mercoledì, Novembre 25

Argentina, docenti in sciopero field_506ffb1d3dbe2

0

Kirchner arg

Felipe sarebbe stato contento. L’amico di Mafalda, in cui Quino aveva riversato in modo estremo tutti i timori infantili verso compiti ed interrogazioni, di certo avrebbe visto realizzarsi quel suo sogno espresso in molteplici varianti nella storia della celebre tira argentina: la scuola chiusa fino a data da destinarsi. È questo, infatti, quel che sta accadendo nella Provincia di Buenos Aires, dove gli insegnanti stanno scioperando ormai da quasi tre settimane, al punto da aver proprio costretto le autorità a rinviare l’inizio dell’anno scolastico. Non è però solo il sistema educativo della provincia a poter risultare danneggiato dallo scontro: anche il peronismo kirchnerista potrebbe infatti uscire indebolito dal confronto coi sindacati, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno. Manca infatti ancora molto alle elezioni dell’ottobre 2015 ed alcuni tra i possibili successori della Presidente Cristina Fernández de Kirchner potrebbero incontrare ostacoli alla propria candidatura. È successo, ad esempio, con l’attuale Vicepresidente Amado Boudou, le cui possibilità sembrano esser state recise dal ‘caso Ciccone’. Potrebbe succedere con l’attuale candidato principale del Frente para la Victoria, il Governatore della Provincia di Buenos Aires Daniel Scioli, qualora non riuscisse a trovare un accordo coi docenti.

Docenti che, come si diceva, sono in sciopero ormai dall’inizio del mese. La ragione è molto semplice: la richiesta di un adeguamento salariale per il nuovo anno (ricordiamo che, essendo l’Argentina nell’emisfero australe, in questo momento è da poco iniziato l’autunno), al momento soddisfatta solo in alcune province. Il problema, infatti, non è sorto negli ultimi giorni: già il 20 febbraio era stata convocata la ‘paritaria docente, vale a dire il tavolo di consultazioni fra rappresentanti dei docenti ed i dirigenti del settore. Tuttavia, nonostante il Capo di Gabinetto Jorge Capitanich puntasse a raggiungere l’accordo già il 25, la tensione tra le maggiori sigle sindacali ed il Governo federale era palpabile e l’accordo risultava ben lungi dall’essere raggiunto con facilità, vista l’intenzione del secondo di proporre un incremento delle retribuzioni pari al 22% e le prime a reclamare venti punti percentuali in più. Difatti, benché l’inizio del nuovo anno scolastico fosse previsto fra il 26 febbraio ed il 5 marzo, a seconda della località, alla vigilia della seconda data erano ancora 19 le Province argentine i cui istituti scolastici risultavano chiusi per lo sciopero indetto dai sindacati: questo anche se accordi contrattuali con aumenti di poco più del 30% erano già stati raggiunti in alcuni distretti quali CórdobaSanta FeSan LuisLa Pampa e la città autonoma di Buenos Aires. Già due giorni dopo, comunque, la fine degli scioperi di 48 ore decretava la ripresa della regolare attività scolastica in alcune Province, tra cui CórdobaLa RiojaSan JuanTierra del Fuego e La Pampa. Rimaneva aperto, però, il fronte della Provincia di Buenos Aires: la più popolosa della Federazione.

Ancora l’11 marzo, la Provincia amministrata dall’ex Vicepresidente peronista Daniel Scioli rimaneva ancora con le aule deserte. «Continuiamo con lo sciopero a tempo indeterminato», annunciava il Segretario Generale dell’Udocba (Unión de Docentes de la Provincia de Buenos AiresMiguel Díaz dopo aver rifiutato, insieme agli altri sindacati, il 30% di incremento salariale proposto dall’amministrazione provinciale: una proposta che superava di cinque punti quella precedente e che, proprio per questo, spingeva le sigle a chiedere di più. Ed a trasferire l’onere dei disagi allo stesso Scioli: «il Governo ha nelle sue mani la possibilità di risolvere questo conflitto. Non può essere che stiamo ancora discutendo» erano le parole di Roberto Baradel del Sindicato Unificado de Trabajadores de la Educación de Buenos Aires (Suteba). Il Governo, dal canto suo, non stava a guardare: già il 4 marzo, vista l’assenza di progressi nelle trattative, invocava la conciliazione obbligatoria, cioè uno strumento giuridico risalente al 1996 che, mentre impone alle parti in causa di cercare una risoluzione condivisa, vieta loro di adottare misure sindacali come gli scioperi. La decisione non aveva però effetto: oltre al proseguimento dello sciopero, già descritto, i sindacati rifiutavano la misura in quanto contraria al diritto (improcedente) – lanciando così una sfida di resistenza ad un Governo che alterna i toni più distensivi di Capitanich a quelli della Viceministra per il Lavoro Noemí Rial, per cui il rifiuto della conciliazione sarebbe stato possibile solo «qualora non venisse pagato lo stipendio, e ciò non sta succedendo. Se non accettano questa conciliazione obbligatoria, li intimeremo a farlo. Se continuano a non rispettarla, applicheremo sanzioni economiche ed eventualmente chiederemo alla Giustizia che ne sospenda la personalità sindacale».

