martedì, Agosto 4

Artemidoro vero o falso? Silvia Einaudi e Gabriella Pantò parlano del papiro oggi al Museo delle Antichità di Torino

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Palazzo Pitti arte tre

 

Il 7 ottobre scorso si è svolta l’inaugurazione del nuovo allestimento del Papiro di Artemidoro nel Museo delle Antichità di Torino, ovvero Museo Archeologico Nazionale del Piemonte, che farà parte di quel grande complesso museale del Polo Reale di Torino, che sarà istituzionalizzato il prossimo 4 dicembre. La teca che conserva il papiro, consente al contempo una migliore condizione di visibilità per il pubblico e favorirà il contatto con l’opera, consentendone la visione da entrambi i lati; sarà dedicato inoltre uno spazio alla proiezione di un filmato che racconterà, attraverso immagini e la voce di uno o più personaggi narranti, le straordinarie vicende del papiro, affrontando in modo chiaro e rigoroso il problema dell’autenticità. I pannelli didattici vicino alla teca tratteranno in forma sintetica, i diversi e compositi filoni di ricerca scientifica presenti in molte pubblicazioni scientifiche sul papiro, con apposite postazioni multimediali che permetteranno al visitatore di scegliere quante e quali di esse approfondire.

 

L’imponente Papiro di Artemidoro è costituito da frammenti di diverse dimensioni, per una lunghezza di circa 2 metri e mezzo e per un’altezza di 32,5 cm. La prima parte è costituita da un frammento che contiene l’agraphon (parte non scritta) e la colonna I; la seconda parte è invece formata da tre frammenti distinti che formano le colonne II e III del testo; la terza parte, è composta da circa 20 frammenti e contiene una carta geografica, le colonne IV e V del testo e un vasto lacerto con raffigurazioni di mani, piedi e volti; la quarta parte contiene un disegno. Il verso del papiro è completamente coperto di immaginiIl rotolo appare però mutilo all’ inizio e alla fine e presenta numerose mancanze al proprio interno: per esempio alcune parti delle colonne di scrittura, mentre la I e la II colonna sono molto danneggiate. Le colonne di scrittura sono anche di ampiezza alquanto irregolare, anche la loro lunghezza varia dai 38 righi della IV colonna ai 45 della V.

 

Il Papiro contiene un testo geografico: nelle prime due o tre colonne vi è un proemio, nel quale la geografia viene messa a confronto e in rapporto con la filosofia, nella IV e nella V colonna si trovano invece informazioni sulla divisione amministrativa della Spagna, ripartita nelle provincie di Tarraconense e Betica, poi in un periplo della Spagna che parte dai Pirenei e dal promontorio di Afrodite Pirenaica fino a quello degli Artabri nell’Oceano Atlantico. La coincidenza del testo relativo alla divisione amministrativa ispanica con un frammento del geografo Artemidoro di Efeso, vissuto tra il II e il I secolo a.C., ha indotto gli studiosi Claudio Gallazzi e Bärbel Kramera a ritenere che il papiro (il cui nome deriverebbe dal riferimento all’ antico geografo) conservasse parti del testo dei ‘Ta Geographoumena’ o ‘Geographia’ dell’efesino. Nel papiro sono presenti anche una carta geografica, che quindi rappresenterebbe la regione della Betica, oltre a numerosi disegni di parti anatomiche,sul recto e sul verso invece animali reali e fantastici, accompagnati ciascuno da apposite didascalie.

 

Nella prima metà del Novecento il Papiro di Artemidoro fu acquistato dal collezionista Saiyid Khâshaba Pasha ad Asyū in Egitto ed esportato nel secondo dopoguerra. Il reperto arrivò in Germania nel 1971, dove fu smontato a Stoccarda dieci anni dopo, ricavandone circa duecento frammenti appartenenti a vari e diversi documenti che furono trasferiti per qualche tempo presso l’Università di Treviri. In seguito essi vennero recuperati dal nuovo proprietario tedesco, che li tenne fino al momento della cessione. Nei primi anni Novanta si cominciò a parlare tra i papirologi di questo reperto, quando esso era ancora in proprietà del collezionista. Nel 1998 Gallazzi e Kramer pubblicarono sull’‘Archiv für Papyrusforschung’, una prima dettagliata descrizione di tale reperto. Nel 2004 tale papiro fu acquistato dalla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo di Torino per la somma di 2 miliardi e 750 milaeuro e divenne così parte del patrimonio archeologico nazionale. Fu oggetto della mostra ‘Le tre vite del papiro di Artemidoro’, curata da Salvatore Settis e Claudio Gallazzi a Palazzo Bricherasio di Torino dall’8 febbraio al 7 maggio 2006 e poi trasferito, a mostra finita, presso il Laboratorio di Papirologia dell’Università di Milano dove fu avviato lo studio di dettaglio supportato da una serie di indagini diagnostiche, che indica per il taglio del papiro una data fra il 15 e l’85 d.C. Successivamente il reperto fu esposto nella mostra all’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung – Staatliche Museen di Berlino (13 marzo – 30 giugno 2008) e allo Staatliches Museum dell’Ägyptischer Kunst di Monaco (18 luglio – 28 settembre 2008).

 

Sebbene tutti gli studiosi siano abbastanza concordi sulla datazione tra il I secolo a.C. e il I d.C. del supporto del papiro di Artemidoro, stabilita, come già detto, con la tecnica del Carbonio 14, non sono tutti d’accordo sulla cronologia della realizzazione relativa ai contenuti scritti e disegnati su questo reperto e sul fatto se esso sia o meno anticoSecondo il giudizio degli studiosi di papirologia, Claudio Gallazzi e Bärbel Kramer e di Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, che l’hanno esaminato per primi, sarebbe databile in base alla paleografia, ossia la disciplina che studia la storia della scrittura e ne riconosce l’autenticità, alla stessa cronologia del supporto che la contiene (I secolo a.C.- I secolo d.C.), anche grazie al confronto con il cosiddetto Papiro di Cleopatra, documentato in tarda età tolemaica, sebbene la scrittura di quello di Artemidoro presenti caratteristiche singolari e peculiari, tali da non poter essere ricondotta a quelle dei papiri a noi noti. In un primo momento si dichiarò che il papiro di Artemidoro era stato ritrovato all’ interno di una maschera funeraria di cartapesta del I secolo d.C., insieme ad altri venti papiri documentari risalenti a un periodo che oscillava tra i regni di Domiziano e Nerone, ma la notizia della maschera fu messa in dubbio anche in base all’assenza di riscontri effettivi e poi smentita. Secondo i tre studiosi la singolare compresenza del testo e dei disegni sarebbe da spiegarsi con una travagliata vicenda che fu chiamata ‘teoria delle tre vite’: il papiro, destinato ad essere una copia di lusso delle ‘Ta Geographoumena’ di Artemidoro, intervallato da mappe e unico nel suo genere perché non ne possediamo altri esemplari, per un errore nella realizzazione della prima mappa (quella con la possibile raffigurazione dell’intera Spagna), sarebbe stato interrotto nella copiatura e, invece di essere distrutto, sarebbe stato riutilizzato come album per schizzi e bozzetti (cahier d’artiste) per pittori ellenistici che intendevano mostrare in anteprima ai propri committenti i motivi iconografici da realizzare successivamente: da qui le rappresentazioni di animali sul verso e, una volta esaurito lo spazio disponibile, le esercitazioni grafiche dei giovani pittori di bottega, o apprendisti, negli spazi liberi sul recto (quello con l’agraphon e quello successivo alla V colonna del testo). Tali pratiche di riutilizzo della carta del papiro di Artemidoro sarebbero state portate avanti per più di un secolopoi il manufatto sarebbe divenuto ‘carta da macero’, utilizzata insieme ad altri papiri per farne cartapesta ad uso funerario, il che confermerebbe la prima ipotesi della maschera funeraria.

