martedì, Agosto 11

Arrestato Aleksej Naval’nyj, oppositore di Putin

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Dopo le manifestazioni svoltesi il 26 marzo nelle principali città della Federazione Russa, prime tra tutte Mosca e San Pietroburgo, e l’arresto di un alto numero di manifestanti da parte delle forze dell’ordine (tra i cinquecento e il millecinquecento, a seconda delle fonti), la questione del rispetto dei diritti in Russia torna in primo piano nel dibattito politico internazionale.
Tra gli arrestati c’è Aleksej Naval’nyj, blogger, oppositore ed organizzatore della manifestazione di Mosca: in un suo video che, caricato su internet, ha riscosso grande successo, accusava i principali uomini del Governo (primi tra tutti Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev) di corruzione.
La reazione delle istituzioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea non si è lasciata attendere: un coro unanime si è levato per difendere il diritto alla libertà di pensiero, di espressione e di manifestazione dei cittadini russi auspicando la rapida liberazione di tutti i fermati. A queste accuse, il Portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto dicendo che le manifestazioni non erano state autorizzate e che il Governo Russo non ha alcuna intenzione di liberare persone che hanno infranto la legge. Il Ministro per gli Affari Esteri, Sergej Lavrov, ha rincarato la dose parlando di un ignobile doppio standard che le potenze occidentali applicano quando si tratta degli affari russi.

A queste dichiarazioni sono seguiti i fatti: Naval’nyj, è stato condannato ad una multa di ventimila rubli (circa trecentotrenta euro) e a quindici giorni di carcere per disobbedienza ad un ordine di polizia. Questo non lo ha fermato o intimorito: in tribunale, durante l’udienza, si è scattato una foto e la ha caricata su twitter con il commento «verrà il giorno in cui noi giudicheremo loro, ma quel giorno lo faremo in maniera onesta»; durante l’udienza ha respinto ogni accusa dichiarando di non aver opposto resistenza all’arresto e ribadendo che la manifestazione era pacifica. Naval’nyj ha inoltre dichiarato, in una intervista al Washington Post, di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali, nel 2018.
Il Governo di Mosca, però, continua per la sua strada dichiarando che le autorità rispettano la libertà di espressione purché questa avvenga nelle sedi adibite dalla legge e, inoltre, ha accusato gli organizzatori di aver corrotto dei giovani con denaro affinché partecipassero alla manifestazione.

Se da un lato i rappresentanti dell’Unione Europea si sono apertamente schierati auspicando il rilascio dei manifestanti, dall’altro hanno tentato di stemperare i toni. Il Ministro degli Esteri Italiano Angelino Alfano, in visita a Mosca per colloqui istituzionali, pur condividendo la preoccupazione europea per la libertà di espressione in Russia, ha auspicato una rapida soluzione dei contrasti e la fine delle sanzioni economiche: la collaborazione tra l’Europa e Mosca è necessaria soprattutto per la soluzione delle crisi internazionali più gravi.
Un altro fronte caldo, nel rapporto tra Russia e Paesi occidentali, è rappresentato dalla questione ucraina: le autorità russe hanno messo in moto delle cause penali contro le forze armate ucraine accusate di aver effettuato bombardamenti contro la popolazione civile nelle zone contese tra Mosca e Kiev.

I rapporti tesi tra Russia ed Unione Europea influenzano le campagne elettorali in corso in vari Paesi, primo tra tutti la Francia.
La candidata di estrema destra ed anti-europeista, Marine Le Pen, è stata accusata di ricevere fondi dal Governo di Mosca. Già nel 2014 il suo movimento, il Front National (FN), aveva ricevuto nove milioni di euro da finanziatori russi. Oggi, intervistata dal un’emittente francese, sostiene di cercare fondi all’estero perché nessuna banca francese è disposta a finanziare la sua campagna elettorale; nega però di ricevere fondi da Mosca.

Le Pen, che in nell’ultimo sondaggio viene data in vantaggio di due punti rispetto al suo principale avversario Emanuel Macron, ha dichiarato inoltre, in un comizio a Lille, che la fine dell’Unione Europea è vicina. Le prossime elezioni francesi si prospettano come una corsa a due con Le Pen al 26% contro il candidato indipendente, ex-socialista, Emanuel Macron al 24%: tutti gli altri candidati seguono distanziati abbondantemente (il conservatore moderato François Fillon al 20%, il candidato della sinistra Jean-Luc Melenchon al 13%, il socialista Benoît Hamon all’11%). A questo punto è probabile che Le Pen possa uscire vittoriosa dal primo turno del 23 aprile, ma le possibilità che riesca ad attrarre a sé i voti necessari per trionfare al ballottaggio del 7 maggio sono molto basse.
La situazione potrebbe però cambiare: nella Guiana Francese, il territorio d’oltre-oceano facente parte della Repubblica, le tensioni sociali dovute all’alto tasso di disoccupazione (22% contro il 9,7% del resto della Francia) sono esplose in violente manifestazioni. Nelle strade sono state erette delle barricate ed è stato indetto uno sciopero generale. Il Governo ha inviato una delegazione composta da funzionari di alto livello ma maggiori rappresentanti delle proteste hanno rifiutato di incontrarle chiedendo ai Ministri di venire di persona. Questa situazione, in campagna elettorale, rischia di essere esplosiva: se Macron ha invitato i manifestanti a mantenere la calma e a cercare un dialogo che porti a delle soluzioni soddisfacenti, Le Pen non si è lasciata sfuggire l’occasione di cavalcare il malcontento popolare dichiarandosi a favore dei manifestanti.
Sempre in Francia, il terrorista Carlos “lo Sicacallo”, noto per le sue attività eversive negli anni ’70, è stato condannato ad un terzo ergastolo. Nonostante la sua dichiarazione di innocenza, il tribunale francese lo ha ritenuto responsabile dell’attentato compiuto a Parigi il 15 settembre del 1974 in cui persero la vita trentaquattro persone.

In Germania, intanto, si è votato nel Saar, il più piccolo dei Land tedeschi.
In questo anticipo di elezioni, la CDU della Cancelliera Angela Merkel ha ottenuto una vittoria inaspettata arrestando la crescita nei sondaggi dei Socialdemocratici di Martin Schulz. La Merkel ha espresso grande soddisfazione, ammonendo dal rischio di cullarsi troppo sugli allori. Ha inoltre rifiutato di fare previsioni su eventuali alleanze dopo le elezioni del settembre prossimo affermando che il risultato è nelle mani degli elettori. L’unica certezza è che alleanze con il movimento di sinistra Linke o con il movimento populista anti-europeo AfD sono impraticabili.
Il candidato socialdemocratico Martin Schulz ha invece espresso insoddisfazione per il risultato. Ha però invitato i suoi sostenitori e i suoi compagni di partito a non demordere e a continuare ed intensificare l’impegno in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

Elezioni anche in Bulgaria, dove il partito GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) ha vinto con circa il 33% dei voti (le operazioni di scrutinio delle schede sono giunte al 90%). GREB è un partito di destra filo-europeo guidato dall’ex-Primo Ministro Boyko Borisov. All’opposizione si schiererà il secondo partito del Paese, il Partito Socialista (BSP) filo-russo (27% circa).
Ora il GERB sarà costretto a cercare un’alleanza con le formazioni minori guardando verso la destra più tradizionale, verso i nuovi movimenti populisti o verso il partito che rappresenta la minoranza turca (Partito dei Diritti e le Libertà). Dovrà inoltre fare i conti con il nuovo Presidente della Repubblica, Rumen Radev, ex-generale sostenuto dal BSP.

Mentre si riprende dal trauma causato dall’attentato al Parlamento di Westminster, il Regno Unito deve affrontare la procedura di uscita dall’Unione Europea.
Mercoledì, il Primo Ministro britannico Theresa May consegnerà la richiesta di attivazione dell’articolo 50 al Presidente della Commissione Europea Donald Tusk. Nel frattempo deve fare i conti con le numerose opposizioni. La manifestazione filoeuropea di Londra del 25 marzo scorso ha messo in evidenza come nella capitale inglese la popolazione sia molto scontenta della Brexit. C’è poi l’opposizione parlamentare, con i laburisti che non voteranno nessuna risoluzione che non preveda il mantenimento di rapporti stretti e duraturi con il continente. Esiste lo spettro dei cosiddetti “Poteri di Enrico VIII” che darebbe al Governo la possibilità di modificare delle leggi senza passare per il Parlamento: in tal caso, ha affermato il leader laburista Jeremy Corbyn, l’opposizione si batterà duramente.
Oggi la May è in Scozia per incontrare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e per tentare di convincere il Parlamento Scozzese a non richiedere un nuovo referendum sull’indipendenza. Il piano della May sarebbe quello di convincere scozzesi ed irlandesi che i quattro Paesi che compongono il Regno Unito, assieme, siano una forza inarrestabile. È però molto improbabile che ci riesca e, secondo tutte le previsioni, il 28 marzo il Parlamento Scozzese dovrebbe approvare l’invio della richiesta del nuovo referendum.
In Irlanda del Nord, la trattativa tra i rappresentanti dei protestanti (favorevoli alla Brexit) e quelli dei cattolici (contrari all’uscita dall’UE) sono falliti e si riaffaccia il rischio di un governo diretto da parte di Londra. Si tratta di una situazione che richiama alla memoria i tempi bui della guerra di religione che, fino agli anni’80, provocò circa tremila vittime. Per ora la scadenza dei colloqui tra le parti in gioco sono stati prorogati
Anche le isole Falkland, territorio inglese vicino alle coste argentine, hanno espresso preoccupazione per la Brexit. Le isole, la cui economia dipende quasi esclusivamente dai fondi europei e dal commercio ittico con il vecchio continente, sono state causa di un conflitto militare tra Regno Unito e Argentina nel 1982 ed oggi, di fronte ai problemi economici che potrebbero derivare dalla Brexit, poterbbero guardare con maggiore simpatia verso il Governo di Buenos Aires.

Sul fronte dell’emergenza migranti, il Commissario agli Affari Interni e alle Migrazioni, Dimitris Avramopoulos, ha dichiarato che è il momento di procedere con i ricollocamenti stabiliti dall’Unione Europea e che non si possono più accampare scuse.
A lui ha risposto il Ministro dell’Interno austriaco Wolfgang Sobotka affermando che l’Austria sta iniziando i ricollocamenti nonostante ribadisca la sua contrarietà al provvedimento: sarebbe, secondo Sobotka, un incentivo all’immigrazione. Nonostante ciò, il Ministro austriaco ha affermato che le regole vanno rispettate anche quando non sono gradite: dopo la dichiarazione di Roma del 25 marzo per il rilancio del progetto europeo, sembra che quache cosa stia cominciando a muoversi.

A Cipro, domenica 2 aprile, è previsto un nuovo incontro tra il Presidente della parte greca, Nicos Anastasiades, e quello della parte turca, Mustafa Akinci: l’incontro è l’ennesimo volto a riunificare l’isola, divisa nel 1974.

Da oggi, i cittadini turchi residenti in sei Paesi europei (Germania, Austri, Francia, Belgio, Danimarca e Svizzera) potranno votare per il referendum costituzionale che dovrebbe dare, nelle intenzioni del Governo di Ankara, maggiori poteri al Presidente Recep Tayyip Erdoğan.
Dopo le pesanti polemiche delle settimane passate sulla pretesa del Governo turco di fare campagna elettorale nei Paesi europei e sulle accuse di nazismo rivolte a diversi Governi dell’Unione, oggi si sono aperte le urne. A quanto pare, l’affluenza sarebbe alta soprattutto in Germania.
Non sono però mancati nuovi incidenti diplomatici: nel corso di una manifestazione contro il referendum a Berna, in Svizzera, è stato esposto uno striscione che invitava a “uccidere Erdoğan con le sue stesse armi”. Il portavoce del Governo turco è tornato ad accusare gli europei di fascismo: la Procura di Istanbul ha aperto un’inchiesta sull’accaduto.

In Yemen migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere la fine del conflitto che da lungo tempo insanguina il Paese.
Il conflitto, in atto dal 2012, vede contrapposto il Presidente Abde Rabbo Mansour Hadi, sostenuto dall’Arabia Saudita, e i ribelli sciiti Houthi.
Le manifestazioni si sono svolte nella capitale Sana’a, controllata dai ribelli: la popolazione, ormai allo stremo, chiede la cessazione delle ostilità.

In Siria, le forze della coalizione che si batte contro il califfato islamico hanno conquistato una importante base aerea nei pressi di Raqqa: l’aeroporto militare di al-Tabaqa.. l’offensiva è stata portata avanti dalle truppe arabe e curde.
Nel frattempo, a Ginevra, si è tenuto un nuovo incontro tra la delegazione del Governo siriano, e il vice dell’Inviato speciale dell’ONU Ramzy Ezzeldin Ramzy: l’inviato dell’ONU dovrà fare da tramite tra il Governo di Bashar al-Assad e le opposizioni, consegnando il documento con le proposte per la futura costituzione proposte da Damasco.
In Iraq, invece, si stringe la morsa sulle posizioni di Daesh nella città vecchia di Mosul: oramai le forze governative si stringono attorno alla Moschea di al-Nuri, il luogo in cui Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato il califfato nel 2014.
questi sviluppi hanno portato il Primo Ministro iracheno, Haider al-Abadi, a dire che la sconfitta militare dello stato islamico è questione di poco tempo: nonostante ciò, sarebbe un errore considerare finita la minaccia di Daesh.

Negli Stati Uniti, dopo la sconfitta subita nelle camere, dove non ha avuto abbastanza voti per smantellare la riforma sanitaria del suo predecessore Barak Obama, il Presidente Donald Trump ha affidato al genero Jared Kushner il comando dell’ufficio che dovrà snellire la burocrazia dello Stato. La decisione potrebbe essere essere un tentativo di aggirare il difficile rapporto che il magnate ha con le istituzioni del suo Paese e perfino con il proprio partito, ma i guai non sono finiti qui: non appena nominato, Kushner è stato convocato dalla commissione che sta indagando sul cosiddetto Russiagate. Il genero del Presidente dovrà chiarire la natura degli incontri avuti con l’Ambasciatore russo a Washington e dei suoi rapporti con la banca statale russa Vnešeconombank.
Oltre ai problemi derivanti dal suo rapporto poco chiaro con il Cremlino, ci sono quelli sull’applicazione del programma (dopo la sconfitta sull’Obamacare, è a rischio anche la sua riforma fiscale) e quelli di politica internazionale: è sempre più teso il rapporto con la Corea del Nord. In rapporto a presunti piani per eliminare il dittatore Kim Jong-Un, il Governo di Pyongyang ha minacciato attacchi preventivi contro Washington e Seul.

In Corea del Sud, invece, continuano i guai per l’ex-Presidente Park Geun-Hye: dopo essere stata riconosciuta colpevole di corruzione e traffico di influenze ed essere stata destituita, ha ricevuto una richiesta di arresto da parte della procura che si occupa del caso.

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