giovedì, Ottobre 22

Asia centrale, jihadisti: pedina sfruttata da governi locali e Cremlino L’Asia centrale e il pericolo del diffondersi del jihadismo. Ne parliamo con Fabio Indeo, Asia analyst al NATO Defense College Foundation e Frank Maracchione, ricercatore dell’Università di Bologna e contributore per l’ISPI

0

A partire dal 2016, parallelamente a l’intensificarsi degli attentati dello Stato Islamico in Europa, con gli attacchi a Parigi e Bruxelles, diverse azioni terroristiche hanno visto il coinvolgimento di jihadisti provenienti dall’Asia centrale. Il 31 ottobre del 2016 l’attentatore dei ciclisti a Manhattan Sayfullo Saipov aveva passaporto uzbeko. Il 2017, invece, si era aperto con l’attentato dell’uzbeko Abdulkadir Masharipov al night club Reina di Istanbul, dove avevano perso la vita 39 persone. Il 7 aprile dello stesso anno a Stoccolma, un altro uzbeko, Rakhmat Akilov si era reso protagonista di un attacco con il proprio automezzo contro dei passanti.

Un filo conduttore che ha convogliato l’interesse mediatico verso l’Asia centrale come terreno fertile per l’espansione ed il reclutamento jihadista. Sarebbero 4.000 i foreign fighters centro asiatici che dal 2012 al 2016 sono arrivati in Siria ed Iraq per combattere tra le fila dello Stato Islamico e di Jabhat al-Nusra, l’ala armata di Al-Qaeda nel conflitto siriano.

I motivi per cui l’Asia centrale si è mostrata fino ad ora ‘hub’ per il reclutamento jihadista sono vari e molteplici. La forte componente religiosa musulmana è uno dei primi, è una fede che, tuttavia, è stata sostanzialmente congelata nel periodo sovietico. L’URSS, per mantenere il controllo del territorio, ha cercato di reprimere tutte quelle istanze di manifestazione religiose che però restavano sostanzialmente vive, soprattutto nelle aree rurali. Come ci conferma Fabio Indeo, Asia analyst al NATO Defense College Foundation.

I cinque Stati sovrani nati dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, ovvero Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan e Kazakistan, hanno portato avanti politiche ancora più repressive nei confronti di un’espressione libera della religione, in Stati dove inoltre il multipartitismo era, ed è,  soltanto formale. Inoltre, con la fine della Guerra Fredda, le nuove leadership delle Repubbliche centro asiatiche non hanno portato un vero cambiamento, “sono persistiti problemi di sottosviluppo, disoccupazione, problemi che rendono un Paese più permeabile al radicalismo in sostanza”, dichiara Frank Maracchione, ricercatore dell’Università di Bologna e collaboratore ISPI.

Un malcontento politico, il cui principale canale di sfogo era diventato obbligatoriamente quello religioso. ”Il capillare controllo sociale e securitario posto in essere dalle polizie dei singoli Stati ha impedito l’esplosione di grossi gruppi islamico radicali nel territorio, ad eccezione del Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Di conseguenza, quando vi è stata la possibilità, hanno visto nei successi dello Stato Islamico una sorta di brand che poteva rafforzare internamente le istanze islamico radicale, e allo stesso tempo, essere una sorta di palestra per questi foreign fighters che poi tornavano in patria per cercare di portare avanti le loro richieste”, commenta Indeo.

La minaccia del ritorno dei foreign fighters dal Siraq in Asia centrale è stata più volte sollevata come pericolo per la stabilità delle Repubbliche ex-sovietiche, soprattutto a seguito degli attentati che negli ultimi anni hanno coinvolto jihadisti provenienti dalla regione centro asiatica. Tuttavia, tale preoccupazione potrebbe essere stata ingigantita più del dovuto. “Molto spesso, non che non esista la minaccia dell’islamismo radicale in Asia centrale, tale minaccia viene alimentata ad arte dai Governi”, commenta Indeo, “soprattutto agli occhi degli occidentali e in particolare dopo il 2001 se, come ha fatto Islom Kharimov in Uzbekistan, mi pongo come baluardo verso l’Occidente di fronte alla deriva dell’islamismo radicale ottenendo supporto politico, armi, cooperazione militare, all’interno del Paese posso sfruttare questa preoccupazione per avere un controllo capillare da un punto di vista sociale e per reprimere movimenti d’opposizione.

Una paura rivolta al diffondersi del jihadismo centro-asiatico che non riguarda solo l’Occidente, ma che è stata sfruttata anche dalla Russia che nella regione, insieme alla Cina, costituisce  una tra le potenze più influenti in chiave politico-economica. Come spiegatoci da Indeo, Uzbekistan e Turkmenistan, confinanti con l’Afghanistan, non aderiscono al Trattato di Sicurezza Collettiva, ovvero un’organizzazione di cooperazione regionale securitaria guidata da Mosca. “La Russia continua a far pressione sui governanti affinché entrino  a farne parte, garantendo loro protezione e sicurezza dalla minaccia islamico radicale”, commenta Indeo. Una mossa che ancora non sembra convincere i Governi di Tashkent e Ashgabat, memori del passato sovietico: “vogliono condurre una politica indipendente da Mosca dal punto di vista della sicurezza regionale, e quindi la Russia continua a spingere con minacce, dichiarando che i militanti islamici nella regione sarebbero più di 5000 a cui vanno sommati i Talebani e al-Qaeda; un modo insomma per cercare di sensibilizzare questi Governi locali ad aderire ad un’organizzazione che non ha soltanto fini securitari, ma anche di tipo geopolitico”.