 

Nella pubblicazione dell’edizione critica sul papiro edita a Berlino in occasione della mostra ad esso dedicata nel marzo 2008, e curata dai tre studiosi su citati, con la collaborazione di A. C. Cassio, A. Soldati e G. Adornato, si è venuti a sapere però che non si trattava di una maschera funebre, ma di un ammasso di papiro macerato che doveva costituire l’imbottitura di una cavità non meglio precisata, come per esempio il riempitivo delle fauci di un coccodrillo imbalsamato, il cui smontaggio e salvataggio era stato documentato soltanto da una fotografia, apparsa in occasione della pubblicazione del 2008, che ritraeva il Konvolut (ovvero questo ammasso di papiri macerati, già smontato). Il fatto di non aver documentato lo smontaggio e il salvataggio dei papiri dalla cavità in cui erano alloggiati, contravveniva alle consuetudini del restauro archeologico e papirologicoLa fotografia apparsa nella pubblicazione del 2008, però, sarebbe stata manipolata secondo quanto scritto nell’articolo ‘Indagine tecnica sul Konvolut. Nuove prospettive ed analisi sul Papiro di Artemidoro.Cronaca del Convegno ‘Il Papiro di Artemidoro’ (Rovereto 29-30 aprile 2009)’, apparso su ‘Quaderni di Storia’n.70. L’équipe del Gabinetto interregionale della polizia scientifica delle Marche e dell’Abruzzo, diretta da Silio Bozzi, ha riportato, nel convegno del 2009 su citato, i risultati di un’indagine scientifica alla quale è stata sottoposta la foto del Konvolut, nella quale sono stati messi in luce eclatanti contraddizioni che inducono a ritenere possibile una manipolazione dell’immagine, ossia una trasmigrazione di dati da un luogo all’altroPaolo Morello, storico della fotografia, ha definito tale manipolazione della fotografia una tesi infondata sia nel suo contributo‘Osservazioni in margine ad una fotografia del Konvolut’, edito nel primo volume ‘Intorno al Papiro di ArtemidoroContesto Culturale, Lingua, Stile e Tradizione’, del 2010, sia in un estratto dello stesso saggio apparso con il titolo ‘Artemidoro, quella foto è vera’ nel giornale ‘Il Sole 24 Ore – Domenica’del 24 marzo 2010.

 

In seguito è stato precisato che l’indagine della polizia scientifica è stata condotta dapprima sulla stampa tipografica e poi, una volta messa a disposizione la stampa originale della foto conservata a Milano, i risultati sono stati confermati su quest’ultima. Salvatore Granata, esperto di fotografia, ha inoltre notato una differenza di definizione fra le zone della foto prive di scrittura e quelle che riproducono il testo. Tale anomalia, unitamente al fatto che il grado di nitidezza dell’immagine sia compatibile solo con pellicole in uso negli anni Novantaporta a ritenere, a suo giudizio, che la fotografia del Konvolut sia una manipolazione realizzata non prima del 1995

 

Nel corso della presentazione di un volume biografico su Simonidis di Rüdiger Schaper, ‘L’odissea del falsario. Storia avventurosa di Costantino Simonidis’, tenutasi a Bologna nella Biblioteca dell’Archiginnasio il 9 luglio 2013, l’allora sovrintendente per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna, Filippo Gambari, ha dichiarato pubblicamente che la fotografia del Konvolut era stata giudicata un falso dagli esperti del Ministero dei Beni culturali e delle Attività Culturali , questa notizia e le ragioni addotte sono state pubblicate successivamente sul Corriere della Sera del 13 luglio da Federico Condello con titolo ‘Il papiro di Artemidoro e l’enigma della «falsa foto»’.

 

Ritornando alla pubblicazione dell’edizione critica del marzo 2008gli studiosi difendono l’autenticità del papiro con questi argomenti: l’analisi al Carbonio 14 che fornisce la datazione fra il I secolo a.C. e il I d.C.; la composizione degli inchiostri al nerofumo, che indica l’assenza di metalli e risulta organica e compatibile con l’era tolemaico-romana; l’analisi paleografica che indica un’età attorno al I secolo d.C. e il fatto che i papiri rinvenuti impastati insieme a quello di Artemidoro sono databili alla seconda metà del II secolo d.C. Nel papiro è menzionata la città di Ipsa, la cui conoscenza fu rivelata soltanto dalle tre monete scoperte nel 1986 e delle quali non poteva essere a conoscenza un falsario come Costantino Simonidis, calligrafo greco della metà dell’Ottocento, famoso copiatore di testi antichi con i quali tentò più volte di ingannare, a volte riuscendoci, molti studiosi di tutta Europa (come per esempio il caso del falso ‘Uranio’ con cui indusse in errore Wilhelm Dindorf, filologo tedesco).

