venerdì, Maggio 24

Artemisia Gentileschi colpisce ancora C’è il suo autoritratto nel volto di S.Caterina, l’Opificio delle pietre dure svela i ‘segreti’ del dipinto, che ritorna agli Uffizi nella sala del Caravaggio

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In occasione dell’ 8 marzo, Festa della donna, la figura di Artemisia Gentileschi, una delle più celebri pittrici della storia dell’arte, divenuta simbolo della lotta contro la violenza sulle donne, torna immancabilmente sulla scena politica e sociale. Nonché artistica.  Agli Uffizi i suoi dipinti, collocati nella Sala del Caravaggio, sono sia pure di rimbalzo, tra i più ammirati, il suo nome è costantemente evocato per il ruolo simbolico assunto negli anni più recenti, ma anche le sue elevate qualità artistiche vengono sempre più riconosciute, e la letteratura si arricchisce di pubblicazioni e ricerche sulla sua personalità e anche sul suo personaggio. Ebbene, l’Opificio delle Pietre Dure e la Galleria degli Uffizi non hanno atteso quel fatidico giorno, l’8 marzo,  per riportare in primo piano la sua personalità di artista, il suo modo di far pittura, il suo carattere di donna capace di cambiare idea nella preparazione di un dipinto, per portare alla luce quelli che definiscono i suoi ‘segreti’. Quali segreti sono stati scoperti? E quali le implicazioni?

Il più importante consiste nel fatto che il dipinto raffigurante Santa Caterina d’Alessandria di proprietà delle Gallerie degli Uffizi, potrebbe essere un mash up tra l’autoritratto della celebre pittrice ed il ritratto di Caterina, figlia del Granduca Ferdinando de’ Medici, realizzato dalla Gentileschi  durante la sua permanenza alla corte dei signori toscani. La nuova ipotesi emerge dalle analisi, da poco terminate, effettuate sul dipinto dagli specialisti dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e, in particolare  dalle indagini condotte da  una giovane studiosa palermitana, Maria Luisa Reginella,  new entry nel celebre Opificio e postasi all’attenzione della comunità scientifica e  museale fiorentina e nazionale al suo esordio. A lei chiedo:   la scoperta è casuale o frutto di  un intervento mirato? «Quelle che vengono condotte»risponde – «dall’Opificio delle Pietre Dure, sono indagini di routine,  sulle opere che l’ente che le gestisce ritiene di sottoporre a esame, per conoscerne meglio la genesi. E quindi come ha operato l’artista. Le tecniche d’indagine sono molteplici e non invasive (raggi ultravioletti, infrarossi e X) che consentono una lettura chiara del sottostrato. Le indagini sono durate circa un mese ed hanno portato alla rivelazione della laboriosa genesi di questo dipinto dell’artista romana. Ebbene, lo studio» – condotto insieme a Roberto Bellucci e con  la supervisione di Cecilia Frosinini –  «ha mostrato che sotto la superficie dell’opera esiste una versione preesistente della Santa Caterina, senza corona e con un turbante, con  il volto più rivolto verso l’osservatore, anziché di tre quarti e con lo sguardo rivolto verso l’alto, in contemplazione, come appare nel dipinto finito».

Dunque, un dipinto sopra un altro, abbastanza diversi nelle intenzioni dell’artista. Ma sentiamo ancora l’autrice della scoperta: «dall’indagine condotta  emerge anche una iniziale posizione diversa della mano sinistra della santa, poi cambiata dalla Gentileschi, un velo sulla scollatura dell’abito (dotato di una sorta di colletto che in un primo momento aveva fatto pensare ad una veste maschile, idea successivamente accantonata) ed un misterioso piccolo volto in corrispondenza della parte a sinistra del viso di Santa Caterina, del tutto decontestualizzato rispetto all’opera finita o alla sua precedente versione». Che interpretazione dare a queste ‘presenze’ poi scomparse nel dipinto definitivo? «E’  ipotizzabile  che fosse un abbozzo iniziale di un’opera del tutto diversa, poi abbandonato. Artemisia evidentemente riutilizzò questa tela iniziata, come del resto molti artisti del periodo erano soliti fare, per risparmiare sui materiali».

Queste ‘scoperte’ aprono nuovi e antichi scenari. Scopriamoli insieme. Il primo riguarda il volto della Santa che è una sorta di autoritratto riadattato alla figura di Caterina, figlia di Ferdinando de’ Medici e della Granduchessa Cristina di Lorena, alla quale era stato dato lo stesso nome della Santa che nel IV secolo rifiutò di convertirsi al culto pagano secondo l’ordine impartito dall’imperatore romano. Durante una sfida dialettica seguita al suo diniego, la ragazza si dimostrò capace di convertire al Cristianesimo i retori incaricati dallo stesso imperatore di convincerla ad abbandonare il suo credo religioso. Infuriato per quanto accaduto, l’imperatore, dopo aver fatto uccidere i retori, condannò Caterina al supplizio della ruota; ma un angelo intervenne e le salvò la vita. Allora, pazzo di rabbia, l’imperatore le fece tagliare la testa.

