sabato, Dicembre 14

Arabia Saudita: politiche petrolifere ai danni dell’Africa

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Kampala – La conferenza degli Stati membri  OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio), svoltasi a Vienna a inizio giugno, si é conclusa con un nulla di fatto. L’obiettivo era quello di concordare una significativa riduzione della produzione per far alzare il prezzo del greggio, che attualmente fluttua tra i 48,62 e i  49,64 dollari al barile, secondo i prezzi indicati dal West Texas Intermediate (WTI) e dal listino londinese Brent. Le previsioni parlano di un leggero rialzo verso i 55 dollari al barile. Il mancato accordo é dovuto dall’intransigenza dell’Arabia Saudita nel continuare la sua politica petrolifera. L’unica vaga promessa rilasciata dal Ministro saudita dell’Energia, Khalid al-Falih, é di adottare, per il futuro, un approccio soft che non crei shock sul mercato mondiale.

La politica petrolifera di Riad é,  ufficialmente, quella di stabilizzare il prezzo del greggio per i prossimi cinque anni, evitando fluttuazioni improvvise. In realtà, la politica petrolifera saudita (produzione oltre le quote previste per abbattere il prezzo del greggio) é stata attuata per mettere in grosse difficoltà la produzione petrolifera americana, i Paesi OPEC concorrenti (Venezuela e Iran), impedire l’emergere di nuovi Paesi produttori in Africa, e mettere in serie difficoltà i Paesi africani con la produzione petrolifera avviata, compreso gli Stati africani membri OPEC  -Algeria, Angola, Libia, Nigeria.

Tra il 2011 e metà del 2013 il prezzo del greggio ha fluttuato tra i 80 e i 115 dollari al barile. Dal 2014 si assiste al crollo dei prezzi, arrivando ai minimi storici lo scorso gennaio (27 dollari/barile) e stabilizzandosi sotto il 50 dollari. L’obiettivo della Arabia Saudita é quello di mantenere il prezzo internazionale sotto i 60 dollari/barile. Gli investimenti per le ricerche e le esplorazioni di nuovi giacimenti, e le spese affrontate per l’estrazione del greggio, impongono alle compagnie petrolifere (statali o private) di mantenere una soglia minima dei prezzi fluttuante tra i 100 e i 70 dollari al barile. La domanda mondiale di petrolio é valutata attorno ai 9,7 milioni di barili.  L’Arabia Saudita, nel solo 2015, ha inondando il mercato internazionale con 11,6 milioni di barili di greggio. Anche gli altri Stati Arabi membri del OPEC alleati alla politica di Riad  –Qatar, Kuwait e Emirati Uniti Arabihanno aumentato le loro singole produzioni annuali mediamente di 1 milione di barili.
A questi quantitativi si aggiungono 4 milioni di barili annualmente venduti dal gruppo terroristico salafista ISIL DAESH grazie ai pozzi petroliferi controllati in Siria, Iraq e Libia. Il DAESH vende il petrolio siriano e iracheno a 16 dollari al barile grazie a ricettatori turchi, mentre quello libico é venduto a ricettatori indiani. Tutti immettono il greggio di DAESH sul mercato internazionale, che viene comprato dalle multinazionali (americane ed europee comprese) pur essendo consapevoli della provenienza. Inutile sottolineare due aspetti noti: il ricavato del petrolio serve per finanziare le guerre contro i governi siriano, iracheno e libico; DAESH é uno dei principali alleati della monarchia saudita per destabilizzare il Medio Oriente a favore di Riad e di Israele, con l’obiettivo di mettere in ginocchio l’Iran, Paese simbolo della corrente Islam sciita.

Non essendoci segnali di accordi per la riduzione della produzione, gli attuali prezzi potrebbero scendere ulteriormente a causa della decisione di Teheran di raggiungere i livelli di produzione del greggio registrati prima delle sanzioni economiche degli anni Ottanta – Novanta: 4 milioni di barili annui. Lo ha annunciato il Ministro iraniano del Petrolio, Bjhan Namdar Zanganesh. Il Governo di Teheran intende sfruttare l’attuale clima di distensione, dopo gli accordi sul nucleare, per riaffermarsi tra i principali produttori  petroliferi del Medio Oriente.
L’attuale produzione iraniana é di 3,37 milioni di barili, con riserve stimate a 157,3 milioni di barili. L’Arabia Saudita detiene riserve pari a 268,35 milioni di barili. L’auspicato accordo Riad-Teheran per una moratoria sulla produzione eccessiva di greggio é fallito causa le tensioni tra i due Paesi. Tensioni che sono all’origine delle guerre per procura tra Arabia Saudita e Iran combattute in Siria, Iraq e Yemen.

La strategia saudita e dei suoi alleati della Penisola Araba di procedere a inondare i mercati di greggio per mantenere i prezzi al disotto dei 60 dollari al barile ha un enorme costo finanziario e grossi rischi per la stabilità interna. Quando il prezzo del greggio era sui 100 dollari, l’Arabia Saudita incassava 240 miliardi di dollari annui. Ora riesce a incassare la metà dei precedenti profitti. Una perdita che sta causando un deficit annuale di 150 miliardi. Per raggiungere l’obiettivo di eliminare o contrastare la concorrenza internazionale, la monarchia saudita é stata costretta a minare il suo sistema clientelare e assistenziale, ideato per assicurarsi la fedeltà dei vari clan che compongono la popolazione saudita.
Pesanti tagli sono stati attuati sull’assistenza sociale e sulle sovvenzioni statali per la benzina, elettricità e acqua potabile. Queste azioni stanno seriamente compromettendo il patto sociale con i cittadini e sta diventando reale il rischio di gravi tensioni sociali, associate alle tensioni tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita nel Paese. Questa politica petrolifera ha anche costretto Riad a dimezzare le spese militari. Nel budget 2016 sono stati collocati per la difesa 213 miliardi di dollari, corrispondenti alla metà dei fondi stanziati per la difesa durante il 2014 e il 2015. Questo nonostante l’Arabia Saudita sia impegnata direttamente nella guerra in Yemen e indirettamente nei conflitti siriano e iracheno.

«Nel lungo termine l’economia saudita e l’industria petrolifera subiranno profonde trasformazioni per evitare la recessione. Non saranno cure indolori. Occorre ridurre ulteriormente le spese militari, sociali e per le infrastrutture», avverte uno studio sul tema  redatto da Stratfor (agenzia mondiale di Intelligence economica e militare)  Per mitigare gli effetti sociali la monarchia saudita intende immettere sul mercato domestico 2 trilioni di dollari corrispondenti alle riserve dei Fondi di Investimento Pubblici Sauditi (SPIF). Serviranno per proteggere i settori economici chiave, mantenere l’alleanza dei vari clan, comprandoli con milioni di dollari, mantenere la popolazione calma, e tentare di diversificare l’economia. Tentativo, quest’ultimo, iniziato nel 2014 con scarsi risultati. La monarchia da decenni é abituata a mantenere il potere assoluto con la forza militare, comprando la popolazione e finanziando la corrente medioevale e terroristica del Salafismo, usato come forma di controllo sociale interno e destabilizzazione regionale semplicemente attingendo ai profitti petroliferi. Anche gli imprenditori privati hanno modellato le loro attività (principalmente commercio e terziario) sulla disponibilità della manna petrolifera.

I tagli sociali danneggiano il potere del principe Mohammed bin Salman a cui é stato affidato da anni l’ingannevole politica di ‘protezione sociale’. Una politica basata sui dollari da elargire ai fedeli e sulla scure del boia per gli oppositori, sistematicamente accusati di essere eretici contro l’Islam, omosessuali, adulteri o corrotti. L’Arabia Saudita é ai primi posti mondiali per le esecuzioni capitali e violazione dei diritti umani nonostante che, ironicamente, detenga la Segreteria Generale del Consiglio ONU in protezione dei diritti umani. Il Principe Salman ha ottime capacità di leadership tra la gioventù saudita, abituata all’assistenza pubblica e ad un alto tenore di vita a cui non vuole rinunciare. Il principe ha promesso apertura democratiche e maggiore trasparenza alle nuove generazioni proponendosi come futuro Re. I tagli al settore sociale metteranno a rischio la sua reputazione, creando un pericoloso malcontento tra la gioventù.

La crisi economica, se non risolta, metterà l’Arabia Saudita nella posizione di non poter più controllare finanziariamente i gruppi terroristici come Al Qaeda e DAESH. Questi ultimi, a fonte di rubinetti semi chiusi, potrebbero orientarsi verso un cambiamento si atteggiamento verso il regime saudita, decidendo che il loro benefattore non sia più di gran utilità. La crisi indebolisce anche la possibilità di contrastare l’Iran a livello militare,  aprendo spazi di manovra politica sociale alla minoranza sciita nel Paese.
Nonostante questi pericoli, la Monarchia continua nella sua politica petrolifera. I Paesi membri OPEC detengono il 40% della produzione mondiale di greggio. All’interno dell’OPEC l’Arabia Saudita detiene il 31,20% della produzione, che arriva al 53,5% associando la produzione annuale di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, Paesi tradizionalmente alleati a Riad. Queste cifre fanno comprendere le ripercussioni sui mercati internazionali delle decisioni saudite in materia di politica energetica.

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