lunedì, Settembre 28

Arabia Saudita: tra Coronavirus COVID-19 e petrolio, la sfida di Mohammed Bin Salman L’emergenza sanitaria grava sull’economia globale e sul settore petrolifero. Per il Principe ereditario, prove tecniche da Re dall’esito tutt’altro che scontato

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Tra l’emergenza Coronavirus, la crisi economica e petrolifera, il mondo vive un momento molto delicato. Sono ormai più di due milioni e mezzo i casi di contagi a livello globale e, due giorni fa, a causa di una domanda azzerata per il lockdown e le restrizioni in molti Paesi, i future del West Texas Intermediate (Wti), con contratto in scadenza a maggio, sono finiti, per la prima volta nella storia, in territorio negativo, scambiati a -37,63 dollari al barile.

A fronte di tale crollo, l’Arabia Saudita ha dichiarato che “monitorerà attentamente” i mercati petroliferi e si è detta pronta a intraprendere “qualsiasi ulteriore azione” dopo lo storico crollo dei prezzi del greggio. Tutto questo avviene a poco meno di dieci giorni da quando  i principali produttori mondiali di petrolio, al termine di una guerra dei prezzi durata alcune settimane, hanno raggiunto un nuovo accordo OPEC+ per il taglio della produzione complessiva del 20 per cento: i membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) e dieci produttori al di fuori del Cartello, tra cui la Russia, i cosiddetti non-OPEC, hanno concordato un taglio dell’output petrolifero di 9,7 milioni di barili al giorno e l’Arabia Saudita ha stabilito che la sua produzione si attesterà a 8,5 milioni di barili al giorno.

Secondo un rapporto, forse perfino troppo ottimista, della banca saudita Al Rajhi Capital, i tagli alla produzione comporterebbero, per il governo di Ryad, 342 miliardi di riyal delle entrate petrolifere (90 miliardi di dollari) pari ad un deficit di 145 miliardi di riyal (38,67 miliardi di dollari) rispetto alle entrate previste di 487 miliardi di riyal (129 miliardi di dollari) per il 2020.

La politica petrolifera, che come dimostra la sostituzione, a Settembre del 2019, di Khalid al-Falih con il Principe Abdulaziz bin Salman, fratellastro di MBS e primo membro della famiglia reale a ricoprire l’incarico di Ministro dell’energia, è ormai totalmente nelle mani del Principe ereditario Mohammed Bin Salman il quale, in risposta al crollo della domanda, ha provato a contenere i danni dei mancati profitti aumentando la produzione, ma, stando ai risultati delle ultime ore, il braccio di ferro con la Russia e, in modo velato, con gli Stati Uniti, ormai divenuti i primi produttori di oro nero al mondo, oltre a riproporre l’indispensabilità di Ryad per gestire il dossier petrolifero, non ha avuto l’effetto sperato. Non bisogna dimenticare che con Mosca è ormai da tempo iniziata una guerra a colpi di sconti rivolti soprattutto all’Asia, dove la Russia sta guadagnando terreno con l’oleodotto Espo che taglia le spese di trasporto che invece rimangono il tallone d’Achille saudita nonostante possa contare su costi di estrazione bassissimi. La competizione, poi, si sta trasferendo anche sul terreno europeo dove, viceversa, è Ryad che sembra voler insidiare Mosca.

Non è improbabile che possa rivelarsi necessario un ulteriore taglio, come ha affermato recentemente il Ministro dell’energia Abdulaziz bin Salman: «La flessibilità e il pragmatismo ci permetteranno, se dovremo, di continuare a fare sempre di più. Bisogna vedere cosa succede alla domanda, se ci sarà un’ulteriore distruzione o se al contrario migliora. Dobbiamo ancora confrontarci con l’incertezza, riguardo al virus e al suo impatto».

Questo crea non poche difficoltà all’economia del Regno che, nel petrolio, ha la sua maggiore entrata statale, e al Principe Bin Salman. Difatti, i profitti del colosso petrolifero nazionale, Saudi Aramco, sono fondamentali anche per il suo programma di modernizzazione e diversificazione ‘Vision 2030’ che, però, con una crisi economica alle porte, non  è detto che verrà messo da parte quanto piuttosto potrebbe ricevere una forte accelerazione. In quest’ottica, la spinta al settore del turismo, non solo religioso, promossa da Bin Salman con il via libera di qualche mese fa ai visti turistici di 90 giorni per i cittadini di 49 paesi del mondo, comprese le donne non più costrette ad indossare l’abaya, ma a vestire ‘con modestia’, rientrava nello stesso programma di trasformazione economica funzionale a diminuire la dipendenza nazionale dal greggio, ambendo a portare la voce economica del turismo dall’attuale 3% del PIL al 10 entro il 2030. Il Coronavirus è un duro colpo per questo settore in fase di crescita proprio nel momento in cui la diversificazione diventa essenziale e non più prorogabile.

Fino al 2014, anni di grandi profitti sul greggio avevano lasciato il governo seduto su un patrimonio netto equivalente al 47% del PIL. Da allora, i prezzi più bassi e la spesa pubblica hanno modificato la situazione. Il debito netto colpirà il 19% del PIL quest’anno, secondo il World economic outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), prima di salire al 27% l’anno prossimo, mentre le misure per far fronte al crollo del petrolio e all’emergenza Coronavirus potrebbero spingere i prestiti lordi al 50% entro il 2022. Intanto i credit default swap quinquennali che assicurano il mancato pagamento del debito dell’Arabia Saudita sono attualmente in rialzo, avvicinando il Paese a India, Indonesia e Russia in termini di rischi di credito percepiti.

Di sicuro, una contrazione del PIL nazionale del 2,3% prevista dal FMI costituisce un dato preoccupante per il governo saudita, anche per i risvolti che potrebbe avere sulla stabilità del Paese e sull’ordine sociale: a questo riguardo, l’esecutivo ha già preso delle contromisure, varando tagli al budget di spesa pubblica, pacchetti di aiuti per il settore privato ed immettendo liquidità attraverso la Banca Centrale. Dovendo restringere i cordoni della borsa, si renderà necessaria, quindi, una revisione dei capitoli di spesa su cui investire di più, considerando che il 40% della popolazione ha un’età inferiore ai 25 anni: un esempio potrebbe essere costituito dalla spesa militare che è la terza più grande a livello globale dopo gli Stati Uniti e la Cina e ammonta all’8,8% del PIL. Tendenza esemplificata dall’annuncio unilaterale di cessate il fuoco saudita in Yemen di pochi giorni fa.

Di sicuro, se la crisi economico-petrolifera inizia a mostrare i primi effetti, l’emergenza sanitaria è ben lontana dall’essere passata. Nelle ultime ore, il numero dei contagi ha superato quota diecimila (12.772) – non risparmiando, secondo alcune indiscrezioni, anche decine di membri della famiglia reale – mentre le vittime superano di poco le 110 unità. Nell’interpretazione di questi dati, occorre ricordare che i tamponi vengono fatti solo ai sintomatici.

Il Ministro della Sanità, Tawfiq al-Rabiah, ha affermato che coloro che manifestano sintomi dovrebbero sottoporsi al test per il virus ed ha assicurato che il governo saudita si accollerà le spese sanitarie di tutti i sudditi risultati positivi al COVID-19, quindi anche i lavoratori stranieri che costituiscono circa il 75% della forza lavoro del settore privato, un terzo della popolazione, nei cui alloggi si sarebbero verificati numerosi casi di contagio, costringendo il governo a imporre delle rigide linee guida onde evitare il dilagare dell’infezione.

D’altra parte il sistema sanitario, anche sulla scorta dell’esperienza dell’epidemia di MERS, sembra essere piuttosto preparato a fronteggiare l’emergenza, sebbene le differenze sociali restino un discrimine nel trattamento che i diversi sudditi sono destinati a ricevere.

Centrale rimane però il rispetto delle restrizioni che hanno imposto il coprifuoco in tutte le principali città (Jeddah, Dammam, Dhahran, Tabuk, Hofuf, Taif, Al Qatif e Khobar) e il lockdown a tutte le aziende non essenziali. È stato dunque proibito il movimento tra le varie provincie così come, dopo il blocco dei pellegrinaggi minori (umrah) e annuali (hajj), il rilascio dei visti per i musulmani che desiderano visitare i luoghi sacri della Mecca e di Medina le cui grandi Moschee sono state chiuse. In base alle nuove norme di emergenza, i trasgressori del coprifuoco saranno multati di 10.000 riyal sauditi  e condotti in carcere dopo violazioni multiple.

Per il Principe ereditario Bin Salman, la sfida politica ed economica è enorme e non è escluso che, nel medio termine, egli possa giocarsi la stessa corona. È presto per dirlo, ma per capirne di più abbiamo chiesto a Giuseppe Dentice, analista esperto di Nord Africa e Medioriente dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale)

 

Come tutti i Paesi del mondo, anche l’Arabia Saudita si trova alle prese con il COVID-19, innanzitutto con l’emergenza sanitaria. È stata tempestiva la reazione di Ryad?

Francamente, da questo punto di vista, non si può dire nulla se non, al contrario, rendere merito all’azione dell’esecutivo. La  questione non è tanto la tempestività, dato che da questo punto di vista l’Arabia Saudita è stata più o meno in linea con tutti gli altri Paesi e le misure sono state coerenti, quanto piuttosto il rischio che, come spesso avviene, l’emergenza Coronavirus venga strumentalizzata dalle parti per fare altro, ad esempio lanciare un nuovo giro di vite come era già successo qualche settimana fa per colpire, magari, forme di opposizione interne allo stesso Paese. In questo senso, il Coronavirus ha rischiato di tramutarsi in una perfetta scusante per favorire anche azioni repressive.

I sudditi hanno compreso e condiviso la necessità delle restrizioni per evitare la diffusione del contagio?

Sì, la cittadinanza è stata per lo più favorevole, ma è anche vero che è difficile pensare il contrario visto che l’Arabia Saudita non è proprio la migliore forma di democrazia. Al di là di questo, le misure sono state accettate, anche quelle che andavano a colpire l’immaginario complessivo comune come, per esempio, i pellegrinaggi.

In che condizioni è il sistema sanitario saudita? L’esperienza dell’epidemia di MERS, cui soprattutto Ryad fa fronte dal 2012, ha dato un vantaggio alla sanità del Regno, rendendola più pronta a far fronte ad emergenze come quella del COVID-19?

Questo tipo di situazioni epidemiologiche così gravi e così importanti ha sicuramente fornito un certo vantaggio per queste popolazioni. La MERS, per esempio, che è un particolare tipo di febbre, ha colpito diverse altre aree come ad esempio l’Egitto, dove però non è stata trattata adeguatamente. La ragione risiede anche, per esempio, nella preparazione dei medici o nella capacità delle strutture. Spesso c’è una differenza notevole da Paese a Paese. Da questo punto di vista, in Arabia Saudita, la situazione è diversa: c’è uno scarto tra quelle strutture, tendenzialmente per ricchi, dove le competenze sono nettamente superiori – vuoi perché il personale sanitario si è formato all’estero o è spesso straniero – e quelle strutture, soprattutto in provincia o in realtà più degradate, dove difficilmente ci sono queste capacità di fondo. Da questo punto di vista, però, in Arabia Saudita si sono fatti dei passi in avanti negli investimenti. Certo è che parliamo di un Paese con alcune peculiarità e con delle capacità che non sono adeguate agli standard occidentali.

Nella sanità, dunque, prevale il settore pubblico rispetto al privato?

Si, ci sono pochi casi di privato, però quel privato che esiste ha una forza e un’identità anche molto importanti.

Questo vuol dire che, al contrario di quel che afferma il Ministro della sanità Tawfiq al-Rabiah, non sono “tutti sulla stessa barca”, non tutte le classi sociali hanno lo stesso trattamento?

Certo. Ovviamente il Ministro non potrebbe dire altro.

Lo stesso Ministro ha anche reso noto che il governo assicurerà e pagherà le spese di trattamento a tutti i cittadini sauditi risultati positivi al COVID-19. Ci sono sufficienti posti letto per assicurare un trattamento adeguato a tutti i malati?

Certamente la famiglia reale ha le possibilità per poter intervenire, anche finanziariamente, in un certo modo, grazie alla sua ricchezza dovuta al petrolio e al suo sistema sempre più diversificato, ma anche perché è una monarchia che si regge sulla legittimità che le viene riconosciuta dalla popolazione. Quella di Ryad è una misura che, per i nostri canoni, definiremmo populista o quantomeno poco trasparente, ma che è mirata anche a comprare consenso. Quindi, in questo senso, ha una sua logica e risponde ad una sua fattibilità. È chiaro che, comunque, la situazione dal punto di vista economico non è molto congeniale.

Nelle ultime settimane, il governo saudita ha sequestrato oltre 5 milioni di mascherine accumulate illegalmente da privati. In tema di dispositivi sanitari di protezione individuale, ma anche di ventilatori polmonari, in quali condizioni versa l’Arabia Saudita?

I problemi legati all’approvvigionamento di materiale e dei dispositivi sanitari sono presenti tanto in Arabia Saudita quanto in altri Paesi. È chiaro che, in piena emergenza, come abbiamo visto in Italia, ci sono sempre quelle situazioni in cui al legale si aggiunge l’illegale, anche in misura importante. Quindi, non mi stupisce l’illegalità anche nel materiale sanitario. Il problema è se le autorità siano in grado di contenere questo fenomeno, marginalizzandolo, e garantendo una capacità di iniziativa e di azione da parte dello Stato.

In caso di necessità per la scarsità del materiale, quali Paesi potrebbero correre in soccorso di Ryad?

Sicuramente il Paese più vicino all’Arabia Saudita, ossia gli Emirati Arabi Uniti che hanno fatto passi notevoli tanto negli investimenti nella sanità pubblica quanto nel comparto sanità in generale. Da questo punto di vista Ryad può contare su una spalla di tutto rispetto. È chiaro, però, che prima di giungere ad una situazione del genere, ne deve passare.

Il numero di infezioni nelle prossime settimane “varierà da un minimo di 10.000 a un massimo di 200.000”, ha detto un paio di settimane fa il Ministro della sanità, Tawfiq al-Rabiah. Nelle ultime ore, le statistiche dei contagi riguardanti l’Arabia Saudita registrano il superamento di quota diecimila. Sono stime affidabili?

Come sempre bisogna attenersi ai dati ufficiali. Certo è che su una popolazione di 32 milioni di abitanti, non è che siano proprio pochi già diecimila contagi. È presumibile pensare che siano molti di più soprattutto non necessariamente nelle aree più marginali del Regno, ma anche le più povere delle grandi città dove c’è un’alta densità demografica. Anche questo rende il dato non occultato, non volutamente secondo me, una stima a ribasso.

In questo sicuramente influisce la linea di Ryad di fare tamponi solo ai sintomatici, il che riduce inevitabilmente la realtà del dato.

Esattamente.

È possibile che nelle prossime ore o settimane cambi qualcosa nella linea di Ryad sui tamponi, anche per comprendere meglio quanto il contagio sia realmente diffuso?

Questo potrebbe avvenire, ma il punto è se riusciranno ad intraprendere iniziative simili a quelle di altri Paesi della regione come Israele che ha numeri decisamente inferiori, con 13mila contagiati su 8 milioni di abitanti e dove il tasso di mortalità rimane decisamente più bassi.

Iniziative come il contact tracing?

Esatto, perché in Israele hanno provato ad adattare quello che era poi il modello coreano e cioè con il ricorso a queste app che, sebbene sollevino questioni in termini di libertà o diritti violati. Questa potrebbe essere una strategia nel caso l’Arabia Saudita si trovasse in una situazione di forte sofferenza. E sarebbe anche possibile applicarla molto facilmente.

Una strategia efficace dovrebbe comprendere anche i lavoratori stranieri che costituiscono il 75% della forza lavoro del settore privato, un terzo della popolazione, e per i quali il governo ha già imposto una serie di linee guida aziendali per evitare la diffusione del contagio?

Assolutamente sì. In gran parte si tratta di lavoratori provenienti da Paesi arabo-musulmani o comunque musulmani poveri. Quindi tutta forza lavoro che, se venisse meno, sarebbe un grosso problema anche per le capacità private ed economiche di un Paese come l’Arabia Saudita che vive su questo tipo di forza lavoro.

Sulla base di indiscrezioni di diverse testate internazionali, anche nella famiglia reale non mancherebbero casi di contagio. Si parla di 150 membri contagiati, tra cui il settantenne governatore di Ryad, il principe Faisal bin Bandar bin Abdulaziz Al Saud e all’ospedale King Faisal Specialist Hospital di Riad dove vengono curati i reali, sarebbero stati allestiti 500 letti. Sono solo indiscrezioni?

È un dato presumibilmente reale, forse addirittura inferiore alla realtà visto che la famiglia reale conta almeno 20mila membri.

I primi contagi si erano registrati ad al-Qatif, la provincia che ospita la più grande comunità sciita in Arabia Saudita. Ryad ha subito accusato Teheran di voler esportare il contagio e, secondo alcune ricostruzioni, al-Qatif sarebbe stata chiusa, divenendo una sorta di ‘zona rossa’. Cosa è successo effettivamente? Il Coronavirus ha esacerbato le discriminazioni nei confronti degli sciiti in Arabia Saudita?

Non è dato sapere cosa sia successo ad al-Qatif. Certamente il Coronavirus potrebbe costituire una formidabile arma di distruzione di massa per permettere anche l’utilizzo di strumenti repressivi per mantenere l’ordine pubblico. Quindi non è improbabile che ciò avvenga anche alla luce della condizione degli sciiti di al-Qatif che è comunque di totale insofferenza delle autorità centrali nei loro confronti. Ecco che non mi sento di escluderlo e, anzi, tendo a rinforzare l’idea che, sulla base di quello che già avviene in altre parti della regione, non è improbabile che questo possa essere solo un’ottima scusante per agire per ‘secondi fini’.

Per rimanere nell’ambito religioso, tra le prime misure adottate dal Regno c’è stata la chiusura delle grandi Moschee della Mecca e di Medina, annullando i pellegrinaggi minori (umrah) e lasciando aperta la possibilità di un rinvio anche del pellegrinaggio annuale (hajj). Due giorni fa, a poche ore dall’inizio del Ramadan, il Mufti dell’Arabia Saudita, Abdul Aziz Al Sheikh, ha annunciato che “per quest’anno i fedeli sono tenuti a fare la preghiera notturna del Ramadan in casa a causa dell’emergenza sanitaria per tutelare la salute delle persone ed evitare il contagio”. Non ultimo anche il più importante organismo religioso saudita, il Consiglio degli Ulema, ha invitato ad “evitare gli assembramenti, principale causa di infezione”, sottolineando che “preservare la vita delle persone” è un “grande gesto” che “avvicina a Dio”. Quali difficoltà pone la pandemia all’Islam wahabita ed è giusto notare la capacità del governo saudita, non inedita per quel che abbiamo imparato del Principe Bin Salman, di imporsi anche sulla religione?

Nei giorni scorsi ci sono state diverse tensioni sia in Qatar che in altri Paesi della regione come l’Egitto dove diversi Ulema avevano richiamato i fedeli al pellegrinaggio, alla necessità della comunità, andando in contrasto con quelli che sono i diktat governativi. In un Paese come l’Arabia Saudita che vede nel pilastro religioso uno dei suoi fondamenti è chiaro che questo dimostra qualcosa: innanzitutto che l’autorità laica ha decisamente preso il sopravvento su quella religiosa anche per effetto delle iniziative dello stesso Mohammed bin Salman, ma, allo stesso tempo, dimostra anche come, nel senso di una maggiore responsabilizzazione, le stesse autorità religiose saudite, forse più per una ragione di Realpolitik, capiscono bene le difficoltà del momento e i rischi connessi a questo fenomeno. L’hajj è un pellegrinaggio che accoglie circa due milioni e mezzo di persone provenienti da tutto il Medioriente. Quindi è difficile pensare che ci sia una sola parte della regione mediorientale coinvolta, anzi sono diverse realtà e sarebbe impensabile lasciare aperto un pellegrinaggio così importante con il rischio di trovarsi diversi focolai nel Paese senza mettere in pericolo l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale. Da un certo punto di vista, trovo corretto che le autorità si siano riuscite ad imporre e ad imporre questo tipo di idea. Ovvio che è tutto perfettibile è migliorabile, però credo sia giusto quello che è stato fatto.

La pandemia mette quindi in luce una tendenza della politica di Bin Salman e mette in crisi la cosiddetta ‘hajj diplomacy’ saudita?

Chiaramente ci sarà un’incidenza e questo è innegabile. Io credo che oggettivamente che questo tipo di misura forte per quanto forte abbia ragion d’essere e, nell’ottica del governante, in questo caso di Mohammed Bin Salman, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio nel senso che, se la situazione dovesse peggiorare, probabilmente anche il fattore religioso potrebbe essere strumentalizzato sia in chiave interna che esterna per puntare ad indebolire il regime personalistico di MBS; però, è altrettanto vero che se riuscisse a gestire la situazione, come sta facendo, seppur con difficoltà, potrebbe rivelarsi una di quelle situazioni che potrebbe tornare a tutto vantaggio anche in una chiave futura di rafforzamento dell’autorità centrale. Ci sono sicuramente delle ripercussioni sull’hajj, ma le difficoltà non sono causate dall’incapacità di realizzarlo o perché viene organizzato altrove. È una situazione temporanea e che subisce l’emergenza. Le autorità, forse, dovrebbero essere molto più brave a gestire la crisi nella comunicazione e, da quello che si vede, credo che le autorità siano state capaci di agire in un certo modo. Quindi non vedo grossi contraccolpi anche se è chiaro che, sul momento, la questione culturale e religiosa può avere dei risvolti politici.

La pandemia sta imponendo necessariamente una revisione delle abitudini religiose, anche nell’Islam con il Ramadan alle porte. Oggi si è riunito, in videoconferenza, il comitato esecutivo dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) a livello di Ministri degli Esteri, convocato in seduta straordinaria dalla Turchiax rivale di Ryad, per discutere “la cooperazione rafforzata e il coordinamento tra i membri Oic nel quadro della lotta la Covid-19 e i passi congiunti da intraprendere”. È da escludere che altri Paesi sunniti possano sfruttare il momento per continuare ad insidiare la leadership religiosa  dell’Arabia Saudita?

In realtà tutti i Paesi del Medioriente sfruttano le situazioni per cercare di proporsi come altro e quindi non è una novità. È ovvio che un Paese come la Turchia usi queste iniziative per mascherare altri problemi, sia interni che di politica estera. In quanto tali, queste iniziative lasciano il tempo che trovano anche perché la Turchia non ha la forza per proporsi come alternativa religiosa all’Arabia Saudita. Ha una storia e una componente internazionale completamente differente e da questo punto di vista non vedo rischi.

Ma i sudditi più ‘integralisti’ riusciranno a rispettare le restrizioni imposte dal governo saudita?

Quella è la vera scommessa che, tra l’altro, abbiamo anche noi in Occidente nel senso che anche tra gli stessi cristiani c’è una forte divisione, benché molto più sottaciuta, tra chi vede questo tipo di iniziativa come un pericolo per le autorità e chi invece afferma che c’è un’esaltazione. Questa è una nuova sfida per tutti.

Dal punto di vista economico, il turismo, un po’ ovunque nel mondo, subirà un duro colpo da questa pandemia. In Arabia Saudita il turismo, non solo religioso, ma anche del lusso, è un settore su cui Bin Salman ha puntato molto negli ultimi anni, anche nell’ottica della diversificazione perseguita dal programma ‘Vision 2030’. Quanto questo danneggerà l’economia saudita?

Sicuramente Bin Salman ha cercato di attrarre un turismo di massa e la pandemia certamente colpirà anche questo settore. L’Arabia Saudita, come lo stesso Egitto, hanno dovuto comunque cedere sulle questioni riguardanti il turismo in quanto in un Paese come l’Egitto ha una forte incidenza sul PIL. In Arabia Saudita molto di meno, ma è stato visto come una possibilità di aprire un certo tipo di mercato, giovando al PIL nazionale. È chiaro che in questa situazione tutto si ridimensiona, ma occorre pensare che questa è una condizione temporanea.

Parlare di economia saudita senza fare riferimento al petrolio è impossibile vista la forte dipendenza dell’una rispetto all’altra. Nelle ultime ore, il settore petrolifero mondiale ha visto un enorme crollo con il WTI in negativo per la prima volta nella storia. L’Arabia Saudita ha subito reso noto di stare ‘sorvegliando’ il mercato, dicendosi pronta ad intervenire. L’impressione è che l’accordo raggiunto, con la benedizione americana, poche settimane fa tra i Paesi OPEC e non OPEC, l’OPEC+, a seguito della guerra dei prezzi tra Ryad e Mosca basata sulla logica dell’aumento della produzione per ridurre le perdite, si stia rivelando una ‘vittoria di Pirro’ per Bin Salman, un cerotto su una ferita sanguinante, per non dire un’emorragia. Cosa ha sbagliato bin Salman nella gestione del cruciale dossier petrolifero? E dovrà, ben presto, tornare indietro?

Di sicuro la quesitone del petrolio non è una partita chiusa. Anzi, è una partita che si riaprirà molto presto perché se l’accordo dell’OPEC+ ha come intento quello di razionalizzare meglio il mercato per far fronte alla situazione di contingenza, proprio l’emergenza Coronavirus ha dimostrato che anche il taglio della produzione era una misura che andava presa prima e, comunque, non è riuscita a trovare quelle necessità che, in realtà, hanno radici ben profonde. Questa è una partita che si riproporrà ciclicamente e che ha soltanto rappresentato una situazione di compromesso tra i vari produttori mondiali. L’Arabia Saudita punta ad utilizzare la propria forza, più di soft power in questo senso, per farsi carico di una buona parte del taglio della produzione ed influenzare il mercato globale, ma, allo stesso tempo, punta a ribadire la propria leadership nella geopolitica energetica perché il petrolio è un asset fondamentale non solo per la stabilità del Regno, ma anche per le sue strategie globali. E’ un ‘accordo di Pirro’ quello raggiunto che, in realtà, non faceva più di tanto fede su quello che è il contesto attuale in quanto gran parte della produzione mondiale cala anche perché c’è un calo della domanda cinese e, più in generale, asiatica, quella che ha retto i mercati energetici del Golfo e, senza quella domanda, l’incidenza è notevole e si protrarrà, probabilmente, per lungo tempo. Da questo punto di vista, non possiamo pensare che il petrolio sia un fattore completamente a sé stante dal complesso generale quando invece sarà un fattore decisivo nel medio-lungo termine.

Si può affermare che Bin Salman non è riuscito a giocare bene le sue carte nel ‘triumvirato’ con Russia e Stati Uniti mentre è riuscito a salvaguardare la leadership saudita nell’OPEC?

Data la situazione, ha potuto fare il meglio possibile. Forse questo intervento doveva essere fatto prima quando la produzione aveva livelli molto più alti e quindi costituiva una sorta di ombrello di sicurezza. È chiaro che la scelta imposta ha mirato a stabilire che qualsiasi tipo di accordo non sarebbe stato possibile senza l’Arabia Saudita. È stata una prova di forza per ribadire la centralità saudita su questo tema. La scelta ha portato dei vantaggi? Se guardiamo alle notizie di poche ore fa, la risposta è negativa. È ovvio che era un tipo iniziativa che si sarebbe dovuta mettere in campo già da tempo e che volutamente gli attori, per diversi interessi, hanno cercato di mascherare senza assumersi l’onere della scelta perché conveniva in altri momenti assumere determinate fasi di stasi. In questo senso, l’Arabia Saudita ha la possibilità di intervenire anche ex-post sia attraverso le prossime riunioni dell’OPEC e poi con i vertici del G-20 che comunque avranno voce in capitolo sulla questione petrolio.

Cosa dovrebbe fare Bin Salman onde evitare la debacle?

In questo momento, dovrebbe trovare un compromesso non solo con la Russia, ma anche con gli Stati Uniti, tentando di riaprire una sorta di triangolazione in modo tale da definire un impasto che sia quanto meno condiviso da parte di tutti e che non colpisca solo alcuni produttori piuttosto che altri. È ovvio che la questione in sé non può dipendere solo dd unicamente dal taglio perché, in realtà, ad incidere enormemente su questo contesto sono altri fattori legati anche a mancati investimenti, al fatto stesso che, allo stato attuale, solo il Fondo sovrano può attivare determinati tipi di iniziative acquisendo o facendo partecipazioni con altre compagnie.

Come, ad esempio, quella in ENI

Esattamente, come quella con la Shell o la Total. La mossa in sé ha una sua logica perché, da un lato, serve a diversificare il valore del capitale da gestire, dall’altro, serve a controllare lo stesso mercato avendo più attracchi in più situazioni di possibili concorrenti. La questione è che, come ci insegnano gli economisti, il mercato è molto fluido e la situazione cambia di ora in ora! Il problema, poi, è che questo tipo di iniziativa si inserisce su problematiche anche legate a debolezze strutturali saudite, sia dell’Aramco che del sistema economico del Paese che, comunque, cresce meno di quanto dovrebbe, anche se non è in recessione, ci va molto vicino.

Come è stata giudicata, in Arabia Saudita, soprattutto dal Re e dalla famiglia reale, la gestione del dossier petrolifero da parte del Principe Bin Salman?

Bin Salman ha gestito questo dossier come ha gestito gli altri. La famiglia reale non è un soggetto statico quindi, evidentemente, al suo interno, ci sono forze favorevoli e forze contrarie. Lo abbiamo visto in tantissime questioni e di sicuro l’energia non è esente da questo tipo di logiche. Anzi, soprattutto il dossier energetico è al centro di grandi dibattiti in Arabia Saudita e all’interno della famiglia reale.

Recentemente, Saudi Aramco – di cui, tramite IPO sulla Borsa Tadawul del Regno, pochi mesi fa è stato quotato l’1,5% delle azioni – nonostante una calo del 20% dei profitti nel 2019, ha ribadito che manterrà la promessa di pagare la supercedola da 75 miliardi di dollari di dividendi agli azionisti privati. A fronte dell’attuale crollo del settore petrolifero e della crisi economica conseguente alla pandemia di Coronavirus, sarà possibile per il colosso saudita mantenere tale promessa?

Questa è la scommessa perché è in una situazione di forte contrazione non solo del mercato, ma proprio delle entrate e, quindi, dei fondi a disposizione. E questo è per il Paese un onere non da poco. L’Aramco ha la liquidità per pagare questo tipo di operazioni, ma occorre vedere quanto questo tipo di operazioni peserà in termini di possibili mancati investimenti e di politica energetica della società che è una grande tranche delle entrate saudite.

Secondo alcune stime, il PIL nazionale dovrebbe subire una contrazione del 2,3%. Riyadh ha annunciato a marzo che ridurrà la spesa pubblica di 13,2 miliardi di dollari, pari a quasi il 5% del budget per il 2020. E ha preparato piani di emergenza per ridurre le spese di un ulteriore 20%. Inoltre Re Salman ha annunciato 9 miliardi di Riyal per coprire una parte degli stipendi del settore privato (di 1,2 milioni di lavoratori) e il mese scorso la Banca centrale saudita ha lanciato un pacchetto di 120 miliardi di Riyal. Sono misure sufficienti per far fronte alla difficile contingenza?

Le misure sono importanti, ma bisogna capire quanto siano di ampio respiro nel senso di quanto permettano, dal semplice assistenzialismo o da misure di corto respiro, di trasformarsi in provvedimenti di più ampia strategia. Le misure potrebbero essere adeguate e potrebbero consentire un certo tipo di iniziativa. È chiaro, però, che il mercato risente anche del contesto generale. Credo che dietro questo ragionamento ci siano delle basi solide: il problema è capire se tali basi possano consentire di avere uno sviluppo successivo e quindi di guardare oltre la contingenza del momento, avendo una prospettiva di medio-lungo periodo. È questa la vera posta in gioco per Bin Salman.

Quali strumenti economici dovrebbero essere messi in campo?

Credo che si dovrebbe prendere in considerazione una maggiore apertura al mercato e, quindi, maggiori liberalizzazioni che possono anche prevedere la gestione di alcune partecipazioni statali in aziende strategiche, una maggiore apertura di Saudi Aramco, che, finora, ricordiamo è stata quotata sulla Borsa nazionale. Quello che occorrerebbe fare, in questo momento, sarebbe attrarre quanto più possibile investimenti stranieri e questo è l’obiettivo numero 1 che dovrebbe permettere alle stesse autorità saudite di utilizzare questi investimenti per reinvestirli in opere pubbliche, infrastrutture, quindi progetti che garantiscano una maggiore diversificazione e la costruzione di un sistema economico nazionale che vada oltre il solo petrolio che, in sé, rappresenta oltre il 95% dell’intera ricchezza saudita, un peso decisamente troppo oneroso che un Paese come l’Arabia Saudita non si può più permettere.

Non volendo intaccare le riserve estere, pensa che fare debito possa essere un’opzione per Ryad?

Potrebbe essere un’opzione, ma credo che i sauditi abbiano le risorse per evitare di incorrere in questo tipo di iniziative. Quello che possono fare è aprirsi maggiormente al mercato estero, aprirsi agli investitori esteri, pubblici o privati che siano, e, allo stesso tempo, creare connessioni e network in grado di evitare che il Paese sia sostanzialmente isolato sullo scenario internazionale dal punto di vista economico.

Vista la difficile situazione economica che si prospetta, ‘Vision 2030’, il programma di riforma economica del Principe Bin Salman che, tra l’altro, ha spinto molto gli investimenti nella tecnologia fino ad intraprendere la costruzione di un polo, Neom, rischia di esser messo in pausa o, paradossalmente, trovare un’accelerazione?

In realtà, sono fattibili entrambe le possibilità. Io sono per la prima in quanto la contingenza non permette grandi sforzi di quel tipo: già solo la costruzione della città economica, Neom, che dovrebbe sorgere ai confini con Giordania ed Egitto, si parla di un investimento di 4-500 miliardi di dollari, e quello dovrebbe essere solo una parte di quei programmi di diversificazione economica contenuti all’interno di ‘Vision 2030’. Il contesto non aiuta sicuramente ed è anche inevitabile che senza petrolio a prezzi alti è difficile finanziare questo tipo di processo che vuole portare una minore dipendenza dello Stato dal petrolio. È chiaro che questa situazione, però, potrebbe fornire uno scatto maggiore al Principe per cercare di destinare alcune risorse su determinati settori. L’idea potrebbe essere anche quella che, in assenza di un processo economico che possa garantire un certo tipo di sviluppo e considerando il contesto favorevole, le autorità saudite potrebbero decidere a questo punto di riversare le risorse disponibili su alcune parti dello stesso processo (infrastrutture, industria della sicurezza e della difesa) in attesa di un miglioramento della situazione, che, secondo me, è una delle ipotesi più plausibili.

In passato, a fronte di una situazione economica difficile, anche in Arabia Saudita non sono mancati disordini che, tuttavia, il governo è riuscito poi a contenere immettendo grandi somme di denaro nell’economia. È possibile che la crisi economica causata dal Coronavirus scateni il malcontento degeneri in rivolte sociali e la monarchia saudita sarà in grado di contenerle?

Il malcontento può degenerare se la situazione rimane difficile nel lungo periodo: se tale condizione fosse prolungata, è molto probabile che cavalchi il malcontento. È un’ipotesi che non può certamente essere esclusa.

Quindi è da escludere che corra rischi la dinastia reale e, quindi, la stabilità del Regno?

Quel pericolo non credo proprio ci sia. Non  vedo in pericolo il Regno o la dinastia Saud. Vedo piuttosto in pericolo un certo tipo di progetto politico, in questo caso più  relativo al Principe ereditario stesso.

Sul Coronavirus e sulla conseguente crisi economico-petrolifera, Bin Salman si gioca la corona?

Nell’immediato sicuramente no, però è chiaro che, se la situazione dovesse permanere nell’arco di uno o due anni, è difficile che non lo tocchi profondamente: potremmo dire che gran parte delle sue dinamiche potrebbero essere avallate o fortemente ridimensionate proprio a causa del Coronavirus.

Questo vuol dire che, dopo quelli recenti dei Principi Nayef e Amhadan Abdulaziz, accusati di cospirazione, e  quello della Principessa Basmah bint Saud, potrebbero esserci nuovi arresti nella famiglia reale?

Sì, potrebbero essercene altri in quanto sono strumentali alla logica che c’è dietro. È chiaro che in una situazione del genere si utilizza il Coronavirus come giustificazione di eventuali iniziative di Bin Salman per eliminare qualsiasi forme di opposizione interna.

Sui costumi, molto si è detto e scritto in Occidente sulle iniziali aperture promosse da Bin Salman. Bisognerà aspettarsi una regressione di questa retorica modernista?

Bin Salman è portato a mostrare quello che noi occidentali. Quello che si può notare è il tentativo della famiglia reale e del Principe ereditario nello specifico, di creare un nuovo sistema di potere in cui all’interno del Regno c’è una forte personalizzazione del potere tutto incentrato sulla sua figura.

Dal punto di vista della politica estera, anche nella gestione del dossier petrolifero, i rapporti con Washington saranno decisivi per Ryad. Il Presidente Trump, che aveva già nominato un nuovo inviato speciale in Arabia Saudita, ma che è stato molto criticato, in modo bipartisan, dal Congresso per le relazioni con il Regno soprattutto dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, è in un anno elettorale e la necessità di proteggere l’industria petrolifera nazionale è una priorità. Quali previsioni si possono fare per i prossimi mesi per l’asse Stati Uniti-Arabia Saudita?

Secondo me, quello che stiamo vedendo è che, come altre parti del Medioriente, c’è una distanza tra il rapporto personale di Trump con l’establishment e quello che si esiste tra le istituzioni americane e i Paesi in questione. Trump ha un’apertura moderata, tendenzialmente vicina a quella  del Principe Bin Salman, ma non è detto che poi, in realtà, il Congresso americano la appoggi, anzi, esiste una forte contrapposizione interna alla stessa Amministrazione americana secondo cui si vorrebbe rivedere determinate strategie americane nella regione e l’Arabia Saudita è parte di questo discorso che è molto più ampio, riguardante la visione globale americana. In Medioriente, ma, in generale, nel mondo, è un discorso che include anche l’Arabia Saudita, ma che deve essere visto sopratutto nel campo statunitense, quindi nelle tensioni interne tra Presidenza e Congresso. Le tensioni sono sempre strumentali e rimarranno tali a seconda del momento, ma si cercherà tendenzialmente di ricomporre.

Nelle ultime ore, è stato reso noto che il governo saudita avrebbe donato 500 milioni di dollari all’OMS. Perché? Per fare uno sgarbo a Trump e strizzare l’occhio alla Cina, accusata di controllare l’Organizzazione?

C’è una volontà saudita di proporsi come attore positivo nel mondo arabo e ribadire la sua leadership del mondo arabo. È un’operazione di ‘public diplomacy’ molto attenta. C’è sicuramente anche la volontà di rafforzare i suoi rapporti con la Cina, ma non di porsi come partner. Tra Cina e Stati Uniti, i sauditi sceglieranno sempre gli Stati Uniti.

E le relazioni con la Russia? In molti pensano che, con la guerra dei prezzi del petrolio, qualcosa si sia rotto, sebbene poi comunque siano riusciti a trovare un accordo. Lei che ne pensa? Mosca ha perso terreno con Ryad e viceversa?

La Russia, come ogni attore globale, attua una politica molto pragmatica, cercando di modulare l’interesse e la relazione a seconda dei contesti. Con l’Arabia Saudita non esiste un vero e proprio rapporto bilaterale, ma vi è una sorta di dialogo bilanciato sulle situazioni particolari, può essere l’energia, può essere lo Yemen. Quello che in realtà la Russia ha coltivato negli anni sono le relazioni con gli Emirati Arabi con i quali i rapporti sono decisamente migliori e con i quali la stessa Ryad è in competizione. È importante vedere come le relazioni tra Mosca e Ryad seguano, in realtà, schemi dettati più dall’opportunità del momento piuttosto che dalla necessità di stabilire un rapporto o una partnership. Credo quindi che continuerà ad essere un rapporto ambivalente basato essenzialmente su momenti di distensione, momenti di tensione più o meno celata.

E con gli Emirati Arabi, con cui, come ricordava, c’è una competizione, ma, da quando, a causa della pandemia da Coronavirus, gli Stati Uniti hanno deciso di alleggerire le sanzioni sull’Iran per gli aiuti sanitari, che Dubai ha deciso di inviare, una leggera frattura sembra essersi aperta. Sarà ricomposta?

Siamo abituati a pensare che Emirati e Arabia Saudita sono la stessa cosa. In realtà non lo sono mai stati: sono due attori che si muovono su medesimi contesti, ma cercando prospettive che, in alcuni casi, portano ad una convergenza di interessi e, in altri casi, divergono totalmente. È ovvio che tra Mosca e Dubai ci potrà essere anche qualcosa in più rispetto al rapporto tra Russia e Arabia Saudita e questo può anche influire nel rapporto tra sauditi ed emiratini. Non credo si arriverà ad una rottura: probabilmente si avrà una qualche forma di tensione, ma non una frattura, anche perché non è nell’interesse di nessuna delle due parti.

Due capisaldi della politica estera di Bin Salman, la forte ostilità all’Iran e l’avvicinamento, seppur non ufficiale, ad Israele, troveranno consolidamento in tempo di Coronavirus?

Credo che, se non ci saranno situazioni che portino ad altri esiti, rimarranno tali. L’unica cosa che potrebbe influire o avere un certo peso rimane la questione israelo-palestinese. Quindi i rapporti potrebbero avere un diverso tipo di sussulto a seconda delle direzioni che assumeranno sia gli israeliani che gli iraniani. Ma in generale che queste tendenze rimarranno o si rafforzeranno.

In Yemen, c’è la possibilità che il Coronavirus segni una svolta?

Credo che in realtà anche in Yemen sia più scena, dettata dall’emergenza Coronavirus, che reale volontà delle parti di trovare una soluzione. Dal punto di vista dell’Arabia Saudita, lo Yemen, che è importantissimo, non è più una spesa sostenibile a determinate condizioni. Il rischio è di andare verso una sostanziale cristallizzazione della situazione.

Bin Salman rinvierà l’acquisto del Newcastle?

Non credo che ci sarà un rinvio, ma andrà avanti, anche perché ci sono delle clausole che, nel caso in cui si tirasse indietro, sarebbe ancora più onerosa la perdita.

Fino a quando potrebbero rimanere in vigore le misure restrittive?

Dipenderà sia dal fattore tempo, ossia quanto il contagio rimarrà attivo, sia dalla volontà politica. In questo senso sarà importante capire quanto le autorità vorranno sfruttare il lasso operativo ed emergenziale del COVID-19 per far altro e implementare misure speciali.

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