sabato, Ottobre 24

Aspettando il G7

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In una Taormina blindata, i Capi di Stato e di Governo dei Paesi economicamente ‘forti’ e i rappresentanti dell’UE nella persona del Presidente del Consiglio Europeo e del Presidente della Commissione, si riuniranno fra 3 giorni per l’incontro di vertice presieduto dall’Italia, incontro che produrrà un comunicato politicamente vincolante per tutti i membri del G7.

I temi in agenda sono diversi e spaziano dalla questione migratoria agli scambi internazionali, dalla sicurezza interna al controllo delle frontiere, dalle nuove economie automatizzate al clima e alla sostenibilità ambientale. In veste di Presidente, l’Italia manterrà alta la centralità geopolitica del Mediterraneo, nel solco di un discorso fondato sui valori comuni e sul rinnovo della fiducia costitutiva che portò, già a metà degli anni Settanta, alla nascita del Vertice. Peraltro, l’attuale politica estera statunitense, le criticità sollevate dalla fuoriuscita dall’Unione della Gran Bretagna e l’esclusione di interlocutori importanti come la Cina e, soprattutto, la Russia sollevano ombre e questioni aperte che oltrepassano l’esito puntuale dell’incontro di venerdì.

Nel tentativo di comprenderne le cause, abbiamo discusso dell’Italia e del suo ruolo come attore della politica estera mondiale con il Prof. Emidio Diodato, esperto in politica internazionale e Presidente del Corso di Laurea in «Relazioni Internazionali e Cooperazione allo Sviluppo» all’Università per Stranieri di Perugia.

Professor Diodato, è possibile tracciare l’evoluzione della politica estera italiana considerando il processo di europeizzazione segnato dal Trattato di Maastricht (durante la transizione alla «Seconda Repubblica») e il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo?

Qualche anno dopo la caduta del Muro, è avviato un processo che modificherà la politica estera e anche interna del Paese. La tappa decisiva in tal senso è segnata dal biennio 1996-1998, quando il Governo Prodi implementa il Trattato di Maastricht (del 1992), sancendo l’ingresso dell’Italia nella moneta unica, quindi accettando il ruolo quasi costituzionale che il Trattato attribuiva alla Banca Centrale Europea. Al contempo, ciò implica l’accettazione della comunitarizzazione degli accordi di Schengen, cioè gli accordi sulla frontiera comune. Ritengo questo biennio fondamentale, in quanto si tratta di due scelte di politica estera.

Da una parte, infatti, troviamo la rinuncia alla sovranità monetaria da parte di un Paese dal forte indebitamento, che ha sempre fatto leva sul debito pubblico per il suo sviluppo e la modernizzazione economica.  Dall’altra, il fatto che l’Italia, una penisola del Mediterraneo, decida di diventare una frontiera europea, in assenza di una politica europea sulle migrazioni. La mia non vuole essere una critica di quelle scelte, ma una presa d’atto della loro rilevanza, nella convinzione che, ancora oggi, gli italiani non le abbiano capite e completamente accettate, al di là dello spirito europeista che comunque è ancora presente nel Paese.

Nello scenario attuale, rispetto agli argomenti che saranno oggetto di dibattito in sede al G7, troviamo in agenda temi molto diversi. La  questione migratoria, la sostenibilità ambientale, sono ambiti decisionali per molti versi distinti e separati. Quali possono essere i rischi di ‘vuoto’? In altri termini, cosa rischia di saltare in un contesto come quello del vertice rispetto all’efficacia di una discussione rivolta a grandi aree tematiche ritenute prioritarie?

Dirò due cose in proposito. Ricollegandomi all’argomento precedente, relativo all’importanza della scelta di Maastricht e Schengen nella politica estera e interna dell’Italia, nel 2013, per quanto concerne il secondo degli aspetti (cioè l’Italia come Paese mediterraneo e frontiera comune di Schengen) l’Italia ha preso una iniziativa di politica estera autonoma rispetto all’Unione Europea, una ‘fuga in avanti‘ operata con la Missione «Mare Nostrum». L’Italia, a un certo punto, non ascoltata dagli altri Paesi europei, ha deciso in maniera unilaterale di intervenire nel Mediterraneo nel tentativo di gestire i flussi migratori, ponendo la questione a livello europeo.

Da allora, la politica estera italiana – soprattutto nel periodo del Governo Renzi – ha cercato di prendere l’iniziativa, un’iniziativa mediterranea ed euro-africana con la proposta all’UE, nell’aprile del 2016, del «Migration Compact», volta a trovare un nesso tra politica estera europea e politiche migratorie (attraverso patti di investimento, cooperazione nel controllo delle frontiere e nuove opportunità di ingresso legale in Europa). Posso ricordare un articolo, apparso il 28 maggio 2015 su «Foreign Affairs», dell’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che in seguito, come Primo Ministro (dopo la caduta del Governo Renzi), ha continuato a perseguire questa linea. Quell’articolo è centrato sul Mediterraneo come ‘pivot’ della Storia, vale a dire come spazio inteso addirittura come perno della politica occidentale. Pertanto, l’Italia ha assunto una chiara iniziativa su queste tematiche.

Non è un caso che – veniamo al secondo aspetto della domanda – , quest’anno, ovvero l’anno di presidenza del G7, l’Italia abbia posto al primo punto delle tre priorità del G7 la gestione dalla mobilità umana, con particolare attenzione a quel che accade nel Mediterraneo e nei rapporti con i Paesi africani. Quindi è fuori dubbio che, dal 2013 al 2017, la politica estera italiana si sia orientata, in modo a mio giudizio positivo, verso il Mediterraneo e verso l’Africa, per certi versi anche forzando l’Unione Europea ad assumersi le sue responsabilità. Questa è una diretta conseguenza della comunitarizzazione degli accordi di Schengen, del fatto che l’Italia sia diventata frontiera europea ed è, se vogliamo, la prova che si tratta di scelte di politica estera, come gli atti appena descritti dimostrano.

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