 

Costui è stato ipotizzato autore del testo da Luciano Canfora nel 2006, perché il falsario ebbe particolare interesse per la geografia antica, come dimostrato dal famoso ‘periplo di Annone’ da lui realizzato. Luciano Canfora, filologo, storico e saggista e professore ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari, ha dichiarato che il papiro era un falso: esso non poteva essere di Artemidoro, perché lo impedivano la lingua greca molto lontana dagli usi e dal lessico del II o I secolo a.C. e le diverse contraddizioni di fatti che potevano essere spiegate solo alla luce delle evoluzioni posteriori di alcune conoscenze geografiche. La cronologia del testo, ricavabile dalla lingua e dalla conoscenza del testo medesimo, appariva molto tarda e perciò incompatibile con il fatto che si trovasse su un rotolo di papiro, presto soppiantato dal codice di pergamena. A suggellare la sua ipotesi, egli proponeva poi alcune congetture già formulate dai critici moderni, che il redattore, o meglio autore, avrebbe introdotto nel papiro senza accorgersi della loro attualità. In un suo articolo intitolato ‘Dietro la maschera di Artemidoro’ apparso sul ‘Corriere della Sera’ del 20 marzo 2008, Canfora ha affermato inoltre,in rapporto a quanto già affermato nella pubblicazione del 2008 sull’autenticità del Papiro di Artemidoro, che: l’analisi al Carbonio 14 sarebbe stata effettuata solo sul supporto papiraceo, non sull’inchiostro, ragione per la quale è possibile valutare soltanto l’antichità di partenza del reperto ed è noto che i falsari utilizzano materiali antichi; la composizione degli inchiostri al nerofumo è nota a chiunque abbia letto le opere di Vitruvio o Plinio e sarebbe agevole per chiunque riprodurre un inchiostro del tutto identico a quello antico per i propri scopi; l’analisi paleografica non sarebbe risolutiva, perché un falsario avrebbe potuto avvalersi di molteplici spunti per imitare e riprodurre la scrittura antica; non sarebbe possibile documentare l’autenticità del Papiro di Artemidoro facendo riferimento ad altri ritrovati insieme a questo, perché non c’è la prova di un ritrovamento congiunto in quanto, come si vede nella fotografia presente nella pubblicazione di Berlino del 2008, il Konvolut è già stato parzialmente smontato; la citazione della città di Ipsa non sarebbe significativa, dal momento che alcune iscrizioni, note già dal Settecento,fanno riferimento ad una città chiamata Ipsca (l’odierna Castro del Río), situata nell’entroterra betico, e le monete menzionate, ritrovate a Vila Veha e non in Betica, recherebbero la notizia di una città chiamata Ipses (toponimo iberico) e non Ipsa.

 

Per alimentare la querelle sul repertoMaurizio Calvesi, storico dell’arte, ha scritto inoltre l’articolo ‘Il papiro non è di Artemidoro’ apparso sul ‘Corriere della Sera’ del 7 aprile 2008, in cui ipotizza per l’introduzione teorica sulla natura e i compiti della geografia (riportata nelle colonne I e II del Papiro di Artemidoro) una derivazione da una traduzione in greco dell’‘Einleitung’ alla ‘Die Erdkunde im Verhältniss zur Natur und zur Geschichte des Menschen, ossia ‘La geografia in relazione con la natura e la storia dell’uomo’ (1817-1818) di Karl Ritter, celebre studioso ottocentesco tra i fondatori della geografia umana, dalla versione francese intitolata Géographie générale comparée ou Science de la Terre dans ses rapports avec la nature et l’histoire de l’homme, (1836). In ‘Storia dell’arte’ n.119 del 2008 lo stesso Maurizio Calvesi, che dirige tale rivista, fa un’ampia recensione al volume ‘Il papiro di Artemidoro’ di Luciano Canfora della casa editrice Laterza, nel suo contributo ‘Artemidoro? Sembra proprio Dürer’, sostenendo che i disegni che occupano gran parte del papiro sono opera di artisti moderni e fornendo ampi riscontri comparativiEgli riprende, seppure con diversa cronologia, la tesi sostenuta in un ampio approfondimento di Anna Ottani Cavina intitolato ‘Un papiro di pieno Ottocento’del giugno del 2008, apparso nella sezione culturale de‘La Repubblica’, nel quale la studiosa afferma la natura recentissima dei disegni riportati nel papiroLa novità di Calvesista però nel fatto di aver scoperto la fonte moderna del proemio nella Die Erdkunde im Verhältniss zur Natur und zur Geschichte des Menschen’ di Karl Ritter, come già anticipato nell’articolo uscito precedentemente sul ‘Corriere della Sera’.

 

Il 9 agosto 2008 il quotidiano tedesco ‘Süddeutsche Zeitung’ di Monaco di Baviera dà notizia di un saggio bilingue curato da Luciano Canfora e Luciano Bossina (‘Wie kann das ein Artemidor-Papyrus sein?’, ovvero ‘Ma come fa a essere un papiro di Artemidoro?’) che forniva ulteriori prove della falsificazione di tale reperto, anche grazie alla ricerca avviata da Luciano Canforanel libro ‘The True History of the So-called Artemidorus Papyrus’. Il 13 giugno 2008 si è svolto ad Oxfort presso il St. John’s College un convegno dedicato al reperto a cui hanno partecipato filologi (Nigel Wilson, Margarethe Billerbeck), storici (Nicholas Purcell), papirologi (Peter Parsons, Dirk Obbink), studiosi di geografia antica (Richard Talbert) e storici dell’arte (Gianfranco Adornato, Jas Elsner). Le opinioni espresse in quella sede sono state nettamente divergentiSull’impossibilità di attribuire il testo del papiro ad Artemidoro, si sono espressi anche i partecipanti alla seduta del 7 novembre 2008 del IV Workshop di Variantology, supportato dalla Deutsche Forschungsgesellschaft DFG e dalla Universität der Künste Berlin UdK, tenutosi dal 5 all’8 novembre tra Berlino e Napoli.

 

Secondo Luciano Canfora lo studio dei manuali settecenteschi di pittura consente di collocare nel giusto contesto storico la genesi del Papiro di Artemidoro, come possiamo vedere nel confronto proposto nelle tavole dell’inserto iconografico del suo libro ‘La meravigliosa storia del falso di Artemidoro’, edito da Sellerio nel 2011, che mette anche a punto l’intera vicenda legata a questo reperto. La tavola 13 del manuale ‘Nouvelle méthode pour apprendre à dessiner sans maitre’ (1740) di Charles Antoine Jombert, scrittore, editore, incisore, stampatore e libraio francese, è identica ai disegni della parte centrale del recto del papiro di Artemidoro, persino nella disposizione di essi sul foglio, il che farebbe quindi ritenere il papiro stesso posteriore alla pubblicazione di questa tavola.

 

Nel 2011 Federico Condello, ricercatore in Filologia Classica presso l’Università di Bologna , ha pubblicato all’interno del suo contributo ‘Artemidoro 2006-2011: l’ultima vita, in breve’ su‘Quaderni di storia’ n.74 del 2011 una rassegna bibliografica, per consentire agli studiosi di orientarsi nella ricerca sul tema del papiro, che mette in evidenza come molti argomenti che comprovano la falsificazione del reperto non abbiano ricevuto risposta da coloro che ne affermano invece l’autenticità.

 

A suggellare l’ipotesi di un falsario come autore del papiroa Mosca è stato ritrovato un elenco di manoscritti antichi posseduti da Costantino Simonidis (ovvero falsi da lui realizzati) in cui ne compare uno intitolato ‘Geographia’. Nell’ultima fase della sua vita Simonidis, dopo la diffusione della falsa notizia della sua morte, continuò a lavorare indisturbato avendo come base l’Egitto (tentò addirittura di farsi nominare vescovo in Etiopia), dove sarebbe stato facile per lui procurarsi un autentico papiro antico.

 

Nel marzo del 2013 Jürgen Hammerstaedt, illustre studioso di filologia e papirologo tedesco, in un’intervista su il giornale ‘L’Espresso’, riconosce invece l’autenticità del Papiro di Artemidoro in base ad un’analisi filologica dettagliata del testoche presenta elementi sintattici che nessun filologo avrebbe ad oggi risolto, come per esempio la numerazione delle migliaia di cui siamo venuti a conoscenza solo cento anni fa, quando il presunto falsario era morto già da un pezzo.