Nella metà del 1300 gli Alberti dedicarono  alla martire un Oratorio che si trova a Bagno a Ripoli. «Era abituale in  Artemisia ritrarre se stessa,  usare la sua stessa immagine per dipingere le figure femminili», afferma Cecilia Frosini. Sul perché avesse deciso di porre sulla testa della santa la corona reale, con elementi medicei, al posto del   turbante, i restauratori affacciano l’ipotesi che l’idea iniziale potesse essere quella di un omaggio dell’artista ai granduchi di Toscana, poi il dipinto sarebbe stato trasformato in base ad una precisa richiesta degli stessi: dedicarlo alla figlia.  Delle cui sembianze l’artista ha dovuto tener conto, creando un mix con il proprio autoritratto. Gli stessi fanno notare che la versione della martire con il turbante sia praticamente identica all’opera della Gentileschi acquistata alcuni mesi fa dalla National Gallery di Londra. In secondo luogo, partendo da questa riflessione, è stato ipotizzato che entrambe le tele, quella in possesso degli Uffizi e quella del museo inglese, derivino dallo stesso disegno (cartone). L’immagine della corona è ritenuta di straordinaria bellezza e verosimiglianza: per cui l’artista potrebbe  averla vista o ripresa da dipinti di altri artisti. Quali riflessioni può suscitare la scoperta di questi ‘segreti’? «Caterina, figlia di Ferdinando e sorella di Cosimo II, coetanea di Artemisia, era in quegli anni al centro delle politiche matrimoniali di casa Medici» – spiega la storica dell’arte Cecilia Frosinini – «vi fu infatti un tentativo di prometterla in sposa al principe del Galles e, successivamente, venne data in moglie al duca Ferdinando Gonzaga di Mantova. Il dipinto può essere un omaggio a lei o forse solo anche ispirato a questa figura dinastica, nel momento in cui la pittrice ritrae una Santa Caterina diversa dalle altre versioni della martire di Alessandria, così fortemente connotata da attributi medicei».

«Ancora una volta» – aggiunge Frosinini – «aver intrapreso una campagna diagnostica su un’opera, anche molto nota, ma mai affrontata da questo punto di vista, consente un arricchimento delle conoscenze e certamente darà spunto agli studiosi, da ora in poi, di riconsiderare questa opera nel percorso stilistico di Artemisia e di poterla meglio relazionare con le altre versioni conosciute che l’artista dedica alla martire di Alessandria». Nella città prescelta – Firenze – ove il marito, il pittore  Pietro Antonio di Vincenzo Stiattesi, l’aveva condotta per chiudere col doloroso passato e immergersi nell’arte dei Grandi Maestri, Artemisia, già madre di Palmiria Prudenzia, si inserì bene grazie proprio alle sue doti artistiche, tanto da essere la prima donna ammessa all’Accademia delle Arti e del Disegno fondata da Michelangelo. Era la festa di San Luca  del 1615 quando fu accolta nell’esclusivo consesso artistico: «E’ arrivato il momento di essere una di noi»– disse il Bandinelli «quel che avete compiuto con l’inclinazione, vi ha reso degna di essere ammessa all’Accademia». Nella città del Fiore ebbe varie committenze, le resistenze iniziali per Giuditta e Susanna  ( le donne non dovrebbero dipingere con nuove invenzioni, le avevano detto)  erano ormai superate e Artemisia entrò nelle simpatie della corte e con l’ambiente artistico e scientifico, anche con Galileo Galilei, al quale si rivolgeva  per alcuni consigli. Lo scienziato indirizzerà alla Granduchessa Cristina di Lorena e all’abate Benedetto Castelli una memorabile lettera nella quale operava una netta distinzione tra il senso spirituale delle sacre scritture, che non dovevano essere prese alla lettera,  e la missione della scienza. «Quest’anno potremo celebrare la Festa della Donna» – commenta il direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt – «con queste importanti rivelazioni, che cambiano ciò che sappiamo riguardo ad Artemisia, una delle pittrici più importanti di tutta la storia dell’arte. La maestria degli specialisti dell’Opificio ha permesso di scoprire i segreti della nostra bellissima Santa Caterina: e ora, grazie al loro lavoro, siamo felici di poter affermare che oltre ai cinque capolavori dell’artista di proprietà delle Gallerie, gli Uffizi ne conservano un altro aggiuntivo, fino ad oggi nascosto sotto la pittura visibile della Martire d’Alessandria. La Santa Caterina avrà una nuova collocazione: sarà permanentemente esposta nella sala della Medusa, dove dialogherà idealmente con la mostruosa creatura del Caravaggio.  al quale l’artista si è spesso ispirata».  Nata nel 1593 a Roma, figlia del noto pittore Orazio Gentileschi, Artemisia ebbe una vita molto travagliata, e visse in svariate città, tra le quali Firenze, Venezia, Londra e Napoli, dove morì, dopo il 1654. All’età di 18 anni venne stuprata da un collega del padre, il pittore Agostino Tassi: il trauma della violenza e quello legato all’umiliante processo che seguì, la segnarono profondamente ma seppe emergere con forza anche grazie a una personalità forte e alle sue eccezionali doti artistiche. Ispirata dallo stile caravaggesco, è diventata una delle pittrici più celebri nella storia dell’arte: tra le sue opere più conosciute e apprezzate vi è la Giuditta che decapita Oloferne, custodita a Firenze nella Galleria degli Uffizi. Grazie a queste scoperte, Artemisia conquista nuovamente la scena. E meritatamente.  Neppure lei stessa avrebbe potuto immaginare tanto successo postumo.

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