sabato, Settembre 19

‘Aree interne e marginali’: là dove il guardo non è più proiettato verso l’orizzonte Mezzogiorno (ma non solo): il Rapporto Svimez descrive una condizione peggiore di quella che trovò Carlo Levi quando ‘Cristo si è fermato a Eboli’

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In una Costituzione come la nostra, in cui i padri pensavano persino a come tutelare la corrispondenza, perché gli italiani si sentissero liberi e tutelati nell’espressione del proprio pensiero, che resta impresso sulla carta e nell’inviolabilità di un’interazione privata, la salute è, insieme, bene comune e misura della tenuta civile di un contesto che possa dirsi coeso e basato sull’uguaglianza e sulla solidarietà (due degli ineludibili principi della nostra Costituzione).
Oggi, forse, la prova più tangibile del degrado di cui ognuno di noi è partecipe, possiamo proprio individuarla nella diseguaglianza che regna in Italia per quel che attiene alla relazione con la salute.

Il rapporto Svimez 2019 sancisce una tendenza che va avanti da anni e che vede gran parte del territorio italiano abbandonato a se stesso, dimenticato, lontano dai riflettori della comunicazione e del tutto cancellato dall’Agenda politica di senso, quella che guarda alla necessità di fare le cose piuttosto che di declamare. Nel nostro tempo chiamano questo territorio aree interne e marginali, si tratta di quei mondi straordinari descritti (guarda caso) da un medico, che era anche uno scrittore e un artista, mandato al confino in Basilicata dai fascisti che si accorge della grandiosità di quel mondo fermo, continuamente bastonato dai potenti e offeso dall’ignavia della borghesia. Carlo Levi, il medico, scriveva di queste ‘aree’ alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ‘Cristo si è fermato a Eboli’ fu pubblicato settantacinque anni or sono.
Nelle pagine straordinarie di quel libro straordinario
si affermava con chiarezza quanto fosse urgente per un Paese che ambisse a definirsi civile rimuovere le precondizioni che rischiavano di inaridire quel paesaggio umano di pura bellezza perché intriso di purezza (che erano i contadini) ma costretto a una povertà che era un’offesa per chiunque ne fosse stato a conoscenza.

Il Rapporto Svimez prima richiamato descrive una condizione per certi versi peggiore di quella che trovò Carlo Levi, perché allora lui si trovò di fronte al valore di un’identità che si basava sulla forza di chi non ha niente ma che difende quel niente perché lo sente come il dono attorno cui determinare quella condivisione e quel bene che unisce e ti permette di andare avanti, dialogare con il sole e contentarti del giorno che ti viene regalato ogni giorno. Oggi non è così, da quel mondo i giovani vanno via, i bambini non nascono, gli uomini e le donne non lavorano e i vecchi (non so se quelli della terza o della quarta età, definizioni che non capisco molto) si lasciano andare. Si, sempre seduti davanti al bar (quando c’è ancora un bar) ma con il guardo che non è più proiettato verso l’orizzonte che vi è davanti, piuttosto fermo -il guardo- sul proprio mondo che è fermo anche perché quelli che avrebbero dovuto determinare futuro se ne sono andati.
Vi sono comuni, nel nostro Mezzogiorno ma anche tanti luoghi del Nord, lontani dalle città, dove non vedi un pediatra manco a pagarlo oro. In questi luoghi ci sono famiglie in cui per assistere i malati di Alzheimer, piuttosto che di Parkinson o di qualche altra malattia degenerativa di quelle che ne vedi sempre di più anche a causa dell’invecchiamento della popolazione, devi lasciare il lavoro perché l’assistenza non te la passa nessuno e perché se volessi impegnare due badanti lo stipendio non ti basterebbe, e in queste aree se ti viene un infarto o un ictus non ce n’è, non ce n’è.
Ma a noi l’informazione rimanda la cartolina dei programmi in cui si esaltano le tipicità, questerobe non le racconta nessuno, come nessuno racconta che la difesa del territorio, la questione del clima, il ritorno a una economia di sistema e soprattutto il recupero di una dimensione civile, passano da questa verità e passano attraverso un progetto ampio e capillare che sia in grado di riequilibrare lo stivale decompulsando demograficamente le città e incentivando la natalità in quel 60% di Italia che chiamano ‘aree interne e marginali’.

Intanto chiudono le scuole, tornano le pluriclassie ci sono bambini che al mattino per arrivare ‘A SCUOLA!!!’ fanno uno straviaggio. Il tempo pieno? No, semplicemente no. E allora lo straviaggio devi farlo anche per tornare a casa a mangiare.
E il medico di famiglia? Si, c’è ancora, viene una volta alla settimana, a casa non ti verrà a visitare, non si fa più, al massimo chiami la guardia medica che sa poco di guardia e in quanto a esperienza di medicina... Ci mandano i neolaureati, che ce la mettono tutta, ma…
Poi di servizi primari ce ne sono anche altri, come la mobilità per esempio, e la situazione pensate sia migliore? Immaginate di essere un ragazzo di vent’anni che da Caggiano (è un luogo meraviglioso che non vi descrivo perché sarebbe il caso vi documentaste) vuole andare all’Università
che se la vuoi vivere davvero l’università ci vai ogni giorno ci impiega molto più di due ore per Salerno, anzi, per Fisciano, perché De Mita l’Università di Salerno volle che fosse a mezza strada tra Avellino e Salerno, appunto. Immaginate qual è il costo di tutto questo. La Comunità Europea ci dice che abbiamo un numero troppo basso di laureati e mi verrebbe da dire ‘ma ste robe questi della Comunità europea non le sanno’.

Non è una lamentazione, attenzione, è, semplicemente, la descrizione di uno stato dell’arte che incombe anche sulle città e sui ragazzi che vivono la condizione delle città, patologica anch’essa per fattori che derivano dallo squilibrio che rende le città dei conglomerati cementizi umanoidi dediti al consumo e le aree interne il luogo dello stallo in cui non reggono neanche le stalle.

Qualcosa, però, si muove. Quello slow che anche grazie a Carlo Petrini ha preso piede nel comune intendere e sentire sta, in qualche modo, determinando una visione di interessi utile che ci permette di dimensionare in maniera più adeguata le grandi possibilità che possono provenire da un’idea innovativa nella relazione con la ruralità.
Restiamo in attesa che questo Governo provi a passare ai fatti, la strategia per le aree interne è stata scritta già da qualche anno,
andrebbe finanziataperò, e si tratterebbe soltanto di cambiare qualche indirizzo di bilancio non di sborsare più soldi. Ma questo prevede che la battaglia contro i privilegi diventi più vera e cruenta.

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Sull'autore

Laurea in Lettere e Filosofia, esperto (per impegno non per capacità ...) di comunicazioni di massa e storia dell'arte, da trent'anni opera nel mondo istituzionale da manager della cultura intesa come volano di qualificazione e sviluppo sociale. Ha scritto e scrive saggi di storia dell'arte e di pedagogia, muove il suo giorno nell'intento di determinare un quadro di futuro più in linea con l'essere e lontano dal consumo generato nel tempo di una globalizzazione sbagliata per principi e modalità di affermazione.