lunedì, Agosto 3

Argentina – USA: Trump e il ‘peronista moderato’ Fernández Gli esiti del voto hanno portato a una nuova oscillazione a sinistra, che non potrà non riflettersi sui rapporti fra Buenos Aires e Washington

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Gli esiti del voto dello scorso 27 ottobre hanno portato a una nuova oscillazione a sinistra del pendolo della politica argentina, oscillazione che non potrà non riflettersi sui rapporti fra Buenos Aires e Washington. Gli anni di Mauricio Macri sono stati un periodo di forte convergenza fra le due capitali, sia durante la presidenza Obama sia durante la presidenza Trump. In questo periodo, la posizione del governo argentino si è allineata a quella statunitense su una lunga serie di questioni, che vanno dagli equilibri continentali e internazionali, alle politiche commerciali, alle questioni dell’immigrazione e della residenza. Sia individualmente, sia all’interno del MERCOSUR, l’Argentina ha assunto un atteggiamento di rigido antagonismo verso il Venezuela di Nicolás Maduro, riconoscendo come legittimo Presidente il suo sfidante, Juan Guaidó, dopo la crisi istituzionale della scorsa primavera; essa ha abbandonato, inoltre, il percorso di avvicinamento all’Iran avviato del predecessore di Macri, Cristina Fernández de Kirchner, orientando verso Israele l’asse della politica mediorientale del Paese, cercato di migliorare le relazioni con i grandi creditori internazionali e riavviato le trattative con le organizzazioni finanziarie per alimentare il processo di risanamento e rilancio dell’economia nazionale.

E’ assai probabile che molte di queste scelte sperimentino una revisione con l’arrivo al potere di Alberto Fernández, che si insedierà ufficialmente alla Casa Rosada il prossimo 10 dicembre. Su temi delicati come le relazioni con i Paesi dell’America Latina (Venezuela in primis) il nuovo Presidente si è già apertamente pronunciato a favore di un drastico cambio di rotta. La vittoria di Fernández ha, inoltre, già provocato tensioni con il Brasile di Jair Bolsonaro, che ha accusato il neo-Presidente di indebite ingerenze nei suoi affari interni a causa dei ripetuti inviti rivolti da quest’ultimo alle autorità di Brasilia per la scarcerazione dell’ex Presidente Lula. Il fatto, infine, che Fernández abbia associato il suo nome a quello di Cristina Kirchner, futuro vicepresidente, non semplifica le cose. La presidenza Kirchner (2007-15) è stata un periodo di considerevoli tensioni con Washington, che l’allora Presidente ha apertamente accusato di essere responsabile per il default di Buenos Aires. Tensioni, negli stessi anni, hanno inoltre segnato i rapporti fra Argentina e Gran Bretagna sull’annosa questione della sovranità sulle Falkland/Malvinas, e con diversi Paesi sudamericani a causa del sostegno dato dalla Casa Rosada al Venezuela ‘bolivariano’ di Hugo Chávez e, dopo la sua morte, di Nicolás Maduro.

Sinora, l’atteggiamento di Washington è stato improntato a una sostanziale cautela. A differenza della Kirchner, percepita come una figura marcatamente ‘di sinistra’, Fernández è visto dagli osservatori come un ‘peronista moderato’, che, alla fine, potrebbe scegliere di indirizzare la politica di Buenos Aires lungo una linea sostanzialmente pragmatica. Di fatto, il neo-Presidente ha raccolto la maggior parte dei consensi, più che sulla sua piattaforma di politica estera, sulla promessa di rimettere in senso un’economia che ancora fatica a esprimere ‘fondamentali’ credibili. Da questo punto di vista, mantenere buoni rapporti con organismi a tradizionale guida USA come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale costituisce un passaggio essenziale. Il punto è capire che equilibri si instaureranno in concreto fra il Presidente e la sua vice. Capo del Gabinetto dei Ministri negli anni del predecessore e marito di Cristina, Néstor Kirchner (2003-2008), e poi nei primi anni della successiva amministrazione, Fernández ha legato il suo nome alla ripresa che ha caratterizzato l’economia argentina all’inizio degli anni Duemila; un’eredità che ha svolto un ruolo importante nel suo successo e che ha contribuito ad accreditarne l’immagine moderata in vari ambienti internazionali.

Da più parti è stato osservato come il successo del fronte peronista rischi di alimentare l’attivismo russo e soprattutto cinese in Argentina. Cristina Kirchner in particolare ha espresso più volte il suo favore a un maggiore coinvolgimento di Pechino nell’economia nazionale, anche per contrastare una possibile influenza statunitense. Al momento, sembra tuttavia difficile che questi auspici si possano realizzare. La Cina è, oggi, il principale creditore di Buenos Aires, il maggiore mercato di sbocco del suo export e dal 2007, al di là dei presidenti che si sono succeduti alla Casa Rosada, ha investito nel Paese qualcosa come 17 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali. D’altra parte, la mancanza di stabilità economica è vista da Pechino come un ostacolo importante a un maggiore coinvolgimento nel Paese sudamericano; un ostacolo che difficilmente potrà essere rimosso in tempi brevi e senza un impegno diretto o indiretto di Washington. Negli scorsi mesi, inoltre, l’amministrazione Trump ha messo chiaramente in luce le sue riserve a una presenza massiccia di interessi cinesi nel tradizionale ‘cortile di casa’ degli USA; un fatto, questo, che concorre a spiegare la riluttanza sinora espressa da Argentina, Messico e Brasile verso un coinvolgimento nella ‘Belt and Road Initiative’ e che, anche in questo caso, l’arrivo di Alberto Fernández alla presidenza difficilmente potrà cambiare.

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