 

Abbiamo intervistato sul Papiro di Artemidoro Silvia Einaudiegittologa e ricercatrice post-dottorato all’Università di Montpellier III, consulente scientifico per l’allestimento del Papiro di Artemidoro e Gabriella Pantò, direttore del Museo di Antichità di Torino.

 

Che importanza archeologica ha il Papiro di Artemidoro, reperto costituito da frammenti per una lunghezza di 2,5 metri?

 

Il Papiro ci restituisce una parte dell’opera perduta del geografo Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.), Ta Geographoumena (o Geographia), la cui esistenza sinora era nota solamente grazie al compendio,andato perduto, che ne fece Marciano di Eraclea (IV-V sec. d.C.), poi ripreso da Stefano di Bisanzio (VI sec. d.C.), e grazie ai frammenti trasmessi, tra gli altri, da Strabone (I secolo a.C.-I d.C.), suo grande estimatore. Inoltre la carta geografica, o mappa, disegnata sul recto del papiro, tra la III e la IV colonna di testo, rappresenta un notevole arricchimento per le nostre conoscenze,sinora assai scarse, sulla cartografia antica. Prima di questa scoperta, l’unico originale di una mappa giunto fino a noi dall’antichità era infatti un frammento di pergamena da Dura Europos, risalente al III secolo d.C. Purtroppo però la mappa del Papiro di Artemidoro è lacunosa ed incompiuta, cosa che per il momento non ha consentito di identificare la zona rappresentata.

 

I disegni di parti anatomiche e di animali sul recto e sul verso, poi, forniscono nuovi elementi per quel che riguarda il discorso sul ruolo del disegno nella pratica artistica antica e sul funzionamento degli ateliers di artisti, certamente presenti nel mondo antico.

 

Esistono frammenti analoghi al papiro di Artemidoro e di uguale importanza archeologica in Italia?

 

No. Il papiro costituisce un unicum.

 

Per chi era stato realizzato in antico o chi ne era il proprietario nell’antichità?

 

Diverse ipotesi sono state avanzate. I testi attribuiti ad Artemidoro e la carta geografica sul recto farebbero parte della prima fase di redazione del papiro, realizzato probabilmente ad Alessandria di Egitto, e che sarebbe, secondo alcuni, una sorta di ‘copia di bottega’ opera di un copista provinciale, oppure, secondo altri, una ‘guida’ destinata ai commercianti che navigavano verso la costa spagnola, o ancora una edizione illustrata dell’opera di Artemidoro, forse destinata alla biblioteca di un cliente illustre e colto della comunità alessandrina. Questi avrebbe usato il papiro, benché incompiuto, come testo geografico per un certo tempo, prima di disfarsene. A questo punto il papiro, già danneggiato, sarebbe stato riparato (con una possibile risistemazione dei frammenti secondo un nuovo ordine) per poter essere riciclato: si ipotizza infatti che nel corso del I secolo d.C. sia stato usato dai disegnatori e gli apprendisti di un atelier alessandrino per tracciarvi i disegni, prima sul verso e poi sul recto. Intorno alla fine del I secolo d.C. il papiro sarebbe stato infine trasformato in ‘cartapesta’.

 

Tutti gli studiosi sono concordi sulla datazione del supporto del papiro tra il I secolo a.C. e II d.C., secondo quanto emerso dalla tecnica al Carbonio 14 , ma vi sono due teorie contrapposte riguardo quella dei contenuti: una considera testi e disegni coevi al supporto del papiro stesso e realizzati nel I secolo d.C., l’altra ritiene tali interventi di uno o più falsari tra il XIX e XX secolo. Secondo Lei quale ha più senso tra le due opinioni riguardo la cronologia del papiro e per quale motivo? Se invece non può o non se La sente di esprimere un giudizio in proposito su quali basi si fondano le due teorie?

 

La teoria secondo cui il papiro sarebbe un manufatto autentico del I secolo d.C. si basa su una serie di dati oggettivi, quali, tra gli altri, le analisi paleografiche condotte sull’ iscrizione in greco, che viene datata ai primi decenni del I secolo d.C., la presenza nel testo in greco di dati ed elementi linguistici che nell’ Ottocento non si conoscevano ancora e che sarebbero stati scoperti solo dopo la morte del presunto falsario di origine greca Costantino Simonidis (1820/1824-1867/1890 circa), l’indubbia difficoltà per Simonidis di procurarsi una o più porzioni di un antico papiro vergine su cui realizzare il suo falso.

 

I sostenitori della falsità del reperto adducono una serie di motivazioni a sostegno della loro teoria, tra cui: la presenza di hapax legomena (parole apparentemente atipiche od errate, attestate solamente su questo papiro e non note da altre fonti antiche), alcune anomalie filologiche e linguistiche, l’analogia delle figure anatomiche con quelle presenti in manuali di disegno accademico sei-settecenteschi; la natura a loro dire ‘inspiegabile’ di alcune impronte lasciate da testo e disegni sui due lati del rotolo.

 

Il Papiro di Artemidoro è citato o è riconoscibile nelle fonti antiche che vanno dal I secolo a.C. al II d.C.?

 

(Silvia Einaudi) No. Tuttavia alcuni degli animali raffigurati sul verso presentano forti analogie con riproduzioni di animali note da altre fonti antiche, quali per esempio il mosaico di Palestrina o i mosaici della Casa del Fauno a Pompei. Così pure le raffigurazioni di teste, mani e piedi sul recto, probabilmente realizzate da artisti che usavano calchi di statue antiche come modello per i loro disegni, hanno puntuali riscontri in alcune sculture classiche ed ellenistiche.

 

Cosa è riportato sul recto e sul verso del papiro stesso?

 

Sul recto si trovano i resti di cinque colonne di testo in greco e di una carta geografica o mappa, oltre ai disegni di alcune teste, mani e piedi, mentre sul verso sono raffigurati vari animali, reali o immaginari. L’iscrizione comprende quello che è stato definito un ‘proemio’ (colonne I-III) e un testo geografico che descrive una parte della penisola iberica (colonne IV-V): tale testo è stato identificato con una porzione (o sintesi) del secondo libro della Ta Geographoumena (o Geographia) di Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C., floruit 104-101 a.C.), mentre il proemio potrebbe appartenere ad altro autore ignoto. La ricomposizione attuale dei frammenti che compongono il papiro però è stata oggetto di discussione. Recentemente è stato infatti proposto di spostare il frammento su cui si trovano le prime tre colonne di testo dopo quello che riporta le colonne IV e V: in tal modo il cosiddetto ‘proemio’ non sarebbe più tale, bensì rappresenterebbe una riflessione sulla geografia da intendersi come continuazione del testo geografico.

 

La ‘Ta Geographoumena’ o ‘Geographia’ di Artemidoro da Efeso con la descrizione di una parte della penisola iberica è un trattato in 11 libri particolarmente noto nel mondo antico che è presente nella parte scritta del papiro. Quale parte della penisola iberica è descritta nel trattato di Artemidoro e come questa parte della penisola iberica è da lui descritta?

 

Sul papiro sarebbe stato copiato solamente il secondo libro della Ta Geographoumena (o, più probabilmente, una sua sintesi o rielaborazione), dedicato alla penisola iberica, lungo la cui costa mediterranea e atlantica Artemidoro compì il più importante dei suoi viaggi. Il testo su due colonne (IV-V), dopo una descrizione sommaria dei quattro ‘lati’ dell’Iberia (i Pirenei e le coste est, ovest e sud), elenca le distanze in stadi che separano le principali località costiere, da Cap Béar (presso l’attuale confine franco-spagnolo) sino all’estremità nord-ovest della penisola.

 

Vi sono altre versioni di questo testo di Artemidoro in altri oggetti antichi, o medievali o più recenti e se sì quali?

 

 L’opera di Artemidoro non è giunta sino a noi, ma, come già detto, ci è comunque nota da altre fonti: il compendio (andato perduto) che ne fece Marciano di Eraclea (IV-V sec. d.C.), poi ripreso da Stefano di Bisanzio (VI sec. d.C.), alcuni frammenti trasmessi, tra gli altri, da Strabone (I secolo a.C.-I d.C.).

 

Sul verso invece ci sono di animali reali e immaginari eseguiti quando il rotulo fu riciclato in una bottega di artisti (forse nel corso del I secolo d.C. secondo una delle teorie degli studiosi) quale repertorio di modelli per affreschi e mosaici. Vi si riconoscono anche diverse sculture antiche, insieme a mani e piedi realizzati in diverse posizioni dagli apprendisti di bottega. Sono state identificate le sculture antiche disegnate su papiro con quelle a noi pervenute dal mondo antico?

