venerdì, Febbraio 21

Arabia Saudita: pozzo senza fondo?

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Fin dalla sua scoperta, il petrolio è stata la maggiore fonte di ricchezza dell’ Arabia Saudita. La grande disponibilità di risorse del proprio sottosuolo l’ ha resa una, se non il primo, dei più importanti, produttori ed esportatori di petrolio al mondo.

Stando alle Elaborazioni Ambasciata d’Italia su dati EIU e IMF, il principale membro dell’ OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) si configura come una nazione di 32 milioni di abitanti, con una crescita di PIL dell’ 1,9%  al 2016, la disoccupazione al 10,8 % e il debito pubblico al 31,8% del PIL, il tutto accompagnato da un’ inflazione al 3.9%. Nel 2012, però, i dati erano un po’ diversi: infatti la variazione del PIL si attestava al 5,4, la disoccupazione al 12,2% e il debito pubblico 9,5% del PIL, con un’ inflazione al 2.8%.

Dati economici Arabia Saudita

Ma andiamo con ordine. Dopo l’impegno militare americano in Medioriente e la fine della presidenza Bush, è arrivata la crisi economica che ha colpito l’ Occidente nel 2008 e che ha travolto ogni settore della società capitalista, mettendo in discussione il suo stile di vita, compresa la sua dipendenza dal petrolio. Con l’ inizio del primo mandato del presidente Obama, però, e la sua iniezione di liquidità senza precedenti, inizia la progressiva risalita dell’ economia americana, anche se per l’ Europa i problemi rimangono e rimarranno fino ad oggi.

L’ Arabia Saudita dal canto suo inizia a vivere un periodo di instabilità, anche dovuta all’ inizio delle ‘primavere arabe’ nei Paesi vicini, come ad esempio in Egitto, ma anche in Libia. La gioventù che manifesta in piazza inneggia alla libertà e ad una maggiore partecipazione. Il re Abdullah risponde alle proteste elargendo miliardi di dollari con i quali finanziare la pubblica istruzione, combattere la disoccupazione e proteggere le fasce deboli della società.

La storica alleanza con gli Stati Uniti vive un momento di così bassa temperatura. Infatti, i sauditi incolpano l’ alleato a stelle e strisce dell’ instabilità della regione; contemporaneamente prende vigore in America il cosiddetto ‘shale oil’ che fa concorrenza all’ OPEC e allenta quel laccio che tiene legate le due Nazioni: nel 2015, come è possibile vedere nel grafico sottostante, gli americani sono riusciti a produrre più di quanto hanno importato.  Con l’ avvento, sempre nel 2015, di Re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz,  si inaugura una nuova fase della vita del Regno, ma la situazione delle relazioni con Washington non cambia: il Presidente Obama è riuscito a raggiungere un accordo sul nucleare con l’ Iran, la teocrazia sciita, nemica giurata della prima nazione sunnita, l’ Arabia Saudita.

Le riforme a cui viene dato impulso da Re Salman comprendono anche il settore del petrolio, per la cui comprensione ci siamo rivolti a Lisa Orlandi, analista presso il RIE (Ricerche Industriali Energetiche), che si è avvalsa della collaborazione di Filippo Clò.

Prezzo del petrolio tra il 2014 e il 2016

Il grafico evidenzia l’ andamento discendente del prezzo del petrolio dal 2014 alla fine 2016, a seguito del rifiuto da parte del Regno di ridurre l’ offerta di oro nero, provocandone un eccesso. La straordinaria crescita dello ‘shale oil’, la fine delle sanzioni all’ Iran, e quindi l’ enorme offerta degli ultimi anni hanno reso necessaria anche la ricerca di un nuovo equilibrio. Per questo a novembre scorso, dopo mesi, Il Segretario generale dell’Opec,  ha dichiarato: «Abbiamo l’impegno da tutti i 24 Paesi che intendono onorare i loro obblighi». Si riferiva all’ impegno preso sul finire del 2016 da parte di 13 Paesi membri Opec e 11 Paesi produttori non Opec (primo di questi ultimi la Russia) di ridurre la produzione di petrolio: i primi di 1,2 milioni di barili al giorno (con un tetto cumulato di 32,5 milioni di barili al giorno), i secondi di 558.000, entro il primo semestre dell’ anno in corso.

Mohammad Sanusi Barkindo

“Ad ogni Paese” – dice l’ analista – “membro è stata assegnata una quota di produzione calcolata applicando un taglio mediamente prossimo al 5% sull’output di ottobre, assunto come riferimento generale. A sopportare gran parte del taglio sono i paesi del Golfo, storicamente ritenuti i più disciplinati in materia di aderenza alle quote assegnate. Insieme all’Arabia Saudita – chiamata a ridurre il suo output di 486.000 bbl/g – Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar assorbiranno il 65% della riduzione complessiva. Più complessa è stata la definizione del calo di 210.000 bbl/g spettante all’ Iraq, un calo accettato non senza riluttanza e che apre diversi interrogativi su quali giacimenti ne saranno interessati, essendo la produzione irachena prevalentemente nelle mani di compagnie internazionali. Decisamente più clementi le scelte compiute su Libia, Nigeria e Iran, con le prime due esentate dalla riduzione in ragione delle forti tensioni interne e l’ultimo sostanzialmente ‘graziato’ per consentirgli qualche margine di manovra nel post-sanzioni. Fondamentale a riguardo è stato il vertice ministeriale congiunto che si è tenuto a Vienna, presso la sede ufficiale dell’ OPEC, lo scorso 10 dicembre e che ha visto la presenza – oltre che degli stati membri dell’Organizzazione – di 11 produttori esterni: Azerbaijan, Bahrain, Brunei, Guinea Equatoriale, Kazakhstan, Malesia, Messico, Oman, Russia, Sudan e Sud Sudan. Un vertice di portata storica, il primo dal 2001 di questo tipo”.

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