giovedì, Ottobre 29

Artur Mas e la terra di nessuno image

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Mancherebbero meno di 50 giorni al prossimo referendum che potrebbe sancire l’indipendenza della Catalunya. Mancherebbero, appunto, perché la partita di scacchi tra Barcellona e Madrid continua: la partita non si sblocca, tra Artur Mas, il Presidente della Generalitat catalana, tutto proteso all’attacco e Mariano Rajoy, il Primo Ministro spagnolo, sulla difensiva. Si scontrano due legittimità: da una parte la Catalunya, che fa leva sul principio di autodeterminazione dei popoli. Dall’altra la Spagna, o meglio il resto della Spagna, che invece sostiene che bisogna rispettare la Costituzione. E la Costituzione spagnola lo dice chiaramente: la Spagna è una, e indivisibile.

Mancherebbero meno di 50 giorni a un referendum che per ora è  frutto solo di un accordo politico e non un fatto giuridico e vincolante. La data c’è, da un anno, negoziata tra i nazionalisti di destra, centro e sinistra che popolano il Parlament (meno di un Parlamento ma più, decisamente, di un Consiglio Regionale) ma mancava la potestà: in altre parole, secondo le leggi vigenti, la Generalitat catalana non poteva indire un referendum su una questione che interessava l’integrità territoriale spagnola. Ora quella legge c’è, e si chiama ‘Llei de consultes’: votata lo scorso 19 Settembre dall’80% del Parlament catalano. A questo punto, è questione di ore o di giorni, questo ancora non si sa, Artur Mas firmerà ufficialmente il decreto di indizione del referendum, previsto per domenica 9 Novembre. Il Governo spagnolo si riunirà immediatamente e farà ricorso al Tribunal Constitucional, che sospenderà subito in maniera cautelare la legge stessa. Referendum, quindi, compreso.

A quel punto, quello che succederà poi, è difficilmente prevedibile. Mas ha sempre sostenuto che il referendum sarà convocato solo legalmente: cosa che esclude la “disobbedienza civile” richiesta dal suo socio di maggioranza, il leader di Esquerra Republicana (ERC) Oriol Junqueras, che andrebbe avanti comunque, anche senza il permesso del governo centrale. Ma lo stesso Mas ha anche detto che nel caso in cui il referendum saltasse – e vista la posizione di Madrid ciò è molto probabile – lo sbocco naturale sono le elezioni anticipate per il nuovo Parlament. Elezioni definite da più parti, “plebiscitarie“, con la possibile unione in una lista sola di tutte le forze indipendentiste. Lista che se prendesse la maggioranza potrebbe – il condizionale è d’obbligo, ma pare proprio che l’ipotesi sia plausibile – dichiarare l’indipendenza unilateralmente. E anche quello che succedere da lì in poi è un’incognita molto forte.

Chi rischia più di tutti, in questo complicato gioco di specchi in cui volontà politica e rispetto della legalità si confondono e si scontrano, fino ad annullarsi, è senz’altro Artur Mas. 58 anni, Presidente della Generalitat da 4, si è convertito – anche se non apertamente – all’indipendentismo sostanzialmente solo da 2. Arrivato nel 2010 a Plaça Sant Jaume, la sede del governo regionale, sull’onda di una vittoria schiacciante che privava Convergéncia i Uniò (CiU, il suo partito) per pochissimi seggi della maggioranza assoluta ma gli permetteva di governare in sostanziale solitudine, ha passato i primi due anni della sua amministrazione – i più duri della crisi spagnola, tra lo scoppio dell’immobiliare e la disoccupazione a livelli altissimi – a tagliare voci di bilancio secondo la sua ideologia di centrodestra liberista, soprattutto nel settore pubblico, nella scuola, nella sanità.

Passano ventiquattro mesi e Mas si trova a un bivio: da una parte ha altri due anni di governo che si preannunciano lunghi e complessi, e in cui l’effetto dei tagli potrebbe alla lunga tagliare i rami del suo consenso. Dall’altra, può diventare la guida del processo indipendentista – chiamato ‘soberanista‘ con un eufemismo – catalano e guadagnarsi i galloni di padre della patria. La manifestazione dell’11 Settembre 2012, partecipatissima, e il fallimento delle trattative con Rajoy alla ricerca di un nuovo “patto fiscale”  lo spingono verso questa seconda strada.

Convoca elezioni per il Novembre 2012, alle quali si presenta con una piattaforma ambigua: né centralista né apertamente indipendentista. “Soberanista”, appunto. I manifesti di campagna elettorale che lo ritraggono, sotto lo slogan “La volontà di un popolo“, lo mostrano con le braccia aperte e lo sguardo rivolto verso l’orizzonte. La posa è vagamente messianica, e del Mas tecnocrate di basso profilo degli inizi della sua carriera non è rimasto più niente.

Ma sbaglia i calcoli: perde 12 seggi e sulla base della svolta catalanista, CiU, che ideologicamente è  piuttosto affine ai popolari, è costretta ad allearsi con Esquerra Republicana, una forza di sinistra con elementi di radicalismo al suo interno. Si dice che la notte delle elezioni Mas sia stato duramente processato dal suo stesso partito e che sia stato sul punto di lasciare la politica. Ma il treno è già lanciato a tutta velocità e CiU, che mai era stata indipendentista, fa suo il cavallo di battaglia del nuovo Stato catalano. Sono anni di navigazione a vista, in cui il dibattito pubblico è interamente occupato dalla questione identitaria: d’altronde, l’eterogeneità della maggioranza di governo – che va dalla destra liberista passando per il centro democristiano e arrivando fino alla sinistra radicale – non permette certo a Mas di portare a termine riforme economiche ambiziose, o di concentrarsi su aspetti diversi.

Il resto è storia recente: l’accordo politico di fine 2013 per un referendum da svolgere un anno dopo, una nuova manifestazione lo scorso 11 Settembre – che in Catalunya è la Diada, il giorno di festa “nazionale”, il ricordo della sconfitta patita dagli Asburgo, tra le cui fila i catalani militavano, contro i Borbone nel corso della Guerra di Successione Spagnola – in cui quasi 2 milioni di persone reclamano il “diritto a decidere” e a votare il 9 Novembre. E tutto quello che abbiamo raccontato all’inizio di questo pezzo.

Artur Mas si trova quindi a guidare, forse suo malgrado, un processo che nella società catalana è talmente forte da radicalizzarsi, sempre pacificamente certo, ogni giorno di più. Non può più tornare indietro, pena l’ignominia. Se lascia, ammette la sconfitta e la delusione che si farebbe strada nel  movimento catalanista potrebbe essere foriera di grossi problemi. Se va avanti senza preoccuparsi della legge e della Costituzione si avventura invece su un piano inclinato del quale non si può, ora come ora, immaginare il punto finale.

I dolori di Mas, inoltre, sono anche altri. Il suo mentore, Jordi Pujol, il fondatore di CiU, l’uomo che fu per 23 anni, dal 1980 al 2003, Presidente della Generalitat e indiscusso dominus della politica di Barcellona, ha ammesso circa due mesi fa di avere decine di milioni di euro all’estero, in paradisi fiscali come Andorra, frutto secondo lui di un’eredità mai dichiarata. I suoi accusatori, come l’ex compagna di suo figlio Jordi Pujol Ferrusola, anch’egli indagato, sostengono si tratti in realtà di proventi illeciti dati da un complesso sistema di tangenti architettato nei 23 anni di potere. Pujol ha già perso tutte i riconoscimenti – anche accessori – derivati dal suo essere ex Presidente della Generalitat. Il 26 Settembre risponderà in Parlament delle accuse – che in quella sede saranno soprattutto politiche – che gli vengono mosse, nel corso di una deposizione che rischia di terremotare la politica catalana nel suo insieme.

Mas non è direttamente coinvolto, ma è un duro colpo per un movimento come quello catalanista che per decenni ha fondato le sue rivendicazioni sul lemma “Madrid ens roba” (“Madrid ci deruba”), e che vede colui che fino a un paio di mesi fa era considerato un padre della patria spogliato di ogni onore e costretto a difendersi da accuse infamanti.

Il Presidente della Generalitat è nel momento più difficile e decisivo della sua lunga carriera politica. Certo, è riuscito a trasformare anche il referendum scozzese, i cui risultati non sono stati evidentemente accolti bene a Barcellona, in un argomento a favore della sua posizione: non bisogna aver paura del voto, ha detto rivolgendosi a Madrid, a Edimburgo hanno votato e il mondo non è finito il 18 Settembre. Ma certo, se a Edinburgo si fossero espressi diversamente e avessero deciso di separarsi da Londra, il movimento catalanista avrebbe preso molta più forza, non solo in Spagna ma anche a Bruxelles.

I socialisti del neoleader Pedro Sànchez, che chiede a Mas “ragionevolezza” e a Rajoy “coraggio”, stanno alla finestra: hanno pronta una proposta di riforma federale dello Stato, che dalle parti della Moncloa, la sede del governo spagnolo, non pare tuttavia essere all’ordine del giorno. Così come Felipe VI, Re da 3 mesi, si sta spendendo dietro le quinte e discretamente, per ricomporre il puzzle, ma senza dichiarazioni roboanti né prese di posizione pubbliche.

I pontieri sono all’opera, ma il punto è un altro: al momento attuale,  che sia Mas che Rajoy hanno contribuito a creare, i mattoni sono sempre meno e la costruzione del ponte, quando anche avvenisse, rischia di essere poco stabile e assai provvisoria. I giorni che mancano al possibile referendum sono meno di 50. Almeno la metà di questi, dalla pronuncia del Tribunal Constitucional in poi, sono ad oggi terra di nessuno. 

 

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