Ed è proprio la Russia ad aver aiutato, indirettamente, il radicalizzarsi di questi gruppi. Le migrazioni dai Paesi più poveri dell’Asia centrale, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, verso Kazakistan ed in particolare la Russia dove, “sradicati, oppressi dalla popolazione locale, sfruttati economicamente, vittime di xenofobia, questi migranti hanno visto ancora una volta nell’appartenenza religiosa un rifugio, venendo quindi facilmente reclutati”, afferma Indeo. Ma la posizione della Russia a riguardo del terrorismo in Asia centrale rimane ambigua. Nonostante il mantra dell’intervento in Siria sia spesso alimentato dalla necessità di evitare il diffondersi di gruppi islamico radicali dentro i suoi confini, “Mosca non si oppone ai talebani in Afghanistan in modo tale che questi, destabilizzando la regione, e rappresentando una minaccia per le regioni confinanti, possano spingere questi Paesi asiatici verso la Russia in termini di cooperazione militare”, dichiara Indeo. Una Russia che, insieme alla Cina, sembra usare il terrorismo per far avanzare interessi personali, come ci racconta Maracchione, “per esempio la SCO, la Shanghai Cooperation Organization, dal 2005 porta avanti peace mission, esercitazioni in funzione anti-terrorismo comuni a tutti gli Stati che, in realtà, risultano essere operazioni anti-insurrezione”.

Un pericolo jihadista esistente, la cui gravità e capacità di destabilizzazione dell’area non sembra essere rispecchiata dalla realtà dei fatti, offuscata dalla propaganda politica delle grandi potenze dell’area. “Ad eccezione del MUI, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan,  e del Jamaat Ansarullah in Tagikistan, gran parte di questi gruppi non hanno una forza tale da poter rovesciare un Governo costituito. Molto spesso la loro forza viene accresciuta ad arte dai governanti proprio per enfatizzare la minaccia ed avere supporto esterno”, afferma Indeo. “Molti di questi gruppi non sono neanche fisicamente in Asia centrale, a causa della forte repressione dei Governi”, commenta Maracchione. Ad oggi, dunque, o almeno fino al 2015, è il MIU ad aver rappresentato il gruppo più forte. Formatosi verso il 1997-98, ci racconta Indeo, aveva due grosse personalità, quelle più riconosciute dell’Islam radicale in Asia centrale, Juma Namangani e Tohir Yo’Idosh. Avevano origine nella Valle del Fergana, ovvero quell’area condivisa tra Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan che prima non esisteva, ma che è nata con la creazione delle Repubbliche indipendenti. “È un’area densamente popolata, è la culla dell’islam radicale. I conflitti sorti in quest’area sono legati al possesso dell’acqua e al controllo della terra, perché essendo sovrappopolato vi sono conflittualità tra le diverse popolazioni per accaparrarsi queste risorse”. Inoltre, Il passaggio nel 2001 con al-Qaeda ha permesso al MUI di beneficiare di un canale di armi, economico e di un supporto logistico notevole.

Ad oggi, però, sembra che la più importante organizzazione jihadista dell’Asia centrale sia stata decimata, a riprova, forse, di quanto il pericolo jihadista benchè esistente abbia delle forme assai ridotte. “In effetti oggi si dibatte sull’effettiva esistenza del MUI. Nel 2015, la sua adesione allo Stato Islamico,  lo mette in seria difficoltà nelle relazioni con i Talebani ed al-Qaeda che rappresentano in realtà la visione più tipica del jihadismo centro asiatico”, commenta Maracchione. “Ad oggi si legge che sarebbe possibile che il MUI sia stato ridotto a poche persone, proprio a causa di questi scontri interni che avrebbero decimato le sue file. Si dice che la maggioranza dei cittadini uzbeki in Siria siano per l’80% con al-Qaeda e quindi combattano con Jabhat al-Nusra, e che afferiscano anche ad altre due organizzazioni il Katibat Tawhid wal Jihad (KTJ) e Imam Buhari Brigade (IBB) e che quindi il MUI non sia più l’organizzazione focale dell’Asia centrale”.

Anche riguardo a recenti esplosioni di violenze legate a Jund al-Khilafa in Kazakistan rimangono molti punti interrogativi, come confermato da Indeo, il quale afferma che se da una parte queste attività sono giustificate dalla mancata redistribuzione delle ricchezze con l’adesione di alcuni kazaki all’Islam radicale, dall’altra la questione sembra molto strumentale. “Se in Uzbekistan e Tagikistan”, continua Indeo, “vi è una tradizione lunghissima di cultura islamica, di approfondimento dei testi islamici e di adesione ai principi originali dell’islam, è un pò difficile vedere questo in Kazakistan. Non vi è un attaccamento alla religione pari alle aree rurali uzbeke e tajike.

L’uso dell’Islam radicale, anche in regioni come l’Asia centrale, nonostante l’effettiva presenza sia passata che presente di diversi gruppi jihadisti che hanno condotto diversi attentati, sembra essere diventato lo strumento più facile per i Governi locali per far avanzare pretese di politica interne e per le potenze vicine per esercitare influenza sulla regione. “La discriminante quando si parla di jihadismo in Asia centrale, nonostante la minaccia terroristica eista, dipende sempre come questa venga strumentalizzata e manipolata per ottenere un risultato differente da un punto di vista politico. È facile parlare di rivolte islamiche, se non hai la possibilità di convogliare il tuo dissenso da un punto di vista politico, ed è chiaro che una persona che si ribella contro il sistema la puoi far passare come un terrorista islamico”, conclude Indeo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore