lunedì, Maggio 27

‘Arte e artisti del pallone’

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Metti una sera insieme un illustre storico dell’arte e un mito del calcio italiano: che cosa avranno da dirsi, da scambiarsi, quali argomenti di cui parlare? Beh, a Sesto Fiorentino, in occasione della Fiera di Primavera, è successo che Antonio Natali, Direttore degli Uffizi, ovvero una delle più importanti Gallerie d’arte al mondo e Giancarlo Antognoni, l’idolo della tifoseria viola che tutti chiamano “Antonio”, si ritrovassero sotto un tendone a parlare di arte e di sport, di cosa abbiano in comune i due campi apparentemente distanti, quali emozioni e riflessioni suggerisca all’Antonio storico dell’arte il mondo del calcio e all’altro “Antonio” quello dell’arte. L’iniziativa di un così strano “dialogo” dal titolo un po’ roboante ma significativo – “Campioni dell’arte e artisti del pallone. Poesia del lancio lungo”- è stata dell’associazione Fund4art e l’ha simpaticamente condotta Francesca Merz, presidente dell’associazione, storica dell’arte e tifosa, come se fosse un gioco, con profondità e leggerezza in un clima amichevole e affettuoso. Già, perché parlando parlando si è scoperto che lo storico dell’arte ed il campione del mondo (titolo conquistato con la nazionale di Bearzot nell’82 in Spagna) si conoscono da tempo e si stimano.

Natali artisti 4

Non solo, ma in comune hanno una cosa importante: la passione. Passione per il calcio, passione per l’arte, per la bellezza che entrambi, nei rispettivi campi, incarnano ed esaltano. E’ proprio l’”Antonio” del calcio ad introdurre il tema: “La passione è quella cosa che mi spingeva da piccolo a costruirmi con le mie mani qualcosa di simile ad una palla con cui giocare….vivendo in un casolare della campagna umbra, lontano dai centri abitati. La passione è la molla che mi spinse a soli 15 anni a lasciare la famiglia e andare ad inseguire il mio sogno di diventare un calciatore, lontano, ad Asti per giocare nell’Astimacobi…”. Gli fa eco Natali: “La passione è quella cosa che, pur avendo vinto il concorso, mi ha fatto rinunciare ad un incarico universitario e anche ad uno stipendio superiore, per restare agli Uffizi”.

Ma calcio e arte sono compatibili? Cosa hanno in comune, oltre la passione? La risposta di Natali è secca, lapidaria. “Certo che sono compatibili! Sono distante anni luce da coloro che considerano l’arte estranea al gesto sportivo o alle grandi passioni della vita”. Tornando alla “poesia del lancio lungo”, cioè quello che il campione indirizza da una parte all’altra del campo fino a depositare la palla sui piedi del compagno smarcatosi, c’ è da dire che la lunga carriera di Giancarlo è costellata di lanci di millimetrica precisione del genere. Ma non è la sola sua specialità. Non a caso un noto giornalista coniò proprio dopo la partita d’esordio in serie A di Antognoni a Verona, allora diciottenne, l’ immagine che gli è rimasta stampata addosso per tutta la vita, quella del “ragazzo che corre guardando le stelle”. E qui Natali sottolinea come la corsa di Antognoni fosse – è ancora oggi – di “un’eleganza unica, i suoi lanci di precisione e le sue geometrie erano, sono, simili ad un gesto artistico, ad un ‘opera d’arte”.

Natali artisti 1

I due protagonisti del dialogo – l’Antonio storico dell’arte e l’Antonio” del calcio – sono in vena di confessioni e si raccontano a ruota libera. Veniamo così a sapere che Natali quando aveva più o meno la stessa età in cui Giancarlo prendeva la via di Asti lui, maremmano, gravitava su Piombino e amava andare al mare presso il golfo di Baratti. “Inforcavo la mia Atala rossa e raggiungevo la ”Buca delle Fate”, un luogo di fiaba, fra le piante salmastre e là, spesso mi intrufolavo tra le rovine etrusche di Populonia nella speranza di impedire ai tombaroli quei furti di reperti antichi che impoverivano la necropoli. Stavo ore là in solitudine a scrivere sui sassi. L’etruscologia era un’altra delle mie passioni giovanili. La mania di scavare mi è rimasta”.

L’altra passione, indotta dal padre, insegnante di lettere, era per il calcio, inteso anche come godimento estetico, alimentato da quelle figure mitiche simboleggiate da una maglia. Da un numero. Generalmente il 10, indossato dal “regista”, figura pressoché scomparsa nel calcio attuale. Lo stesso numero che piaceva tanto anche al giovanissimo Antognoni, grande ammiratore di Gianni Rivera. Le loro strade si sarebbero incrociate proprio a Firenze. Antognoni: “Per la prima volta vi ero stato quando fui convocato nelle nazionali giovanili, l’unico proveniente dalla serie D. Avevo sedici anni. Poi, quando Liedholm l’allenatore viola mi indicò al Presidente Ugolini fui felice di venire qui. Dove ho scelto di vivere”.

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E quel ragazzo che correva guardando le stelle, presto divenne l’idolo della tifoseria, poi della città. “Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia…” cantava a proposito della “leva calcistica del ‘68” Francesco de Gregori: e ad “Antonio”, che tutti chiamano ancora Il Capitano, queste doti di talento generosità e coraggio si attagliano perfettamente. Per lui si scatenò la fantasia forse meno poetica e più ironica dei fiorentini: Enel, lo chiamavano ( ovvero “La luce”), ma non mancavano riferimenti artistici da parte di giornalisti e scrittori dal palato fine: “il puttino” pensando ai Della Robbia o anche, ho sentito dire da un raffinato normalista di Pisa, “l ‘Arcangelo Gabriele”…

Per quindici anni quel giovane dal ciuffo biondo al vento, dalla falcata inconfondibile, e la maglia n.10, ha illuminato il gioco della Fiorentina, tanto da essere identificato dall’opinione pubblica con l’immagine stessa della città, della sua bellezza artistica, del suo dolore e dei suoi splendori, fino a divenirne il simbolo. Sia per il fatto di essere uno dei pochi e per varie stagioni l’unico giocatore della Fiorentina in nazionale, la maglia con la quale aveva esordito a 20 anni e che ha indossato per 74 volte, che per i due gravi incidenti di gioco, il primo dei quali ci fece temere per la sua vita (un durissimo colpo alla testa per lo sciagurato e scomposto intervento del portiere avversario, in seguito al quale fu sottoposto d’urgenza ad un delicato intervento chirurgico).

Qui il racconto dei due protagonisti di questo insolito dialogo, diventa un gioco, un gioco intrigante, divertente, colto, ricco di insegnamenti. E’ il momento in cui i due campi di interesse si confrontano. E’ l’Antonio storico dell’arte a chiedere all’altro “Antonio” quali opere d’arte preferisca. E la risposta è immediata: il David di Michelangelo e la Cupola del Brunelleschi. Del resto, sulla figura del David la fantasia degli sportivi ha disegnato la sua immagine…..E qui Natali si sofferma ad illustrare il valore simbolico di quell’opera nel realizzare la quale Michelangelo si era ispirato al David biblico, all’eroe che abbatte il gigante Golia alto 2 metri e 40. “Vi sono anche altri David, bellissimi, ma diversi: quello esile e fanciullesco di Donatello, l’altro del Verrocchio , ma questo vuol rappresentare la forza della città e porsi come simbolo di libertà. Un David che nasconde il sasso e la fionda e non esibisce la testa del gigante. Perché? Bisogna chiederselo. L’opera d’arte deve essere interpretata. Bisogna andare oltre i feticci e cercare di capirne il significato e la poesia”.

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Ma a quale artista del passato potrebbe essere associato Antognoni? La domanda non è peregrina se è vero che Gianni Agnelli paragonò Del Piero al Pinturicchio: “A Leon Battista Alberti” risponde Natali, spiazzando un po’ tutti. “Lui è l’architetto dell’armonia, rigoroso fino ad un certo punto poi una levata inaspettata….un colpo di genio. Anche Giancarlo è un architetto, un costruttore di gioco, tessitore di trame e geometrie precise che si sviluppano con un lancio inatteso, un’invenzione suprema…”. Ecco spiegata l’arte del calcio. Quel gioco che, in forme ben più rudimentali, piaceva anche ai Medici tant’è il Duca Alessandro aveva previsto per abbellire la villa di Poggio a Caiano un affresco raffigurante una partita di calcio, perché – diceva – “il gioco porta armonia”. Lui stesso giocava al pallone e una volta che fu atterrato malamente da un popolano, reagì con signorilità congratulandosi con lui…

Alla stessa maniera reagì, con grande sportività Antognoni, che rifiutò di sporgere denunzia nei confronti del portiere Martina, quando il “caso” fu portato d’ufficio davanti al giudice. “Quell’incidente dell’82, è il ricordo più doloroso della mia vita di calciatore. Ma dopo quattro mesi ci fu il ritorno….sfiorammo lo scudetto ma fui tra i protagonisti di quel fantastico mondiale”. Un altro incidente gli spezzò una gamba: rientrò dopo un anno e mezzo, tra non pochi ostacoli. C’è un ché di biblico nella sua vicenda sportiva e umana: ciò che lo identifica sempre più con la sua città d’adozione. “Le cadute e le risalite”, cantava Battisti.

Da quanto detto appare chiaro sottolinea Natali “come certi gesti del calcio siano opere d’arte, e richiedano come la creazione di un’opera d’arte testa e cuore, cervello e corpo. Tutto ciò che si fa, aggiunge, è cultura”. Del resto, aggiungiamo, del gioco ebbero una visione alta studiosi come Johan Huizinga (“Homo ludens”) e Roger Caillos (“I giochi e gli uomini”) tanto da far risalire le nostre conquiste più elevate all’impulso al gioco da parte dell’uomo. Ed è noto a tutti come lo sport già nella Grecia antica fosse elemento costitutivo della formazione e della cultura di quella grande civiltà, tanto che 12 anni fa, i musei archeologici dedicarono una serie di manifestazioni alle discipline sportive nell’Italia antica.

Secondo Natali, un altro luogo comune da smentire che trova purtroppo eco nei media è quello secondo cui gli Uffizi non reggono la sfida col Louvre. “E’ bene chiarire ancora una volta che il Louvre è 10 volte più grande e ospita ogni anno 9 milioni di visitatori; gli Uffizi ne ospitano 2 milioni l’anno….in proporzione la Galleria accoglie un numero superiore e non è vero che i lavori di ampliamento vanno “piano”, dal 2011 si sono aggiunte nuove sale – e di che livello! – tant’è che siamo passati in pochi anni da 47 a 103 sale. Il nostro non è un “Museo grande” ma Un “grande Museo”.

A concludere è Antognoni secondo il quale il calcio d’oggi è molto diverso (“ai miei tempi il 10 doveva far girare la squadra”) è divenuto più muscolare e meno “artistico” ma i talenti non mancano. Anche gli scandali che si susseguono a livello nazionale e internazionale, gettano un’ombra sinistra e di discredito su tutto il sistema: per questo, forse, i valori legati alla classe, al coraggio, alla fedeltà alla maglia fanno di Antognoni ancora oggi un simbolo, un “eroe positivo”, l’Unico 10 cui riferirsi. “Ho smesso di giocare 25 anni fa, ma è come se giocassi ancora tanto è vivo l’affetto del pubblico e della città”. Il David della Firenze calcistica è ancora lui.

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