venerdì, Dicembre 13

Arbitrato internazionale, s’ha da rivedere La petizione europea contro le corti arbitrali internazionali incluse nei trattati commerciali UE- L’intervista ad Alberto Zoratti, Presidente di Fairwatch

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In occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, una coalizione transnazionale di oltre 150 organizzazioni non governative ha lanciato la petizione internazionale Stop ISDS – Rights for People, Rules for Corporations in 16 Paesi membri dell’UE per chiedere alle istituzioni e governi d’Europa di cancellare i dispositivi di arbitrato contenuti nei trattati commerciali  in vigore o in corso di negoziazione e di sostenere l’adozione di una carta delle Nazioni Unite sul rispetto dei diritti umani da parte delle multinazionali. “La petizione è uno degli strumenti di una campagna europea che nasce in senso alle organizzazioni che da anni si battono contro gli aspetti più negativi e pericolosi dei trattati commerciali internazionali per i diritti sociali, ambientali e del lavoro: in primo luogo proprio i tribunali arbitrali internazionali a tutela degli investitori”, dichiara Aberto Zoratti, presidente di Fairwatch, fra le ONG impegnate a sostenere la campagna europea Stop ISDS. L’iniziativa europea si rivolge agli accordi recentemente approvati, come il Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) fra UE e Canada del febbraio 2017 e il Japan-EU Free Trade Agreement (JEFTA) che ha avuto il via libera dalle istituzioni europee lo scorso dicembre 2018, e ai trattati bilaterali ancora sui tavoli dei negoziati, come la partnership fra l’Unione e Singapore su cui il Parlamento europeo dovrà esprimersi il prossimo 12 febbraio, senza dimenticare la più nota Transatlantic Trade and Investment Partneship (TTIP) fra Stati Uniti ed Europa, attualmente bloccata per volontà del Presidente Trump, ma le cui trattative per una sua ‘riedizione’ meno ambiziosa sarebbero riprese la scorsa estate.

Oggetto della denuncia sono i meccanismi di risoluzione delle controversie fra investitori e Stati posti a tutela di quelle aziende che si reputino danneggiate nei loro investimenti dai provvedimenti adottati dei governi di Paesi aderenti agli accordi commerciali internazionali negoziati dall’UE. L’istituzione di simili corti arbitrali internazionali nel quadro dei trattati commerciali di nuova generazione è resa necessaria secondo i negoziatori per assicurare un’effettiva garanzia agli investimenti privati secondo i termini previsti dagli stessi accordi. Di contro, movimenti e organizzazioni della società civile puntano il dito contro un sistema che   permette agli investitori di citare in giudizio i governi per ogni misura tale da creare distorsioni nei mercati, limitare le attività commerciali e i rendimenti attesi sugli investimenti effettuati, con penali da miliardi di dollari, il tutto a scapito delle politiche sociali, salariali e per l’ambiente. “La nostra campagna mira a contrastare gli elementi degli accordi commerciali che conferiscono alle aziende un potere tale da minare ai diritti fondamentali e alla capacità degli Stati di garantirli. Si tratta di misure a solo favore dei profitti e scapito dei diritti”, precisa Zoratti. “Gli arbitrati internazionali a tutela degli investimenti sono proprio lo strumento principale in tale senso che fa pendere i rapporti di forza a favore dei privati”.

I tribunali arbitrali per la composizione delle dispute fra investitori e Stati, l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement) sono uno strumento di diritto internazionale affermatosi a partire dagli anni ‘80 e ormai largamente diffusi negli accordi commerciali bilaterali e multilaterali. In quanto corti giudiziarie istituite ad hoc, con arbitri e procedure definiti in accordo alle convenzioni e regolamenti di arbitrato internazionali. Secondo le stime dell’UNCTAD dal 1987 al 2017 sono stati 855 i procedimenti aperti contro 48 governi nel quadro delle clausole arbitrali ISDS  previsti in accordi di investimento internazionali, il 70% dei quali nel settore dei servizi e un quarto delle cause concluse a favore degli investitori, con una media di compensazioni ai danni degli Stati per 1,3 miliardi di dollari. “I dati UNCTAD mostrano bene come lo Stato in ogni caso risulti sempre perdente a seguito di cause nel sistema ISDS: anche quando non perdono e non devono pagare compensazioni economiche ai privati, le spese legali sostenute rappresentano comunque risorse pubbliche sottratte ai cittadini”, chiarisce Zoratti. Come mette in evidenza il rapporto ‘Diritti delle persone; regole per le multinazionali’ curato dallo stesso Zoratti e da Francesco Panié, su 195 cause concluse negli ultimi trent’anni, i governi hanno dovuto sborsare più di 84 miliardi alle multinazionali e imprese private a seguito di sentenze sfavorevoli (67,5 miliardi) o per patteggiamenti (16,9 miliardi): ‘soldi sottratti a politiche sociali, ambientali e salariali’, denuncia il comunicato stampa di Stop ISDS Italia.

Corti di arbitrato sono incluse nel accordo di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico (il NAFTA) e previste nei trattati del Trans-Pacific Partnership (TPP) e nelle bozze del TTIP, l’accordo commerciale fra Stati Uniti ed UE attualmente a un punto morto. Il sistema ISDS introdotto nella proposta di accordo sul TTIP è stato fra i principali bersagli della straordinaria mobilitazione europea nel 2015, anche a seguito della quale la Commissione europea – negoziatrice degli accordi commerciali secondo i Trattati dell’Unione – ha profondamente rivisto le clausole istitutive dell’ISDS, proponendo un nuovo sistema più stabile e con procedure più certe, l’Investor Court System. Un sistema introdotto nel CETA e previsto nei prossimi trattati in corso di negoziazione, contro cui si indirizza la campagna Stop ISDS. “L’ICS ha rappresentato un passo in avanti, reso possibile principalmente grazie alla mobilitazione di milioni di cittadini in tutta Europa, ma non ha risolto per nulla il problema di fondo. Se alcune criticità del primo sistema ISDS proposto nel TTIP sono state affrontate, come il carattere di permanenza della corte arbitrale e la maggiore trasparenze delle procedure, gli standard di riferimento utilizzati per il giudizio da parte degli arbitri designati sono gli stessi previsti dalle convenzioni internazionali e dall’ISDS”, spiega Zoratti. “Si tratta di standard che guardano esclusivamente alla tutela degli investitori rispetto alle loro aspettative di profitto e alla distorsione dei mercati da parte del settore pubblico, secondo i termini degli accordi commerciali, senza alcuna considerazione per tutti quegli aspetti legati alla tutela dei diritti sociali, ambientali e salariali per gli Stati chiamati in causa. Allo stesso modo gli arbitri saranno comunque selezionati da collegi e studi legali specializzati in commercio internazionale, con competenze quindi ristrette che esulano da considerazioni più ampie, come quelle legate ai diritti umani e ambientali”.

Ma quale l’alternativa a un sistema che rischia di legare le mani degli Stati agi interessi delle grandi multinazionali? “Noi non crediamo che il protezionismo à la Trump sia la risposta; non crediamo in un’utopica autarchia. Crediamo che il commercio internazionale deve essere vincolato al rispetto di standard minimi legati ai diritti sociali e ambientali”, precisa il presidente di Fairwatch. “Negli anni l’obiettivo delle nostre organizzazioni è stato quello di riformare profondamente le modalità di discussione e decisione a livello europeo sui trattati commerciali, chiedendo ad esempio che i capitoli degli accordi sul rispetto dei diritti umani e ambientali diventassero sempre vincolanti nel mandato assegnato alla Commissione dal Consiglio, oppure la richiesta di maggiori margini di flessibilità per consentire agli Stati membri di difendere le economie nazionali, il tutto garantendo il pieno coinvolgimento della società civile durante tutto il processo”.

Da qui il secondo obiettivo fondamentale della petizione e della campagna europea di Stop ISDS. “La nostra campagna, accanto alla ridiscussione del sistema degli arbitrati internazionali sul commercio, chiede ai governi europei un impegno concreto nel sostenere la commissione delle Nazioni Unite impegnata a formulare la proposta di un trattato internazionale che vincoli le imprese al rispetto dei diritti umani e di standard minimi ambientali, del lavoro e delle comunità locali. Fino ad oggi non è esistito nulla del genere a disciplinare gli ISDS”, spiega Zoratti. Nel 2014 il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito un gruppo di lavoro inter-governativo sul rapporto fra multinazionali, imprese e diritti umani, sotto la spinta politica e la guida dell’Ecuador, per la creazione di un accordo che obblighi ogni impresa transnazionale al rispetto di standard minimo in tutte le diverse fasi dei processi produttivi delle catene globali del valore. Lo scorso 15-19 ottobre si è svolto il quarto incontro del gruppo di lavoro permanente, i cui progressi nella definizione del trattato ONU sono ancora scarsi, anche per lo scarso sostegno politico fornito dai governi dell’Unione europea. Poche settimane prima il Parlamento europeo aveva adottato una risoluzione con cui aveva chiesto ai negoziatori rappresentanti dell’UE di offrire il massimo supporto e impegno per l’adozione del trattato.

“Il cammino del trattato ONU è ancora lungo. Le prime bozze sono incoraggianti, ma mancano ancora aspetti per noi decisivi e su cui insisteremo nella nostra campagna: in primo luogo il requisito di obbligatorietà e le relative sanzioni contro le imprese che non rispetteranno gli standard minimi. Lobby internazionali ed europee rappresentative del mondo del business, come BusinessEurope, stanno facendo forti pressioni per scongiurare ogni misura sanzionatoria. Senza di esse un simile trattato rischierebbe di  restare lettera morta, come è facilmente immaginabile. Per questo è oggi più che mai necessario e urgente mobilitarsi. Come organizzazioni e movimenti sociali noi metteremo tutta la nostra energia per arrivare un trattato che cambi radicalmente l’approccio delle imprese al rispetto dei diritti e dell’ambiente”.

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