lunedì, Ottobre 26

Asia e Africa: 50 anni di terrorismo

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Il terrorismo è una delle più grandi minacce alla sicurezza nazionale del ventunesimo secolo. Lo afferma Anthony H. Cordesman del Center for Strategic and International Studies, nel suo ultimo report, ‘Global Trends in Terrorism: 1970-2016’. I dati raccolti (con l’ausilio dei database START e IHS Jane) ed analizzati non riguardano soltanto l’Europa, ma anche le altre regioni del globo, tra cui Asia e Africa.

Come mostrato nello studio, Medio Oriente e Nord Africa rappresentano attualmente, il centro dell’attività terroristica; a seguire, solo l’Africa sub-Sahariana. In quanto tale, sono anche i territori con la maggiore presenza statunitense finalizzata alla lotta al terrorismo. Il sorgere dell’ISIS e, poi, la sua espansione, hanno certamente influenzato le statistiche prese in analisi da Cordesman. I database, pur se diversi tra loro, hanno registrato, infatti, un innalzamento dei livelli di violenza nell’area mediorientale ed una certa metodica nei tipi di attacchi: esplosioni (di veicoli, soprattutto) ed attacchi suicidi. I dati mostrano parallelamente anche gli effetti delle lotte al terrorismo; l’Algeria, ad esempio, dimostra che «simili guerre possono essere vinte». Ma con determinati requisiti. In Libia, infatti, i dati non sono ugualmente così rassicuranti nel riflettere la situazione posteriore alla rivoluzione. Come si legge nel report, il problema è legato probabilmente al fatto che, in alcuni Paesi, come Afghanistan, Egitto, Iraq, Nigeria, Siria, Somalia, Sudan e Yemen, non è affatto semplice riuscire a separare l’attività terroristica dall’insurrezione.

L’Africa sub-Sahariana, citata ugualmente nel report, presenta un grosso problema nella stima del terrorismo. Secondo alcuni dati, molti Paesi come Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Somalia, registrano un considerevole numero di episodi ma anche delle mancanze. Ad esempio, ogni attacco (2.697 tra il 2011 ed il 2016), viene collegato ad un singolo responsabile,  Al Shabaab, e ad una singola area, la Somalia, ignorando completamente gli episodi perpetrati dallo stesso gruppo terroristico in Kenya.

Emergono, comunque, altre caratteristiche: sono gli estremisti islamici ad avere il dominio del terrore nell’Africa occidentale ed orientale, ma ad avere un ruolo in tutto ciò, anche le tribù ed i piccoli gruppi regionali. Come scrive Cordesman, «la stabilità, e per contro, il livello del terrorismo, dipendono molto dalla qualità della governance, dall’unità e dal supporto popolare», il che spiega le differenze tra Stati territorialmente vicini, ma, in realtà molto ‘lontani’. Un caso emblematico è quello del Congo, dove il terrorismo è strettamente connesso alla carente gestione governativa e alle differenze regionali e tribali al suo interno che hanno prodotto l’instabilità che dura da più di 50 anni. Il terrorismo, invece, tocca bassi livelli in Sud Africa.

Le contraddizioni risultanti dai dati sub-Sahariani, però, confondono le acque. Secondo il database IHS, gli episodi del terrore sarebbero meno di quanti ne registra il database START. Ad esempio, il primo registra in Somalia 471 attacchi nel 2016 contro i 509 dell’altro; in Nigeria i numeri differiscono ancora di più, con 226 attacchi sempre nel 2016 e 531 secondo lo START. Questo dimostra quanto sia difficile per ogni organizzazione estera stimare il terrorismo lì dove vi sono grosse carenze nelle risorse e nell’accesso ai dati governativi ed una varietà nel riportare e definire il fenomeno dovuta anche al controllo che il Governo ha dei media.

Altra area presa in analisi, è quella dell’Asia. Nella parte meridionale del continente, è l’India ad essere il Paese con il più alto tasso di attività terroristica ma anche qui occorre precisare che i dati non sono così precisi. Infatti, non vi sono distinzioni tra i vari episodi di matrice religiosa o etnica, lì dove proprio il fattore ‘religione’ è un elemento chiave, come sottolinea Cordesman. Questa carenza non può che diventare un problema se le fonti disponibili riportano soltanto armi e obiettivi usati, ignorando alcuni fondamentali fattori di traino. Anche il Bangladesh ed il Nepal hanno alti livelli di terrorismo ma anche per questi territori, i due database riportano dati differenti. Inoltre, lo START non menziona affatto né il Pakistan, né i suoi gruppi terroristici ma evidenzia altre cose, come il fatto che, nonostante l’India sia tra i Paesi con il maggior numero di attacchi simili nel 2016, il tasso di mortalità degli stessi rimane relativamente basso rispetto ad altre simili realtà; 0.4 morti totali per ogni attacco, contro le 2.4 nel resto del mondo. Circa il 73% degli episodi terroristici in India, inoltre, non sono stati letali. Il numero dei terroristi uccisi è diminuito del 20% nel 2016, mentre il totale delle persone rapite e prese in ostaggio è aumentato nettamente nel 2015 ma sceso dopo un anno da 866 a 317.

Più della metà degli attacchi, secondo i dati del 2015avvengono negli Stati di Jammu e Kashmir (19%), Chhattisgarh (18%), Manipur (12%), e Jharkhand (10%). Nel 2016, però, nei primi due Stati c’è stato un aumento impressionante (+93%). Tra le modalità usate dai terroristi, in India prevalgono le esplosioni (47%) e gli attacchi armati (18%), ma il dato più rilevante è quello relativo ai rapimenti: il 15% di tutti gli episodi li comprende, rispetto al 10% nel resto del mondo. Stessa cosa per gli attacchi nelle strutture pubbliche, il 12% rispetto al 6% altrove. Altro elemento che rende difficoltoso riportare correttamente i dati indiani, è l’eterogeneità delle cellule del terrore ivi presenti: ben 52 gruppi attivi. Cordesman evidenzia che il 65% degli attacchi sono da attribuirsi comunque ai maoisti indiani, non identificabili all’interno di un’organizzazione specifica.

In Cina e nell’Asia centrale, invece, i dati sembrano focalizzarsi solamente su una piccola selezione di episodi violenti. Anche qui, stesse discrepanze tra database e stesse carenze sui livelli di certezza e comparabilità con altri territori. I database, come quello dello START, devono basarsi su quanto riportano i media ed in un Paese come la Cina dove la censura arriva a livelli altissimi, è davvero difficile fare un lavoro completo. Ma proprio in Cina, l’alto apparato di sicurezza sembra capace di mantenere basso il livello degli attacchi anche se stiamo parlando di un Paese enorme. E’ interessante citare come la definizione di terrorismo differisca moltissimo tra Cina e USA, scrive Cordesman; lo si nota ad esempio per alcuni gruppi degli uiguri.

Altre zone prese in esame dal testo di Cordesman, sono l’Asia orientale, meridionale e l’Oceania; la caratteristica più interessante è che anche tra zone confinanti, vi sono notevoli differenze. Ad esempio, i dati dello START relativi all’Asia, mostrano che la Cina, il Giappone, la Corea del Nord e la Corea del Sud hanno tutti bassi tassi di terrorismo, ma che Cina e Giappone spiccano rispetto alla penisola coreana. La cosa è «sorprendente», afferma Cordesman. Differentemente, i dati dell’Asia meridionale e in particolare di Cambogia, Indonesia, Malesia, Myanmar, Tailandia e Vietnam, evidenziano che la Tailandia rappresenta il centro dell’attività terroristica del sud, mentre i gruppi terroristici di Myanmar e Indonesia, ugualmente attivi, mantengono comunque un basso profilo.

Ma ancora una volta i dati mancano di precisione e non rispecchiano al meglio la realtà, non considerando il fattore politico, ad esempio, in Tailandia e le minoranze musulmane nel sud. Un altro esempio è il Myanmar dove della minoranza tribale Rohingya e dei vari gruppi violenti dell’est, non c’è traccia. Anche i dati relativi all’Indonesia non riportano il fattore tribale, etnico e religioso che, invece, ha sembra essere il nesso che porta all’espansione dell’estremismo islamico.

Alti tassi di terrorismo si registrano anche nelle Filippine. I dati START tra il 2015 ed il 2016 mostrano un tasso di violenza particolarmente consistente. Il numero di attacchi è inizialmente sceso del 2% (da 490 nel 2015 a 482 nel 2016) per poi salire del 5% nel 2016 (da 260 nel 2015 a 272). Come in India, la mortalità di tali episodi è bassa rispetto al trend mondiale (0.6 morti per ogni attacco), gli obiettivi sono spesso esponenti politici e ugualmente alta è la percentuale degli attacchi non andati a buon fine (il 76%). La percentuale di sequestri e ostaggi è cresciuta del 70%, da 127 nel 2015 a 216 nel 2016. In più della metà degli attacchi nelle Filippine non si è identificato il responsabile, mentre nei restanti casi è emerso che il 20% degli attacchi è stato organizzato dall’ASG, il 13% dal ‘Bangsamoro Islamic Freedom Movement’ ed il 6% dall’ISIS o da gruppi connessi. Altro trend interessante che riguarda tale Stato è la metodologia negli attacchi: gli esplosivi sono usati solamente nel 33% dei casi, una percentuale bassa rispetto al resto del mondo. Gli omicidi, invece, sono tantissimi rispetto alle altre aree del globo (29% contro 7%) e riguardano per l’81% dei casi esponenti politici.

Poco si dice, invece, sull’Oceania dove i dati sul livello di terrorismo appaiono così bassi da essere trascurabili.

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