sabato, Agosto 24

Armamenti: Destinazione Sud-Est. Tra libero mercato e responsabilità

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Secondo i dati della Relazione governativa 2017 relativa all’export di armamenti,  nel 2016 sono state concesse autorizzazioni all’esportazione di armi e altri dispositivi militari per il valore di 14,6 miliardi di euro  rispetto ai 7,9 del 2015 e contro una media di 3 per il quinquennio 2010-2014.  Il 60 % è destinato ai Paesi del Maghreb e del Medio Oriente come  Kuwait e  Arabia Saudita.

Se, al momento, il valore delle transazioni effettive è 2,85 miliardi, è previsto che il rialzo della soglia autorizzata determinerà un aumento consistente dell’export. Allegata alla Relazione, troviamo un elenco  predisposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, in cui figurano gli importi segnalati delle esportazioni definitive per gli Istituti di credito coinvolti (le c.d. «banche armate»), come il Gruppo Carige SpA, la Banca Regionale Europea o la Banca Valsabbina. Quest’ultima,  con sede a Vestone (BS), è emersa nell’ultimo anno come un importante ‘canale’ di transazioni legate al mercato estero delle armi.

La Legge n. 185/1990 , riservando all’ambito della e di politica estera e di difesa della Repubblica le decisioni che riguardano il trasferimento di armamenti, contiene precisi divieti in materia. Essa formalizza una reazione della società civile, iniziata negli anni Ottanta, contro il flusso di armi che  dall’Italia partivano verso Paesi in conflitto (come Israele o l’Iran) o posti sotto embargo dalle Nazioni Unite (ad esempio, il Sudafrica). La Legge contiene un richiamo significativo  all’ Articolo 11 della Costituzione, del quale citiamo il primo capoverso: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Tra i divieti che interessano il commercio e la cessione delle licenze produttive, questi non potranno contrastare con la Costituzione né con gli impegni internazionali assunti dall’Italia. In particolare, tali transazioni non dovranno ostacolare la Sicurezza dello Stato, la lotta al terrorismo e i rapporti con altri Paesi, inoltre, dovrà essere assicurata la destinazione finale dei materiali esportati  (Art. 1, c. 5).   Per ciò che riguarda i destinatari, non dovrà trattarsi di Paesi in stato di conflitto armato, posti sotto embargo dall’ONU, né di Stati beneficiari di aiuti allo sviluppo che riservino alle spese militari risorse eccedenti le proprie esigenze di difesa (Art. 6, c. 1). Nella stessa disposizione, alla Lettera d, si legge anche che l’esportazione e il transito di armamenti sono vietati « verso i Paesi  i cui Governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa».

Nell’Art. 27, al terzo comma, leggiamo: «La relazione al Parlamento, di cui all’articolo 5, deve contenere un capitolo sull’attività degli istituti di credito operanti nel territorio italiano nella materia indicata nel comma 1», ossia l’ «esportazione, importazione e transito di materiali di armamento». Questi ultimi sono, per le loro caratteristiche tecniche e di progettazione, «costruiti per un prevalente uso militare o di corpi armati o di polizia» (Art. 2, c. 1): dalle armi chimiche a quelle da fuoco automatiche, dai sistemi elettronici e fotografici ai missili, dagli esplosivi propellenti  agli aeromobili, senza contare tutto l’equipaggiamento  e i materiali destinati al controllo dei dispositivi e all’addestramento militare (l’elenco dettagliato è contenuto nel secondo comma dell’ Art. 2).

Dal 2008, tuttavia, è assente un elenco dettagliato delle operazioni bancarie, che nella Relazione governativa risultano  «segnalate»,  e non «autorizzate» come impone la norma citata, la cui ratio è proprio la promozione della trasparenza.

L’Arabia Saudita che, per mezzo di un Fondo istituito ad hoc e di altri organismi (banche regionali, agenzie internazionali), presta assistenza finanziaria e aiuti a diversi PVS, soprattutto asiatici e africani (tra i quali citeremo la Siria, l’Iraq  e il Pakistan), è uno dei principali destinatari di questo flusso. Se pensiamo all’export di armi come a un processo geopolitico capace di implicare responsabilità che oltrepassano il contesto astrattamente commerciale e coinvolgono problematiche come la lotta all’IS, i flussi migratori e l’alimentazione di conflitti , condizioni come la trasparenza e i divieti legali costituiscono il metro di responsabilità per gli attori coinvolti in questo mercato , oltre al vasto ambito del diritti fondamentali coinvolti nei conflitti armati.

Abbiamo parlato delle implicazioni politiche e dell’efficacia degli strumenti di diritto interno e internazionale in grado di controllare, nel segno della legalità, questa crescita economica con Giorgio Beretta, analista dell’ «Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa» di Brescia.

Dottor Beretta, L’Italia ha assunto un ruolo strategico nel contesto geopolitico mediterraneo, ad esempio quale attore in grado di proporre autonomamente soluzioni inerenti alla gestione dei flussi migratori (pensiamo alla missione «Mare Nostrum»). Come si concilia la responsabilità politica legata a questo ruolo con gli incentivi all’esportazione militare nell’ambito di un mercato che in parte alimenta conflitti in Paesi in cui non vige lo Stato di diritto?  

È proprio questa la questione centrale che il Governo dovrebbe chiarire. I Ministri degli Esteri e della Difesa hanno finora giustificato le crescenti esportazioni di sistemi militari a regimi autoritari noti per le reiterate violazioni dei diritti umani, tra cui soprattutto le monarchie saudite, per il comune impegno nella lotta a Isis-Daesh. I fatti, però, mostrano una verità alquanto differente: gran parte degli armamenti esportati dall’Italia vengono impiegati dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita per bombardare lo Yemen, in un conflitto che non ha ricevuto alcuna legittimazione da parte delle Nazioni Unite.  Al contrario, l’ONU ha ripetutamente denunciato i bombardamenti indiscriminati sulle aree civili, effettuati anche con bombe di fabbricazione italiana.

