicendo. È stato creato un sistema di allarme e diffusa l’allerta a tutti gli ospedali, aziende private e aziende produttrici di materiali pericolosi per la vendita e la cessione di tali materiali, in accordo con le autorità. Queste procedure anche se non se ne è verificata l’efficacia, hanno ottenuto un discreto consenso”.

L’Italia, ammettono Lombardi e Tosato, vantano i migliori esperti sul campo, essendo un Paese a grande tradizione manifatturiera-industriale, e formati al meglio per fronteggiare emergenze di questo tipo, soprattutto dopo l’incidente tecnico nell’industria Icmesa a Seveso (MB), dove si verificò un rilascio di diossina nel terreno. “La diossina può essere eliminata solo se scorticata, togliendo, cioè, il primo strato di terra di 20 cm circa, terra da riporre in barili sigillati, da chiudere in un deposito per i prossimi 500 anni, afferma Lombardi.

Oltre a vantare i maggiori esperti sul panorama internazionale, l’analista Ce.Si. ci ha spiegato anche le notevoli migliorie che sono state introdotte nelle dotazioni e nelle uniformi dei nostri militari, in particolare dei Vigili del fuoco, che sarebbero i primi ad intervenire nell’ambito della difesa civile in caso di scenari del genere. Tosato prova a rassicurare: “Sono stati fatti recentissimi studi che riguardano le nuove attrezzature dei Vigili del Fuoco, che hanno la capacità di analizzare nell’area particelle veramente infinitesimali, agenti nervini, patogeni e di vario tipo e questi mezzi sono stati dati in dotazione a loro che hanno questa competenza nell’ambito della difesa civile; mentre in ambito militare, ovviamente, c’è un attenzione notevole soprattutto verso le forze terrestri che possono essere più soggette ad attacchi chimici sui campi di battaglia; per cui, i soldati italiani dispongono sia di tute NBC, sia di maschere anti gas adeguate allo scopo, guanti e tutto ciò che può essere utile per queste tipologie di operazioni. Poi esiste anche una componente specializzata a livello di reggimento, che è il reggimento NBC dell’Esercito, che, a sua volta, dispone di strumentazioni e mezzi speciali di origine francese che si chiamano ‘vab’ e che sono appositamente attrezzati per questo tipo di operazioni”.

A sentire gli esperti, sembrerebbe di poter tirare un respiro di sollievo, almeno per il momento.

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