sabato, Ottobre 24

Argentina, ci risiamo: nuovo default in vista L'Argentina sta cercando di concludere i negoziati sul debito con i creditori entro la fine di marzo. Ma la capacità del Paese di far fronte ai propri debiti si è fortemente deteriorata

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Argentina, ci risiamo. Ieri, al termine di una ‘visita’ di una settimana a Buenos Aires, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha dichiarato il debito argentinoinsostenibile’, essendo arrivato al 90% del PIL, sia economicamente che politicamente.
Insomma, siamo alle soglie del default numero 9.
Il primo nel 1824, l’ultimo nel 2001, in mezzo c’è stato il collasso del 1989, che costrinse l’allora presidente Raul Alfonsin a dimettersi e tutta una serie di presidenze, debiti stratosferici e fallimenti.Il più spettacolare, quello che è rimasto negli occhi non solo degli argentini, è quello del 2001, di fatto dichiarato nel 2002, con il Presidente Fernando De la Rúa che, nel bel mezzo della peggiore crisi della storia del Paese, ‘spiccava il voloin elicottero dal tetto della Casa Rosada, lasciando la presidenza a Adolfo Rodríguez Saá, che durò solo una settimana in carica, giusto il tempo di dichiarare il default, l’inizio di una una dolorosissima crisi sociale ed economica.

L’FMI, dichiarando, di fatto, il default argentino -ma qualche possibilità di evitarlo c’è ancora, ha affermato che gli obbligazionisti nei negoziati con il Paese dovrebbero dare un contributo significativo per aiutare a risolvere la crisi. Come dire: che se non si procede a qualcosa di molto simile a un azzeramento del debito il grande Paese latino americano non farà altro che passare da un default all’altro. Di mezzo c’è tutta la ‘liturgia’ della situazione.

Formalmente Buenos Aires sta ancora lottando per evitare il default di circa 100 miliardi di dollari in prestiti e obbligazioni, nella coda di una recessioneche ha morso pesantemente. L’Argentina sta cercando di concludere i negoziati sul debito con i creditori entro la fine di marzo. Ma la capacità del Paese di far fronte ai propri debiti si è fortemente deteriorata rispetto a metà del 2019, quando FMI definì la situazione del Paese come «sostenibile, ma non con alta probabilità». Ora il Fondo sostiene che il Paese ha bisogno di una «operazione di debito definitiva», appellandosi, appunto, al ‘buon cuore’ dei creditori.

Una dichiarazione di chiaro sostegno al nuovo Governo peronista, che, molto schiettamente ha sostenuto che non può pagare i suoi debiti se non gli viene concesso il tempo di rilanciare la crescita: «Se dovessimo pagare … getteremmo l’economia nella disperazione assoluta. Per pagare, dobbiamo prima crescere», ha dichiarato il Presidente Alberto Fernández, che con il Fondo fino ad ora non ha avuto i buoni rapporti che aveva costruito l’ex Presidente, Mauricio Macri, tanto da riuscire ottenere, nel 2018, dall’allora Presidente FMI Christine Lagarde, un prestito che è stato il più alto mai concesso nella storia del Fondo, 56,3 miliardi di dollari (erogati al momento 44). Una dichiarazione, quella del Fondo, che ha dato al Ministro dell’Economia argentino, Martin Guzman, una ottima leva per chiedere ai creditori di accollarsi perdite sostanziose.
Secondo gli analisti finanziari ciò implicherebbe un periodo più lungo di ristrutturazione e un periodo più lungo per il ritorno sul mercato, con l’appoggio dell’FMI su questo modo di procedere nei piani di ristrutturazione.

Il Fondo, per il Paese, è sempre stata, da 60 anni a questa parte, una presenza quasi offensiva. Ha un’immagine molto negativa, è considerato responsabile delle ultime due grandi crisi, quella del 2001 e del 2018, è considerato latore di recessione, depressione, insomma povertà in nome della ‘salute’ dei conti, che di fatto non c’è mai stata davvero, infatti gli analisti sostengono che i prestiti del FMI hanno aggravato le recessioni, invece di contribuire a uscirne. Ora la ‘disponibilità’ del Fondo sorprende gli argentini e i creditori. «Lo scenario peggiore per gli obbligazionisti sarebbe che il FMI emettesse una dichiarazione a sostegno di un taglio profondo o di un taglio di capitale dovuto agli obbligazionisti», ha dichiarato a ‘Reuters’, Fernando Marrul, direttore consulenza di FM & Associates.

L’atteggiamento del Fondo sta sorprendendo, dopo una storia molto travagliata, iniziata nel 1956, durante la dittatura del generale Pedro Aramburu. Dal ritorno del Paese alla democrazia, nel 1983, l’Argentina ha intrapreso 11 piani con il FMI.

Le relazioni sono state sospese nel 2006, quando l’allora Presidente Néstor Kirchner -il capo del gabinetto era l’attuale Presidente Fernández – cancellò un debito di 9,6 miliardi di dollari ancora dovuto al FMI. L’agenzia ha quindi interrotto le visite periodiche e le relazioni sullo stato dell’economia. Anche il successivo Governo, quello della moglie Néstor, Cristina Fernández de Kirchner, attuale vicepresidente dell’Argentina, ha tenuto le distanze dall’FMI.
Dall’arrivo di Macri alla Casa Rosada le cose sono cambiate, il Paese ha nuovamente aperto i canali con l’FMI. In attesa di investimenti esteri che alla fine non sono arrivati nelle dimensioni sperate, Macri ha iniziato a emettere debito fino a quando un aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, a metà 2018, ha allontanato il capitale, innescando una crisi valutaria, svalutazione e un aumento dell’inflazione che ha spinto l’Argentina chiedere aiuto al FMI.

La recessione iniziata nel 2018 ha fatto perdere all’Argentina, in due anni, oltre il 6% di Pil, e le ultime stime della Banca Mondiale e dell’Fmi prevedevano per quest’anno una contrazione del Pil dell’1,5%. L’inflazione galoppa, ora è al 40%. I disoccupati crescono e cresce il tasso di povertà,quasi al 40%, al di sotto della soglia di povertà sono 10.015.728 persone, l’indice di indigenza -persone che non possono soddisfare i loro bisogni minimi di alcun tipo- è arrivato al 7,7%. I risparmi vengono cambiati in dollari e portati lontani dalle banche argentine.

Ora il Fondo sta sostanzialmente cercando di tenere in piedi l’Argentina appellandosi ai creditori, e questo, però, è l’unico sostegno che può dare, visto che direttamente non può fare più di tanto, considerato le regole interne inderogabili, per tanto il debito che il Paese ha direttamente con il Fondo, 44 miliardi di dollari, non può essere tagliato, per quanto alcuni economisti sostengano che il margine di trattativa si attesterebbe sul 25%.

Resta ottimista il Presidente Fernandez «Se tutte le parti si dimostrano disposte ad accordarsi», l’Argentina potrà «crescere di nuovo» e rispettare i suoi impegni, ha detto il Presidente, aggiungendo.
Da parte sua il Ministro dell’Economia Martin Guzman ha dichiarato che l’obiettivo è«raggiungere una risoluzione coerente della crisi economica e sociale in cui l’Argentina è immersa».

A fine dicembre il debito lordo dell’Argentina continuava a lievitare, ammontando a 323,177 miliardi di dollari, di cui circa 194 miliardi di dollari di debito pubblico a medio e lungo termine.

Secondo alcuni analisti è possibile che la trattativa qualche margine di riuscita l’abbia, anche considerando, e il Fondo Monetario Internazionale non può fare a meno di farlo, e per questo si adopererà nell’opera di convincimento degli altri creditori, che in una crisi globale come quella attuale un Paese come l’Argentina in una nuova crisi economico-sociale modello quella successiva all’ultimo default sarebbe una bomba sociale pericolosissima. Non è trascurabile neanche il fatto che molti altri Paesi dell’America Latina sono in difficoltà, più o meno gravi, ma di sicuro non in buona salute.

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