Inoltre, nessuna iniziativa è stata avviata dai Paesi dell’UE, Italia compresa, per attuare la Risoluzione votata ad ampia maggioranza dal Parlamento europeo che, già dal febbraio del 2016, ha invitato l’Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, nonché Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini ad «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita», in considerazione delle gravi accuse di violazioni del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen.

Il paradosso è che la Farnesina ha recentemente destinato 3 milioni di euro per aiuti umanitari allo Yemen e, contemporaneamente, ha autorizzato l’esportazione ai sauditi di 19.675  bombe aeree per un valore di 411 milioni di euro per continuare a bombardarlo.

Quali sono i criteri di liceità garantiti dalla Legge 185/1990 e in quali casi sono stati realmente rispettati? Esistono Paesi europei più ‘virtuosi’ in tal senso?

La legge 185 del 1990, ricordiamolo, è una legge che è stata ottenuta grazie alle mobilitazioni della società civile. Oltre ai richiami ai principi costituzionali, la legge specifica chiaramente una serie di divieti tra cui, soprattutto, il divieto di esportare sistemi militari «verso Paesi la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione» e «verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». L’unico criterio che, invece, i recenti governi sembrano seguire è quello dell’embargo, internazionale o europeo, delle forniture belliche. Non è un caso che lo scorso anno, proprio riguardo alla questione delle esportazioni di sistemi militari all’Arabia Saudita, l’allora ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio Paolo Gentiloni abbia affermato, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che «l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti»-

Altri Paesi europei, che sostanzialmente hanno normative simili a quelle italiane, come ad esempio la Germania, hanno invece deciso – a fronte del rischio che possano venire impiegate nel conflitto in Yemen – di sospendere tutte le forniture di sistemi militari alle forze saudite.

Nel caso di una totale inapplicazione della Legge 185, esistono strumenti di diritto internazionale e comunitario atti a far rispettare la normativa ? La casistica offre esempi di Paesi sanzionati per mancanza di autorizzazioni o controlli?

Sono due questioni diverse. A livello internazionale, nonostante sia in vigore dal dicembre del 2014, esiste il «Trattato sul commercio di armi» («Arms Trade Treaty»). Sebbene siano numerosi i Paesi che lo hanno firmato e ratificato (tra cui i Paesi UE) c’è il fatto che diversi Stati, tra cui gli USA (che lo hanno firmato ma non ratificato), non vi aderiscono. Per cui le sanzioni, in caso di eventuali violazioni verso questi paesi, risultano difficili. La stessa normativa dell’Unione europea – mi riferisco alla «Posizione Comune» n. 944 del 2008 -, pur essendo una buona normativa, non è una direttiva e, pertanto, non ha valore vincolante né prevede sanzioni.

La legge italiana, paradossalmente, prevede sanzioni verso aziende o privati, ma non verso un governo o gli organi da esso preposti, che non la osservino. Per questo sarà importante vedere gli sviluppi dell’esposto presentato l’anno scorso dalla «Rete Disarmo» in diverse Procure proprio riguardo al caso delle esportazioni di bombe all’Arabia Saudita. Sappiamo che la Procura di Brescia, che ha indagato su eventuali inadempienze dell’azienda produttrice ed esportatrice di queste bombe, ha recentemente inviato il fascicolo alla Procura di Roma che, appunto, è preposta ad indagare su eventuali inapplicazioni delle norme previste dalla legge 185 del 1990.

Alla luce della Sua esperienza di analisi, quali sono i correttivi realisticamente proponibili nel sistema vigente (un’iniziativa legislativa che ridefinisca il bilanciamento dei poteri; la possibilità di adire un’autorità indipendente, nazionale o sovranazionale)?

È un discorso molto ampio, ma credo che si dovrebbe pensare, almeno a livello nazionale, ad una autorità indipendente e autonoma che, pur in dialogo con i vari Ministeri, abbia una sua specifica competenza in materia di esportazione di armamenti. Il compito di questa autorità dovrebbe essere quello di valutare le richieste di esportazioni e di rilasciare le licenze sulla base di una applicazione rigorosa e trasparente dei divieti imposti dalla legge 185/1990. Quello a cui stiamo assistendo in questi anni è, invece, una progressiva trasformazione dell’Autorità ministeriale competente, nello specifico dell’UAMA, in organo atto a promuovere l’esportazione di armamenti.

Anche le recenti audizioni che si sono svolte al Senato indicano il desiderio di alcune parti,  e soprattutto della maggiori aziende del settore, cioè di Finmeccanica-Leonardo e di Fincantieri, di trovare nello Stato non un controllore delle esportazioni, ma una controparte per favorire e promuovere i propri prodotti nei mercati internazionali. Non è un caso che nessuno degli esperti auditi dalla Commissione – a parte noi della Rete Disarmo – abbia indicato come criteri necessari prima di effettuare contratti tra governi (G2G) la necessità che la controparte abbia ratificato il Trattato sul commercio di armi (ATT) e il rispetto dei diritti umani nello Stato controparte.

Voglio essere chiaro: continuare a fornire armi e sistemi militari a regimi autoritari che non rispettano le regole internazionali non solo rappresenta un tacito consenso alle loro politiche repressive, ma finisce per alimentare tensioni e instabilità che non si risolveranno certo aumentando le vendite di armi.

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