 

Per alcune delle teste disegnate sul recto sono state trovati dei paralleli in diverse sculture del mondo antico, quali teste di Eracle e di Apollo, un busto di Metrodoro o ancora statue di Afrodite.

 

Ci narra la storia del papiro per quanto riguarda i suoi proprietari fino all’arrivo al museo?

 

 Dopo l’annuncio dell’acquisto da parte dell’allora Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo, dato nell’ottobre del 2004, il Papiro di Artemidoro fu esposto a Torino, a Palazzo Bricherasio, in occasione dei XX Giochi Olimpici Invernali nel 2006, in una mostra dal titolo ‘Le tre vite del Papiro di Artemidoro: luci e sguardi dall’Egitto greco-romano’ e curata da Salvatore Settis e Claudio Gallazzi. In seguito il Papiro fu chiesto in prestito temporaneo per altre due importanti rassegne espositive che si svolsero in Germania nelle prestigiose sedi dell’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung – Staatliche Museen di Berlino e dello Staatliches Museum dell’Ägyptischer Kunst di Monaco .

 

Al rientro in Italia fu portato al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, presso Torino, dove fu messo a disposizione per gli studiosi che hanno richiesto analisi diagnostiche in microscopia o ispezioni autoptiche.

 

Martedì 7 ottobre scorso c’è stata l’inaugurazione del nuovo allestimento del Papiro di Artemidoro al Museo Archeologico di Torino. Quale allestimento è stato realizzato per questo reperto e come quali accorgimenti lo preserveranno dalle condizioni climatiche, di temperatura, di luce e per la sicurezza all’interno del museo e invece quali ne esalteranno la fruizione, anche con apparati didattici ad esso dedicati?

 

 Il posizionamento del Papiro in una teca climatizzata ad alta tecnologia, fissata al soffitto e progettata per garantirne l’ottimale conservazione, consente la visione ravvicinata del reperto in un ampio ambiente con illuminazione a led volutamente bassa, ma direzionata in modo da permettere di apprezzare i contenuti grafici senza l’interferenza dalla fibra del supporto di papiro; a terra, sotto la teca, un separatore luminoso ripropone graficamente i contenuti del Papiro. Nella sala che precede l’esposizione del reperto è possibile vedere un filmato che dura 13 minuti, che introduce alla visita e presenta in dettaglio tutti i temi e gli ingrandimenti dei disegni. Due postazioni multimediali, poste all’inizio e alla fine del percorso, consentono di effettuare approfondimenti tematici e scientifici. La pannellistica inoltre comunica in forma breve e immediata ciò che è essenziale conoscere.

 

Il Papiro di Artemidoro è concesso in comodato d’uso dalla Compagnia di San Paolo alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte. Quanto rimarrà in termini di anni al Museo Archeologico di Torino?

 

Il comodato gratuito è stato sottoscritto per 5 anni, ma ci auguriamo che possa essere rinnovato.

 

Il 4 dicembre prossimo si inaugura il Polo Reale dei Musei di Torino. Cosa rappresenta questo reperto in questa grande rete museale?

 

Il Museo di Antichità negli ultimi anni si è rinnovato grazie all’ impegno della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte: lo scorso anno è stata inaugurata la nuova sezione ‘Archeologia a Torino’ nei locali ipogei della Manica Nuova di Palazzo Reale, e grazie al contributo finanziario della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino è stato possibile realizzare un nuovo innovativo allestimento degli argenti del ‘Tesoro di Marengo’, arricchito da reperti prima conservati nei Depositi, con l’adiacente sala didattica per non vedenti con le riproduzioni in 3D del busto di Lucio Vero e di alcuni oggetti del Tesoro. L’occasione di presentare al pubblico lo straordinario documento del Papiro di Artemidoro costituisce pertanto un ulteriore arricchimento culturale per il Museo e ne consolida l’impegno istituzionale come centro di raccordo tra le attività di studio e indagine intellettuale, e quelle di educazione, divulgazione e promozione. L’interesse suscitato dal Papiro pone il Museo al centro dell’interesse di chi visiterà i musei del Polo torinese.

 

 

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