E, infatti, gli ultimi sviluppi della vicenda hanno avuto luogo in un’aula di tribunale. Il 22 marzo, il giudice Francisco Terrier ha infatti accolto la richiesta del Defensor del Pueblo Carlos Bonicatto perché lo sciopero degli insegnanti bonaerensi abbia termine. I sindacati, ovviamente, «possono fare appello, ma questo non impedisce che si mantenga la vigenza» della sentenza, ha chiarito lo stesso Bonicatto, ottenendo però come risposta il comunicato di Suteba e Feb (Federación de Educadores Bonaerense) secondo il quale «la sentenza è incostituzionale, dimostra parzialità ed è viziata da irregolarità gravi come la scelta premeditata del giudice», ragion per cui veniva minacciato anche un ricorso all’Organizzazione Internazionale del Lavoro per violazione del diritto di sciopero e della libertà sindacale.

Non sembra necessario giungere a questo livello, tuttavia, per scorgere segni di nervosismo nelle sedi di Governo, sia federale che provinciale. Questo anche perché, nonostante gli attriti fra Casa Rosada e gremios non rappresentino una novità, rimane che le grandi sigle sindacali sotto cui si collocano le principali organizzazioni lavorative in lotta hanno forti collegamenti con il peronismo. CTERA e Suteba, ad esempio, sono prossime alla Central de Trabajadores de la Argentina di Hugo Yasky, sorta nel 1991 nell’ala sinistra del peronismo in risposta alle politiche di privatizzazione dell’allora Presidente Carlos Menem. Ma gli scioperi hanno visto anche la partecipazione di sindacati affiliati alla storica Confederación General del Trabajo (ad esempio, l’Unión de Docentes Argentinos ed il Sindicato Argentino de Docentes Privados) guidata da Antonio Caló ed ancor più vicina all’ala kirchnerista del Partido Justicialista (PJ). La vicinanza ideologica, tuttavia, non ha impedito che recentemente sorgessero divergenze riguardo alla politica economica di Fernández: proprio Caló aveva infatti sostenuto che inflazione e svalutazione avrebbero portato ad una situazione in cui «alla gente non rimane abbastanza per poter mangiare», critica a cui la Presidente aveva risposto che «non ci sono lavoratori che muoiono di fame», ma che aveva invece trovato il sostegno di Yasky. Né, ora, le affinità peroniste hanno attenuato le rivendicazioni dei docenti della Provincia governata da una delle personalità più accostate alla successione presidenziale del 2015.

Neanche Scioli, che è anche il Presidente del PJ, ha  d’altronde avuto un atteggiamento conciliante. Il 17 marzo, a seguito dei ripetuti fallimenti delle trattative, La Plata passava all’offensiva, decidendo di seguire le indicazioni di Rial: forzare i sindacati a rispettare la conciliazione obbligatoria e controllo delle scuole per tutelare i maestri che volessero iniziare le lezioni da possibili pressioni sindacali. Inoltre, Scioli ricorreva all’opinione pubblica, diffondendo dati di sondaggi che rivelavano l’insoddisfazione dei cittadini verso lo sciopero, e a metodi più concreti, ossia sottraendo i giorni persi per lo sciopero dagli stipendi dei docenti. Ma la strategia scelta dal Governatore non ha fatto che aumentare la tensione, anche a causa di ulteriori decisioni unilaterali che, di fatto, svilivano le già ardue trattative: l’esempio più lampante è dato dall’aumento salariale effettuato da Scioli secondo le percentuali rifiutate dai sindacati, ma anche dalle accuse di un «retroscena politico» dietro all’ostinazione di questi ultimi nel proseguire la lotta. Si tratta, nello specifico, di accuse di complicità tra Baradel ed il dissidente peronista Sergio Massa, già Capo di Gabinetto sotto la Presidente Fernández ed ora a capo del Frente Renovador. Accuse nate da immagini in cui i due apparirebbero insieme, ma le cui conseguenze politiche sarebbero tutte da dimostrare, dato che Massa, per la sua inclinazione neoliberista, sembra distanziarsi notevolmente dall’area politica della CTA: infatti Baradel ha smentito immediatamente l’accostamento. È comunque vero che Massa sta cercando di far sentire la propria voce, approfittando del dissidio fra sindacati e Governo. In realtà, il fuoriuscito del PJ non sembra proporre nessuna proposta concreta, fuorché un invito, abbastanza banale, affinché i contendenti si assumano le proprie responsabilità verso la cittadinanza, esasperata dal conflitto.

Il fatto è che lo scontro coi sindacati offre a Massa, già trionfante alle elezioni dello scorso novembre, la possibilità di mantenere il proprio ruolo di principale avversario di un kirchnerismo apparentemente allo sbando. Politiche economiche fallimentari e scandali giudiziari sembrano infatti segnare ogni giorno di più la fine della cosiddetta ‘era K’, mentre l’incrinarsi di rapporti storicamente più ampi, come quelli tra sindacati e PJ, potrebbero quasi far pensare ad un tracollo epocale come quello vissuto dall’Unión Cívica Radical dopo la Presidenza di Fernando de la Rúa. Così, mentre oggi è prevista una giornata di mobilitazione nazionale indetta dalla CTERA per imporre al Ministero dell’Educazione la necessità di affrontare «tutti i conflitti non risolti» in ambito educativo, Scioli e Fernández dovranno capire come affrontare i propri, di conflitti non risolti.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore